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Discorso del Presidente del Venezuela al 60° anniversario dell’ONU
Chavez denuncia, propone e getta
radici e ali per un futuro che vola alto
Eccellenze, amiche e amici, buon pomeriggio:
Il proposito originale di questa riunione è stato completemente sviato. Ci
hanno imposto come centralità del dibattito un male chiamato processo per le
riforme che relega in secondo piano ciò che è più urgente, ciò che i popoli del
mondo reclamano con urgenza, come l’adottare misure per fronteggiare i veri
problemi che ostacolano e impediscono gli sforzi dei nostri paesi per lo
sviluppo e la vita.
Cinque anni dopo il Summit del Millenio, la cruda realtà è che la gran parte
delle mete designate, nonostante fossero già di per sé modestissime, non saranno
raggiunte.
Pretendevamo di ridurre alla metà 842 millones di affamati entro il 2015. Al
ritmo attuale la meta si raggiungerebbe nel 2215, vedremo chi di noi sarà lì
per celebrarla, posto che la specie umana riesca a sopravvivere alla
distruzione che minaccia il nostro ambiente.
Avevamo proclamato l’aspirazione di raggiungere per il 2015 la meta della
scuola dell’obbligo universale. Al ritmo attuale la meta si raggiungerà dopo il
2100, prepariamoci dunque a celebrarla.
Questo, amiche e amici del mondo, ci conduce irreversibilmente a un’amara
conclusione: le Nazioni Unite hanno esaurito il loro modello, e non si tratta
semplicemente di procedere a una riforma, il XXI secolo reclama cambiamenti
profondi che sono possibili solo con una rifondazione di questa organizzazione.
Quella attuale non ci serve, bisogna dirlo, è la pura verità.
Per le trasformazioni, alle quali dal Venezuela ci riferiamo, il mondo
scandisce, dal nostro punto di vista, due tempi. L’immediato, quello del qui e
subito; e quello dei sogni, dell’utopia. Il primo è segnato dagli accordi presi
dal vecchio schema, non lo rifiutiamo, e estraiamo persino proposte concrete
all’interno di questo modello a breve scadenza. Tuttavia il sogno di quella
pace mondiale, il sogno di un “noi” che non ci faccia vergognare per la fame,
la malattia, l’analfabetismo, la necessità estrema, necessita -oltre che di
radici- di ali per volare. Sappiamo che vi è una globalizzazione neoliberista
distruttiva, ma vi è anche un mondo interconnesso che dobbiamo affrontare non
come un problema ma come una sfida, possiamo, sulla base delle realtà
nazionali, intercambiare conoscenza, complementarci, integrare mercati, ma al
tempo stesso dobbiamo intendere che vi sono problemi che ormai non hanno più
soluzione nazionale, né una nube radioattiva, né i costi mondiali, né
un’epidemia, né il riscaldamento del pianeta o il buco dell’ozono sono problemi
nazionali. Mentre progrediamo verso un nuovo modello delle Nazioni Unite che
faccia suo e vero questo “noi” dei popoli, vi sono quattro riforme urgenti e
irrinunciabili che estrapoliamo da questa Assemblea. La prima è l’espansione
del Consiglio di Sicurezza tanto nelle sue categorie permanenti come nelle non
permanenti, permettendo l’entrata a nuovi paesi sviluppati e a paesi in via di
sviluppo come nuovi membri permanenti. La seconda, è il necessario
miglioramento dei metodi di lavoro per aumentare la trasparenza e non per
ridurla, per aumentare l’inclusione. La terza, consiste nella soppressione
immediata -lo diciamo da anni dal Venezuela- del veto nelle decisioni del
Consiglio di Sicurezza, questa vestige elitaria è incompatibile con la
democrazia, incompatibile anche solo con l’idea di uguaglianza e di democrazia.
In quarto luogo il rafforzamento del ruolo del Segretario Generale, le sue
funzioni politiche nell’ambito della democrazia preventiva, deve essere
consolidato. La gravità dei problemi chiama a trasformazioni profonde, le mere
riforme non bastano per recuperare il “noi” che aspettano i popoli del mondo,
al di là delle riforme reclamiamo dal Venezuela la rifondazione delle Nazioni
Unite, e come ben sappiamo in Venezuela, grazie alle parole di Simón Rodríguez,
il Robinson di Caracas: “O inventiamo o sbagliamo”.
Nella riunione del passato gennaio di quest’anno 2005 al Social Forum Mondiale
di Porto Alegre, diverse personalità hanno chiesto che la sede delle Nazioni
Unite uscisse dagli Stati Uniti se continuano le violazioni della legalità
internazionale da parte di questo paese. Oggi sappiamo che non sono mai
esistite armi di distruzione di massa in Iraq, il popolo statunitense è sempre
stato molto rigoroso nell’esigere la verità ai propri governanti, i popoli del
mondo anche: non ci sono mai state armi di distruzione di massa e malgrado ciò,
e al di sopra delle Nazioni Unite, l’Iraq è stato bombardato, occupato e
continua ad esserlo. Perciò proponiamo a questa Assemblea che le Nazioni Unite
escano da un paese che non rispetta le risoluzioni di questa Assemblea. Altre
personalità, allo scorso Social Forum, hanno proposto come alternativa una
Gerusalemme trasformata in città internazionale. E’ una proposta che racchiude
la generosità di proporre una risposta al conflitto che vive la Palestina, ma
forse ha spigolosità che rendono difficile portarla a compimento. Per questo portiamo
qui un’altra proposta, ancorata nella “Lettera di Giamaica”, che scrisse Simón
Bolívar, il grande Liberatore del Sud, in Giamaica, nel 1815, 190 anni orsono.
Lì, Bolívar propose la creazione di una città internazionale che servisse come
sede all’idea dell’unità che pianificava. Bolívar era un sognatore che sognò
ciò che oggi è la nostra realtà.
Crediamo che sia tempo di creare una città internazionale aliena alla sovranità
di qualsivoglia Stato, con propria forza morale per rappresentare le Nazioni del
mondo, ma questa città internazionale deve riequilibrare cinque secoli di
disequilibrio. La nuova sede delle Nazioni Unite dovrà essere al Sud. “Anche il
Sud esiste!” ha detto Mario Benedetti. Questa città che può essere già
esistente, o possiamo inventarla, potrebbe trovarsi laddove sono collocate
varie frontiere o in un territorio che simbolizzi il mondo, il nostro
Continente è a disposizione per offrire il suolo sul quale edificare
l’equilibrio dell’universo del quale parlò Bolívar en 1825.
Signore, signori, affrontiamo oggi una crisi energetica senza precedenti, in un
mondo nel quale si combinano pericolosamente un inarrestabile incremento del
consumo energetico, l’incapacità di aumentare l’offerta di idrocarburi e la
prospettiva di un declino delle riserve provate di combustibili fossili. Inizia
a scarseggiare il petrolio.
Nel 2020 la domanda diaria di petrolio sarà di 120 milioni di barili il che
significa, anche senza tenere conto della futura crescita della domanda, che si
consumerà in 20 anni una quantità simile a tutto il petrolio che l’umanità ha
consumato fino ad ora, ciò significherà inevitabilmente un aumento delle
emissioni di diossido di carbonio che, come si sa, incrementa ogni giorno la
temperatura nel nostro pianeta.
Katrina è stato un doloroso esempio delle conseguenze che può provocare l’uomo
ignorando queste realtà. Il riscaldamento degli oceani è, a sua volta, il
fattore fondamentale che sta dietro il terribile incremento nella forza degli
uragani che abbiamo visto negli ultimi anni. Cogliamo l’occasione per
trasmettere ancora una volta il nostro dolore al popolo degli Stati Uniti, che
è un popolo fratello ai popoli dell’America e ai popoli del mondo.
In pratica, è eticamente inammissibile sacrificare la specie umana invocando in
modo demenziale la vigenza di un modello socioeconomico con una galoppante
capacità distruttiva. E’ suicida insistere nel disseminarlo e imporlo come
rimedio infallibile per i mali di cui esso è, precisamente, la principale
causa.
Poco tempo fa il signor Presidente degli Stati Uniti nel corso di una riunione
dell’Organizzazione degli Stati Americani, ha proposto all’America Latina e ai
Caraibi di incrementare le politiche di mercato, l’apertura al mercato, vale a
dire, il neoliberismo, quando questo è precisamente la causa fondamentale dei
grandi mali e delle grandi tragedie che vivono i nostri popoli: il capitalismo
neoliberista, il Consenso di Washington che lo ha generado è il maggior
responsabile di miseria, diseguaglianza e tragedia infinita dei popoli di
questi continenti.
Ora più che mai abbiamo bisogno, signor Presidente, un nuovo ordine
internazionale. Ricordiamo che all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
celebrata nel 1974, alcuni di quelli che sono qui non erano ancora nati o erano
molto giovani.
Nel 1974, 31 anni fa, si adottò la dichiarazione e il programma di azione del
nuovo Ordine Economico Internazionale, insieme al piano di azione l’Assemblea
Generale adottò, il 14 dicembre di quel medesimo 1974, la Carta dei Diritti e
dei Doveri Economici degli Stati che rese concreto il Nuovo Ordine Economico
Internazionale. Esso fu approvato con la schiacciante maggioranza di 120 voti a
favore, 6 contro e 10 astenzioni. Ciò accadde quando ancora si votava alle
Nazioni Unite. Ora qui non si vota più, ora qui si approvano i documenti come
questo documento che denuncio a nome del Venezuela, nullo e illegale, perché
viola la normativa delle nazioni Unite, questo non è un documento valido!
Bisogna discutere questo documento, il Governo del Venezuela lo farà conoscere
al mondo, ma nel frattempo noi non possiamo accettare la dittatura aperta e
schiacciante delle Nazioni Unite, queste cose sono fatte per essere discusse e
a questo proposito mi appello molto rispettosamente ai miei colleghi Capi di
Stato e Capi di Governo.
Questo documento, scritto solo in inglese, è stato consegnato cinque minuti fa
ai delegati e si è approvato con un martellamento dittatoriale, che denuncio
dinnanzi al mondo come illegale, nullo e illegittimo.
Ascolti una cosa, signor Presidente, se noi accettiamo questo documento, siamo
spacciati, abbiamo spento la luce e chiuso le finestre! Se accettiamo la
dittatura di questa sala, è la fine.
Ora più che mai -dicevamo- abbiamo bisogno di ritessere cose che abbiamo
smarrito nel cammino, come la proposta approvata in questa Assemblea nel 1974
di un Nuovo Ordine Economico Internazionale. Ricordiamo che l’Articolo 2 del
testo di quella Carta, conferma il diritto degli Stati di nazionalizzare le
proprietà e le risorse naturali che si trovano in mano ad investitori
stranieri, proponendo al tempo stesso la creazione di cartelli di produttori di
materie prime. Nella Risoluzione 3.201 del maggio del 1974, è espressa la
determinazione ad agire con urgenza per stabilire un Nuovo Ordine Economico Internazionale
basato - ascoltatemi bene, vi prego- “nell’equità sovrana, l’interdipendenza,
nell’interesse comune e la cooperazione fra gli Stati qualsiasi siano i loro
sistemi economici e sociali, che correggano le diseguaglianze e riparino le
ingiustizie fra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo, e assicurino
alle generazioni presenti e future, che la pace, la giustizia e lo sviluppo
economico e sociale si acceleri a ritmo sostenuto”, chiudo le virgolette, stavo
leggendo parte di quella Risoluzione storica del 1974.
L’obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il
vecchio ordine concepito a Breton Woods.
Credo che il Presidente degli Stati Uniti abbia parlato quasi 20 minuti ieri,
qui, così mi hanno detto, io chiedo il permesso, Eccellenza, di terminare il
mio discorso.
L’obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il
vecchio ordine economico concepito a Breton Woods nel 1944, e che aveva vigenza
fino al 1971, con il crollo del sistema monetario internazionale: solo buone
intenzioni, nessuna volontà per progredire in questa strada, e noi crediamo che
questa fosse e continui ad essere la strada.
Oggi i popoli reclamano, in questo caso il popolo del Venezuela, un nuovo
ordine economico internazionale, ma risulta anche imprescindibile un nuovo
ordine politico internazionale, non permettiamo che un pugno di paesi tenti di
reinterpretare impunemente i principi del Diritto Internazionale per dare
copertura a dottrine come la “Guerra Preventiva” adesso ci minacciano con la
guerra preventiva! e la ora chiamata “Responsabilità di Proteggere”, ma
dobbiamo chiederci chi ci proteggerà e come ci proteggerà.
Io credo che uno dei popoli che richiede protezione sia il popolo degli Stati
Uniti, lo abbiamo ora visto dolorosamente con la tragedia del Katrina: non ha
un governo che lo protegga dai disastri annunciati della natura, se quello di
cui stiamo parlando è di proteggerci l’uno con l’altro; questi sono concetti
molto pericolosi che va delineando l’imperialismo, esso va delineando
l’interventismo e cerca di legalizzare la mancanza di rispetto e di sovranità.
Il pieno rispetto dei principi del Diritto Internazionale e alla Carta delle
Nazioni debbono costituire, signor Presidente, la pietra miliare delle relazioni
internazionali nel mondo di oggi, e la base del nuovo ordine che propugnamo.
Permettetemi una volta ancora, in conclusione, di citare Simón Bolívar, il
nostro Libertatore, quando parla dell’integrazione del mondo, del Parlamento
Mondiale, del Congresso di Parlamenti, è necessario riprendere molte proposte
come quella bolivariana. Diceva Bolívar in Jamaica, nel 1815 - l’ho già citato-
leggo una frase della Carta di Giamaica. “Che bello sarebbe sarebbe se l’istmo
di Panama fosse per noi ciò che è quello di Corinto per i greci, magari un
giorno avessimo la fortuna di istallare lì un congresso dei rappresentanti
delle repubbliche, dei regni, per trattare e discute degli alti interessi della
pace e della guerra, con le nazioni delle altre parti del mondo. Questa specie
di corporazione potrà avere luogo in qualche epoca della nostra rigenerazione”.
Ceramente, urge affrontare in modo efficace il terrorismo internazionale, ma
non usandolo come pretesto per scatenare aggressioni militari ingiustificate
che violano il Diritto Internazionale e sono diventate dottrina dopo l’11
settembre. Solo una vera strategia di cooperazione, e la fine della doppia
morale che alcuni paesi del Nord applicano al tema del terrorismo, potranno
porre termine a questo orribile flagello.
Signor Presidente:
In appena 7 anni di Rivoluzione Bolivariana, il popolo venezuelano può esibire
importanti conquiste sociali ed economiche.
Un milione e 406 mila venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere in un
anno e mezzo, noi siamo circa 25 milioni e, fra qualche settimana, il paese
potrà dichiararsi libero dall’analfabetismo, e tre milioni di venezuelani prima
esclusi a causa della povertà, sono stati inseriti nell’educazione primaria,
secondaria e universitaria.
Diciassette milioni di venezuelani e venezuelane -quasi il 70% della
popolazione- ricevono, per la prima volta nella nostra storia, assistenza
medica gratuita, comprese le medicine e, in pochi anni, tutti i venezuelani
avranno accesso gratuito all’attenzione medica per eccellenza.
Si somministrano oggi più di 1 milione e 700 mila tonnellate di alimenti a
prezzi modici a 12 milioni di persone, quasi la metà dei venezuelani, un
milione dei quali li ricevano gratuitamente, in forma transitoria. Queste
misure hanno generato un alto livello di sicurezza alimentare nei più
necessitati.
Signor Presidente, si sono creati 700 mila posti di lavoro, riducendo la
disoccupazione di 9 punti percentuali, tutto ciò nel mezzo delle aggressioni
interne ed esterne, che includono un golpe militare preparato a Washington, e
un golpe petrolifero preparato anch’esso a Washington, malgrado le
cospirazioni, le calunnie del potere mediatico, e la permanente minaccia
dell’impero e dei suoi alleati, che stimola perfino il magnicidio (assassinato
di un capo di governo NdT). L’unico paese dove una persona si può permettere il
lusso di chiedere il magnicidio di un Capo di Stato sono gli Stati Uniti, come
è accaduto poco tempo fa con un reverendo chiamato Pat Robertson molto amico
della Casa Bianca: ha chiesto pubblicamente davanti al mondo la mia uccisione e
gira a piede libero, questo è un delitto internazionale, è terrorismo
internazionale!
Ebbene, noi lotteremo per il Venezuela, per l’integrazione latinoamericana e
per il mondo.
Riaffermiamo qui, in questa sala, la nostra infinita fiducia nell’uomo, oggi
assetato di pace e giustizia al fine di riuscire a sopravvivere come specie.
Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione,
giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino
a vedere l’America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo
alla nostra anima fino a quando non sarà salva l’umanità.
Signori, molte grazie.
Traduzione perlumanita.it di Marina Minicuci
15 de septiembre de 2005