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fonte www.solidnet.org
dal Partito comunista del Venezuela, 4 luglio 2007
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Come Chavez ha cambiato la vita nei territori tribali
Maurice Lemoine
03/07/2007
Quando nel 1999 Hugo Chávez fu eletto presidente del Venezuela, uno dei suoi primi viaggi fu a Saimadoyi, la piccola capitale della tribù di Barì nella catena montuosa della Sierra de Périja, nello stato occidentale di Zulia, vicino al confine colombiano e in prossimità del lago di Maracaibo- una foresta di trivelle su un mare di petrolio, che ha fornito materiale al Venezuela fin dal 1922. Ma, fino all’avvento di Chávez, nel Barí si viveva una misera esistenza nelle soiacas, case di fango coperte con un tetto di palme: "Non avevamo l’elettricità, vivevamo al buio. Lui è arrivato e ha detto che ci avrebbe fatto avere l’elettricità."
Il presidente ha mantenuto la sua parola e spedito generatori a Saimadoyi e nei villaggi dei dintorni e in più fornì un grande campo di pallacanestro, un dispensario medico, una scuola, borse di studio per studenti ed un minibus per connettere le comunità. Tutto pagato dal governo. Così come una mandria di bestiame bovino per la confinante comunità di Bachichira. Hector Okbo Asokma, il cacique di Saimadoyi, con le sue 700 anime, gli è grato: "Con l’arrivo di Chávez le cose sono realmente cambiate. Qui lo amiamo molto."
Ma ogni volta che Chávez risolve un problema, ne sorge un altro. Raggiunta Saimadoyi con l’elicottero non ebbe modo di vedere la pista che funge da strada. Per il viaggio da Machiques, la città più vicina, a 80 km, noi abbiamo dovuto stringerci su un rustico minibus carico di borse, mastelli, ceste, pneumatici di ricambio e di 16 persone. Tentammo di rilassarci finché i suoi freni lo consentirono, visto che poi rovinò giù da un ripido pendio verso un stagno fangoso. Le rive servirono a bloccarci e non ci furono incidenti. Faceva così caldo che i passeggeri diedero il benvenuto l'acqua fresca che schizzò dai finestrini.
Dopo un prolungato lavoro di riparazione prendemmo di nuovo posto ma presto si giunse al primo fiume. Era piovuto sulle vette circostanti ed il corso d’acqua era un torrente in piena, impossibile da attraversare. Dovemmo tornare indietro. Un passeggero scrollò le spalle: “E’sempre così. Non possiamo mai pianificare niente."
Il problema da Saimadoyi a Machiques si manifesta continuamente. Durante i temporali tutto il traffico si ferma e se i passeggeri restano presi i tra due fiumi, devono passare la notte nella giungla con i mosquitos. L'unica alternativa è inerpicarsi per un pericoloso sentiero di montagna, caricandosi di bagaglio e bambini. “Questo rende la vita difficile se si deve prelevare qualcuno per un ricovero d'emergenza in ospedale”, ha detto Alvaro Akondakai Konta, uno dei Barì. Altri passeggeri erano ancora più critici: “ Che ne è dei milioni di bolivar che il governo spende. Dove vanno a finire? Noi vogliamo una strada vera. E ponti!”
Orgoglio e tenacia
Questo i Barí (o Motilone) stanno rivendicando. Al tempo dei conquistadores essi si erano fatti la reputazione di essere coraggiosi ed orgogliosi, dopo che avevano resistito agli spagnoli con lance e frecce. A Madrid e a Siviglia furono messi in rima: "Los indios Motilones/Te cortaron los cojones" (gli indios Motilones tagliarono le vostre palle).
Anche la prima repubblica venezuelana non riusciva a trattare con loro. Furono disprezzati come "selvaggi" e per anni ammazzarne uno non era considerato un vero reato criminale. Loro usavano frecce, e gli altri pallottole. I Barì furono tra le ultime popolazioni indigene a tenere lontani i missionari Cappuccini e la "civilizzazione." Essi scesero giù dalle montagne solamente negli anni sessanta e si stanziarono nei villaggi, a contatto con i Creoli (bianchi non-indiani o mezzo-sangue).
I Barì (socialisti di natura) si diedero da fare per tirar fuori il nostro "minibus di Chávez" ed un altro che apparteneva ad un prete (un cappellano spagnolo che vive con i Barì da 30 anni; che non è un rivoluzionario ma un devoto.) Poi siamo tutti di nuovo risaliti e abbiamo potuto superare il fiume Ogdavia; ma la pioggia era tornata a fare un torrente che tagliò nuovamente la strada per Saimadoyi. La gente si lamentava che non sarebbero venuti in aiuto né quelli Caracas, né il governatore di Zulia, chiunque egli fosse e il cui nome nessuno ricordava (che, nei fatti, è Manuale Rosales, l'unico governatore di opposizione). La gente ricollegava vagamente che era stato un candidato di opposizione alle elezioni presidenziali del 2006. "Lui voleva sostituire il nostro comandante Chávez ma noi non gli vogliamo bene; lui non ha mai fatto niente per noi."
Eravamo tutti con l’acqua alla vita. Un uomo attaccò con una catena i relitti galleggianti trascinati dagli elementi che ostruivano il letto del fiume causando un’inondazione di riflusso delle acque. Ognuno sapeva quello che doveva fare. Tagliarono un albero, poi un altro. Li sistemarono dietro ai massi più grandi. Spingevano, tiravano, sfacchinavano; si fermarono a riprendere fiato e ricominciarono. Un giorno di lavoro senza interruzione per preparare una diga e deviare la corrente, e poi riempire il guado con massi e pietre per renderlo praticabile. Alla fine il primo minibus eruppe in un applauso. La strada era aperta, ma per quanto tempo?
Secondo il censimento del 2001 il Venezuela ha 35 diverse tribù indigene; 535,000 persone, il 2,1% della popolazione. Essi vivono nelle regioni più remote e popolate e, fino ai tardi anni ‘90, soffrirono tutti ugualmente sotto il governo venezuelano che praticava la politica più retriva del continente verso i popoli indigeni.
Ripagare il debito
Le cose cambiarono quando, nel 1998, Chávez fu eletto. Orgoglioso della propria nonna Pumé, egli si propose come campione dei popoli indigeni. Quando era ancora un candidato promise di “ripagare questo debito storico” dovuto dallo stato e proseguì coerentemente quando mise a punto la nuova assemblea costituente bolivariana nel 1999. Alcune tribù, come i Wayuú, sono bene assimilate nelle aree urbane; altre, come i Yanomani, vivono nella giungla amazzonica ed hanno pochi contatti con il mondo di fuori. Ma le tribù indigene sono relativamente giovani, isolate dal resto di società e politicamente divise, specialmente il Wayuú di Maracaibo che sostengono i partiti politici più tradizionali, come Azione Democratica.
Mentre in Ecuador o in Bolivia forti movimenti indigeni scuotono regolarmente la politica, ciò non accade in Venezuela dove, secondo il sociologo ed antropologo Daniel Castro: "Spazi politici vennero aperti dai Creoli, non dalla pressione della popolazione indigena. Tuttavia, il tentativo di Chávez di ricostruire il paese ha riacceso vecchie aspettative circa il recupero della terra e la difesa di un modo di vita." Nel luglio 1999 Chávez invitò i popoli indigeni a prendere parte alla stesura della Costituzione e i 600 delegati del Consiglio Nazionale degli Indiani Venezuelani (Conive) elessero tre rappresentanti all’Assemblea Nazionale. Insieme ai 128 delegati creoli, presentarono le proposte stese dalla loro schiera. Loro dovevano poi ottenere che passassero.
Ci furono posizioni contrarie, amplificate dai media, delle compagnie che sfruttano le risorse naturali: l'opposizione. Da parte di Chávez, la Commissione Sicurezza e Difesa (ex ufficiali dell’esercito) denunciò una possibile infrazione della sovranità nazionale ed un colpo all'integrità nazionale. L'argomento durò fino al 3 novembre 1999 quando i Diritti dei Popoli Indigeni passarono. Questi erano alla base del capitolo 8 della Costituzione, ratificato con un referendum dal 71% dei venezuelani (con una percentuale di partecipazione del 60%). È la Costituzione più progressista per i diritti degli indigeni del continente americano. Ciò che era uso essere, nel migliore dei casi, un atteggiamento paternalistico è stato sostituito da una politica di riconoscimento e partecipazione (si vedano i ‘Nuovi Diritti’).
Giungemmo nel nord-est a Tucupita, dove la strada si ferma e dà luogo all’enorme Delta Amacuro attraverso il quale l'Orinoco si getta nell'Atlantico. Un intrico di canali incrocia nella giungla tra le foreste di mangrovie nel territorio di Warao. Piante acquatiche e di loto sono sospinte dalla corrente. La nostra canoa procedeva nella notte in mezzo al fiume con il suo motore ansimante. Improvvisamente vedemmo dei puntini luminosi: Guarakajara de la Horqueta. Il pontili di sbarco si profilavano illuminati al piede di ogni palafitta delle abitazioni. Queste non avevano nessuno muro, solo un tetto basso coperto di palme. Un generatore era in moto. José Grégorio Aramillo, un giovane Warao di Tucupita, disse: “Il presidente ha detto che ogni villaggio dovrebbe avere l'elettricità. Ed il telefono.” Ne indicò uno su una mensola. "Le persone si stanno abituando a chiamarsi l'un l'altra. Ci sono stati molti cambiamenti grazie a questo governo. Ma noi siamo sempre Warao e dobbiamo preservare la nostra lingua e il nostro modo di vita." Questa può essere una sfida: una ventina di abitanti del villaggio erano seduti su un pavimento di legno di palma ad osservare un gruppo ecuadoriano alla televisione attraverso un lettore DVD. Sullo schermo ragazze in esigui slip e reggiseno stavano dimenando tutto, le anche e i seni.
Niente lavoro, nessun aiuto
Guarakajara ha circa 500 abitanti, che vivono dei loro manufatti, qualche coltivazione (soprattutto granturco), cacciando e pescando. I Warao (" padroni della canoa") un tempo erano nomadi ma da anni si sono stabilizzati. I calabashi svuotati hanno lasciato il posto alle bacinelle di plastica, arco e frecce ai fucili. Ma le risorse locali sono fuori gestione e c'è malnutrizione. Alcuni Warao lavorano per la scuola o l’ambulatorio e adesso anche per la televisione. Altri non hanno niente. “ Qui non c'è lavoro, nessuno ci aiuta.” Hanno assimilato solo parzialmente il nuovo modo di vivere e, anche se loro parlano della foresta, del fiume, di natura e ambiente, ognuno butta quello che non serve nell'acqua insieme a lattine, buste di plastica e bottiglie. Il risultato è un accumulo puzzolente.
Il delta è abbandonato al suo destino. "Il governo ci ha dato molti motori fuoribordo per aiutarci a muoverci attorno", ci ha detto un Warao. I consigli comunali, sorti nel 2006 per dare alle comunità una voce e gestire i loro bilanci, hanno stanziato risorse. Deserios Silva dice: "Abbiamo votato per il nostro bilancio ed io sono responsabile per questo. Questa è una novità ed è una buona cosa. Ma io non ho avuto istruzione, non so come stendere un progetto." Le cose sono ad un punto morto.
Maria Chavy è una coordinatrice del ministero per la partecipazione popolare e lo sviluppo sociale (Minpades). Si muove tra i quattro municipi del delta (Tucupita, Casa Coíma, Antonio Díaz e Pedernales) per addestrare personale e rafforzare istituzioni locali. Ha avuto qualche successo. Grazie ai consigli comunali, le 19 comunità indigene di Pedernales hanno fatto progetti per la pesca, le coltivazioni e l’artigianato. Altrove, come in Guarakajara, la situazione è più complessa. "I Warao seguono la natura e hanno una tradizione orale. Il nostro ruolo è insegnare loro a comunicare con le istituzioni per facilitare queste a trattare con loro." Ci sono molti ostacoli, nonostante la chiara volontà politica del governo. "Siamo frequentemente in conflitto con i politici che vengono nelle comunità e cambiano i progetti. E purtroppo in alcuni casi le risorse vanno a vantaggio solo di pochi."
"Solo perché noi siamo indiani non vuol dire che siamo perfetti" ha detto Daniel Castro. "Anche da noi ci sono corruzione e conflittualità" anche qui nel delta, a La Culebrita. Il progetto del consiglio comunale era di comprare 10 piccole barche e reti per aiutare i pescatori; costruire latrine decenti; provvedere l'elettricità. L'unico generatore diesel dovrebbe funzionare gratuitamente 24 ore per 7 giorni, con sussidi del governo e municipali. Ma tutti si lagnano che il Warao incaricato al generatore "Lo accende solamente alle 4 del pomeriggio e poi lo ferma alle 10, con il pretesto che potrebbe rompersi se lo tenesse sempre acceso. E ci fa pagare per quelle poche ore di diesel." Il resto del combustibile può finire fra i contrabbandieri del labirinto acquatico del delta. Le isole di Trinidad e Tobago, dove il gasolio a basso costo al mercato nero aumenta di valore, non sono molto lontane. A La Culebrita nessuno è diventato ricco ed il magro reddito dei manufatti ora serve a pagare l'elettricità.
Una democrazia verticale
I consigli comunali sollevano problemi. I Barì sono organizzati tradizionalmente in una democrazia verticale che integrano disinvoltamente. Ma il caciques, i consigli degli anziani e gli sciamani dei Warao e Yupa considerano arroganti i nuovi eletti che minano la loro autorità tradizionale, e ci sono divisioni. Il popolo indigeno di Merida è intimidito dalla presenza di statisti in cravatta alle loro feste tradizionali, che spesso conservano una base di potere locale.
I popoli indigeni non hanno lo stesso concetto di tempo e denaro dei Creoli. Non hanno alcuna idea di investimento. Daniel Castro osserva "La ragione per cui i consigli comunali hanno avuto tanto successo, è perché sono stati adottati a livello di radicamento popolare. Con gli indiani la situazione è più complicata ma loro capiscono quello che sta accadendo e tentano di tradurlo nella loro propria visione delle cose. Ciò richiede più tempo qui che altrove nel paese ma sta cominciando a pagare.”
I Barí sono soddisfatti di alcune cose. "I governi precedenti non facevano niente. Noi abbiamo dei problemi ma Chávez ci aiuta e gli siamo grati per questo." Ma hanno ancora loro motivi di lamentele. La Legge della Terra è passata nel gennaio 2001. Essi delimitarono il loro territorio dopo lunghe discussioni tra anziani e capi, insegnanti di scuola e contadini. Segnarono le montagne che appartennero ai loro antenati ed i loro luoghi sacri, e non prestarono troppa attenzione agli "ecologisti" né ai Creoli autoproclamatisi anarchici che li esortavano a chiedere di più, cui dissero che i Barí un tempo avevano occupato tutta la terra di Maracaibo," dalla zona di frontiera del Río de Oro, al Río Santa Rosa, 2.000 ettari".
L'ottobre scorso il governo promise loro gli atti della loro terra collettiva. "E da allora, nulla." "Tutto si è fermato" Nessuno sembra sapere quello che sta succedendo. Alcuni pensano che, a causa della bassa densità di popolazione indigena nella regione (solamente1.600 persone) il governo potrebbe creare un latifondo, un grande appezzamento di terreno privato, alienando la terra. Altri biasimano l'inerzia e l'inefficienza degli addetti civici. Ma c'è anche chi parla delle forze armate, in relazione al fatto che i Barì stanno acquisendo così tanta autonomia in una zona sensibile per la sicurezza, vicino al confine colombiano, e agli interessi dei grandi possidenti. La vera preoccupazione è che le società di estrazione abbiano un ovvio interesse a fermare la demarcazione territoriale.
La legge sancisce che una volta che le tribù possiedono la loro terra, esse devono essere consultate per lo sfruttamento delle sue risorse. Saranno loro a decidere. Questo rappresenta un progresso perché prima ("prima del nostro presidente Chávez"), le compagnie di escavazione erano libere di devastare i fiumi e le foreste, libere da vincoli di protezione ambientali, di accumulare ingenti profitti esenti da imposte. C'erano frequenti conflitti, qualche volta violenti, tra le tribù e la polizia, la guardia nazionale e l'esercito.
Riserve strategiche
I principali stati indigeni, Amazonas, Bolivar e Zulia, hanno considerevoli riserve strategiche: uranio, oro, altri metalli preziosi e carbone. I Barì lo hanno sempre saputo. Quando gli statisti ed i possidenti si interessarono della Sierra de Périja, crebbero banconote invece degli alberi e iniziò la devastazione. E ciò non è negativo solo per i Barí. L’acqua della sierra fornisce Maracaibo, dove l’approvvigionamento è spesso carente.
Sotto le presidenze precedenti vennero aperte due miniere di carbone nel nord di Zulia, nello stato abitato da Wayuú, Barí e Yukpa. Istituzioni statali connesse a multinazionali come la Società Sviluppo Regione Zulia (Corpozulia) e la sua sussidiaria Carbozulia stanno facendo pressioni per sviluppare gli affari. Hanno manovrato per due anni, qualche volta in conflitto con le popolazioni indigene. Le miniere, per estrarre, trasportare ed esportare il carbone, impiegano 7.000 persone, inclusi molti Wayuú. "Loro non difendono la loro terra," ha detto un Barí di Karañaka, nella Sierra de Périja, "Loro si vendono a chiunque arriva, appena offre loro soldi. È diverso con noi Barí."
Nel 1999 a Saimadoyi, Chávez confermò che il carbone non sarebbe stato scavato se ciò avesse provocato un danno ambientale. Ciononostante, la dilazione nel processo di demarcazione della terra permise sviluppi curiosi. Gruppi di "ecologisti" organizzarono campagne anti-Chávez, accusandolo di avere collegamenti con le multinazionali. I gruppi erano esigui per numero ma avevano media considerevoli, coperti attraverso internet. Essi includevano l’Ong ambientalista Homo et Natura, che era sostenuta all'estero da siti web progressisti e da pagine web finanziate dalla Fondazione Rockefeller. Daniel Castro dice che “Qualcuno strumentalizza gli indiani nella difesa dei propri interessi. Quando andiamo a verificare loro non dicono la stessa cosa. E qualche volta dicono anche l'opposto."
Dal canale Tivù di stato Vive, i venezuelani hanno imparato che gli "ecologisti" non parlano per i popoli indigeni, che hanno la loro propria voce. Il Barì hanno parlato su Vive e sono stati ascoltati. A marzo, su disposizione presidenziale, il ministro dell'ambiente, Yubiri Ortega de Carrizalez, annunciò che il governo non avrebbe autorizzato nuove miniere in Zulia o l'espansione di quelle esistenti. Il governo ha adottato una visione di lungo termine ed ora sta considerando una strategia di sviluppo diversa che potrebbe includere agricoltura, mandrie di bestiame e turismo.
I progetti proliferano: la demarcazione del territorio negli stati di Anzoategui e Monagas, barche-ambulanza per i fiumi Amazonas, Bolivar ed Apure, pannelli solari per le comunità di Apure e distribuzione di cibo nel delta di Amacuro. La rivoluzione può essere faticosa ma non ha lesinato sulle organizzazioni: l'Istituto Regionale degli affari indigeni (che dipende dal governo), la Divisione Regionale degli affari indigeni, missioni politiche come Gaicaipuro (politica sociale), Robinsón (per l'alfabetizzazione), Rivas (per l’istruzione secondaria), Barrio Adentro (per la salute). Anche quelli coinvolti sono confusi, come il capo di Karañaka: "Un giorno si presenta un addetto civile, il giorno seguente un altro, e poi un altro; noi non ci capiamo nulla."
Per rimediare alla situazione nel 2006 fu istituito il Ministero dei Popoli Indigeni, guidato da Nicia Maldonado e furono nominati dei coordinatori locali. Daniel Castro osserva: "Si deve tracciare una distinzione tra il dibattito politico e quello che sta accadendo sul territorio. Non è che siano in contraddizione, è solo che hanno luogo in differenti lassi di tempo.
" I successi si realizzano lentamente sul territorio. Ma almeno sappiamo dove stiamo andando."
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org di BF