www.resistenze.org - popoli resistenti - venezuela - 10-04-08 - n. 223

da Rebelión - www.rebelion.org/noticia.php?id=65702
 
A sei anni dal golpe, Washington cerca la guerra con il Venezuela
 
Eva Golinger - Rebelión 
08/04/08
 
Ho fatto un sogno strano. Stavo parlando con Gorge W. Bush e gli dicevo che se solo avesse parlato con il Presidente Chavez, si sarebbe potuto risolvere tutto. Sapevo che l’onestà, la sincerità e l’affetto di Chavez avrebbero potuto convincere persino il diavolo. Purtroppo, però, questo sogno è troppo lontano dalla realtà.
 
Invece di volergli parlargli, Bush vuole mettere Chavez - e tutto il suo paese - nella lista degli stati terroristi: classificazione che aprirà la porta all’invocazione della Dottrina della Guerra Preventiva. A sei anni dal nefasto golpe contro il comandante Chavez e la rivoluzione bolivariana, da Washington rullano i tamburi di guerra.
 
Nell’aprile del 2002, Il Venezuela e il Presidente Chavez non comparivano in nessuna lista di minacce, preoccupazioni o pericoli per gli USA. Sì, stavano finanziando partiti politici, ONG, sindacati e camere di commercio dell’opposizione attraverso la NED. Promuovevano anche la dissidenza dentro le forze armate ed in seguito hanno appoggiato il golpe di aprile. Ma è stato dopo, nel giugno del 2002 che la USAID è arrivata nel paese, e ha piazzato il suo Ufficio per le Iniziative verso una Transizione (OTI), con finanziamenti per oltre dieci milioni di dollari per alimentare il conflitto interno. Poi hanno appoggiato il sabotaggio economico del dicembre 2002, durato fino a febbraio del 2003, provocando molti danni all’industria petrolifera e all’economia venezuelana, ma che è finito col rafforzare la resistenza rivoluzionaria a fronte del golpismo fascista.
 
Washington era sempre presente, plaudendo gli sforzi dell’opposizione (ben finanziati e pianificati dall’impero), ma non considerava ancora il Venezuela come una minaccia di livello preoccupante. Più che altro confidava negli alleati di sempre, quel movimento dell’oligarchia venezuelana che aveva ottenuto l’avallo di Washington dai tempi del patto di Punto Fisso.
 
E’ stato soltanto dopo la sconfitta del referendum revocatorio, quando hanno consegnato a Chavez e alla rivoluzione una vittoria netta, che i falchi del nord si sono resi conto che in Venezuela c’era davvero un problema. L’opposizione, cui avevano dato fiducia ciecamente, li aveva ingannati. Quelli non avevano né il sostegno della maggioranza né la capacità di sconfiggere il capo di stato venezuelano ed il suo movimento rivoluzionario. Tutto ciò che avevano raccontato a Bush e ai suoi soci, erano frottole.
 
Condoleezza Rice, allora in carica alla Sicurezza Nazionale, si rese conto del grave errore commesso, l’aver confidato in un gruppo di oligarchi risentiti che non erano riusciti a far fuori Chavez neanche dopo colpi di stato, sabotaggi economici e un referendum revocatorio finanziato con più di nove milioni di dollari della NED e della USAID. Poco dopo, quando Condoleeza assunse l’incarico di Segretario di Stato, decise di prendere il controllo della situazione.
 
La fiducia riposta nell’opposizione aveva consentito che Chavez diventasse un lider internazionale. Aveva permesso che in America Latina arrivassero al potere una quantità preoccupante di governanti socialisti e di sinistra. Ciò aveva cominciato a minacciare seriamente il dominio degli USA nella regione e il suo controllo sull’economia dell’emisfero. Per di più, con la guerra in Iraq che costava molto di più di quanto immaginato inizialmente e che continuava a durare,Washington e i suoi alleati cominciavano a preoccuparsi per le riserve petrolifere a livello internazionale.
 
A questo punto non era più possibile permettere che le maggiori di riserve petrolifere mondiali restassero in mano di un capo di stato socialista e antimperialista. Un uomo che stava diventando una guida del movimento rivoluzionario per tutto il continente, lo stesso che gli USA considerano come il loro “cortile di casa”.
 
La politica di Condoleeza Rice ha rimesso a fuoco la strategia di Washington nei confronti del Venezuela. E’ stata lei a definire per prima Chavez una “forza negativa nella regione”. Lei che ha diretto il Dipartimento di Stato affinché classificasse il Venezuela come una minaccia alla sicurezza della regione. Solo mesi dopo, la CIA e il Pentagono hanno seguito le sue orme collocando il Venezuela fra le priorità per le forze di intelligence e della difesa.
 
L’anno seguente, con un Chavez rieletto da una maggioranza ancora più schiacciante, e l’annuncio della strada verso il “socialismo del XXI secolo”, Washington aveva le mani nei capelli.
 
Evo Morales era diventato presidente della Bolivia e in Ecuador stava per capitare qualcosa di simile. In Argentina, Uruguay, Nicaragua, ovunque guardassero, i paesi della regione si stavano liberando delle catene imperiali, e per Washington tutto lasciava intendere che il responsabile era Chavez (con un Fidel che lo guidava da dietro). Sicché nel 2006 la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato annunciano che il Venezuela è stato messo nella lista dei “paesi che non collaborano a sufficienza nella lotta contro il terrorismo”. Lista che non include nessun altro paese oltre al Venezuela. Era un avvertimento, un avviso per Chavez e il popolo venezuelano, che diceva chiaro: “se non cambiate politica ci arrabbiamo”.
 
Abbiamo visto una primavera piena di manovre militari, portaerei, sottomarini nucleari, incrociatori con missili ed ogni tipo di navi da guerra degli USA e dei paesi della Nato girare sulle coste venezuelane in chiaro atteggiamento intimidatorio. Poi, è cresciuto il tentativo di causare conflitti tra il Venezuela e i suoi vicini; prima con Curazao e le Antille olandesi, che i media dicevano Chavez volesse invadere per annetterle. Poi con la vicina Guyana; circolavano voci che fosse imminente un’occupazione venezuelana del territorio conteso fra i due stati confinanti.
 
Infine, nel 2007 e all’inizio del 2008 sono riusciti ad agitare il conflitto tra Venezuela e Colombia, che non si è trasformato in qualcosa di più grave grazie al sostegno delle nazioni latinoamericane.
 
Queste prove di conflitti regionali hanno fornito agli USA il pretesto per aumentare la loro presenza militare nella regione e per convincere l’opinione pubblica internazionale che Chavez è una fonte di problemi. Contro il Venezuela e contro il Presidente Chavez la guerra mediatica è più forte che mai. La tattica della demonizzazione del lider viene usata allo stesso modo nei media statunitensi, europei e latinoamericani.
 
A sei anni dal golpe contro il Venezuela, la rivoluzione e il comandante Chavez, è stato lo stesso Bush a sollecitare la collocazione del Venezuela nella lista degli stati terroristi. Il Congresso degli USA ha promosso l’approvazione della Risoluzione 1049, che definisce il Venezuela uno stato terrorista per i suoi rapporti con le FARC, insieme a Cuba, Iran, Siria e Corea del Nord, cui Washington ha già applicato questa etichetta. Questa etichetta giustificherebbe qualunque azione unilaterale contro il Venezuela, un’invasione militare, un assassinio del lider o l’occupazione di un territorio regionale per garantire gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati.
 
Il 28 marzo di quest’anno, il Comando Operazioni Speciali del Dipartimento della Difesa degli USA ha dato il via alla “Operazione Libertà Duratura - Caraibi e America Centrale”. Non si tratta di grandi manovre, di esercitazioni tramite una manovra militare fittizia. E’ un’operazione militare vera e propria che ha dispiegato un battaglione d’élite della Guardia Nazionale e una Task Force, che comprende portaerei, sottomarini, aerei da combattimento, cacciabombardieri, ecc.
 
Per preparare la difesa e la risposta degli USA contro la minaccia di terrorismo nella regione.
 
A sei anni dal golpe fallito contro la rivoluzione, Washington intensifica la sua guerra contro il Venezuela e i suoi alleati nella regione. Il 4 di maggio ci sarà un referendum a Santa Cruz, in Bolivia, promosso, finanziato e avallato dagli USA che cerca così di creare un’autonomia federale – un paese indipendente – in quella regione ricca di risorse naturali e di reddito. Il risultato di questo processo colpirebbe tutto il continente e aprirebbe le porte ai movimenti separatisti che cercano la disintegrazione dell’unità latinoamericana e il recupero della dominazione imperiale di Washington.
 
A sei anni dal golpe, siamo più forti, più uniti, più coscienti, ma molto, molto più minacciati. L’urgenza di un blocco regionale contro l’imperialismo e contro l’ingerenza USA è più urgente che mai. Come il popolo venezuelano si è riversato nelle strade per difendere la sua costituzione, la sua democrazia, il suo presidente, la sua rivoluzione, oggi i popoli dell’America Latina devono unirsi e respingere la Guerra Imperiale che si avvicina come una tormenta alle coste della rivoluzione continentale.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR