www.resistenze.org
- popoli resistenti - venezuela - 17-06-11 - n. 369
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Intellettuali criticano Chávez: strategie in collisione, via istituzionale o guerra prolungata
Marxismo e idealismo nella lotta contemporanea
16/06/2011
Nell’ultimo decennio si è acutizzata in America Latina, una velata contraddizione tra le forze anticapitaliste: la via armata o il cammino istituzionale per la conquista e la difesa del potere. Nella prospettiva della rivoluzione socialista, lotta armata o lotta elettorale, sono entrambi dei metodi. In quanto tali, dovrebbero essere assunti come tattiche da adeguare alle circostanze o alle possibilità attuali, che possono pure trasformarsi nel loro contrario sulla base degli avvenimenti. Ma in un medesimo periodo storico, questi stessi metodi, concepiti come strategie, difficilmente possono coesistere e prima o poi uno dovrà fondersi nell’altro, oppure finiranno con lo scontrarsi frontalmente.
Due casi recenti, risonanti nell’area militante internazionale, danno corpo a questa drammatica collisione. Si tratta della detenzione in Venezuela e dell’immediata deportazione in Colombia di Joaquiín Pérez Becerra, seguita un mese dopo dalla detenzione di Guillermo Torres Cueter (alias Julián Conrado), che sta per essere deportato, mentre scrivo. Il primo è il direttore di un’agenzia di stampa con sede a Stoccolma, vicina alle Farc; il secondo, un comandante di quest’organizzazione, noto al suo interno come cantautore. Su questo secondo caso, un gruppo di intellettuali ha emesso una denuncia. Prima di ogni altra considerazione bisogna dire che questa dichiarazione critica implica un’ingiustizia contro Hugo Chávez e i suoi sforzi per contribuire alla difficile soluzione dei problemi del popolo e dei rivoluzionari colombiani. Ma andiamo oltre. Il più noto dei firmatari é István Meszaros. Un uomo colto e coerente. Ha elaborato idee di gran valore per i rivoluzionari. Ha sostenuto difficili posizioni in tempo di alta marea. Ha superato la difficile prova di essere il segretario di Lukacs e di insegnare in università britanniche. Peccato che tutto ciò sia finito, come si presumerebbe dalla logica formale, in un salto mortale verso l’idealismo, quando ha dovuto analizzare una rivoluzione viva in un momento cruciale. I firmatari hanno trasformato un fatto certamente penoso in un argomento per scaricare un giudizio lapidario contro una rivoluzione vivente, che sta brigando nel vortice della transizione in una situazione senza precedenti. Lo hanno fatto a margine di ogni considerazione, circa il contesto in cui la decisione di Chavez è stata presa. Il loro cavallo di battaglia è fermo su principi e simboli. Ma né gli uni, né gli altri sono sufficienti, quando si deve dare una risposta ad un problema nato nel fragore di una rivoluzione. Non è questo il caso di analizzare la improvvisa trasformazione di Meszaros, che da paladino premiato della Rivoluzione Bolivariana è diventato il primo accusatore di una cosiddetta “controrivoluzione” in Venezuela. Stupisce che un uomo della sua formazione non abbia individuato e denunciato prima, i segni di una tale degenerazione della Rivoluzione Bolivariana e definisca la sua posizione su di un singolo fatto preciso. Per ora, si può solo affermare con certezza che il compagno rispettabile abbia lasciato da parte la sua cultura marxista.
La rivoluzione, la genuina, tanto agognata e sempre originale rivoluzione, non é più nel tempo dei simboli. C’è un’attualità travolgente a cui tutto si deve adeguare. Se i principi ed i simboli non ci riescono o si negano a farlo, fatalmente si troveranno frontalmente contro di essa. Inalberare simboli e principi come bussola per la conduzione politica, può essere comprensibile e pure necessario, quando sia assente la forza viva della rivoluzione. Ma quando quella arriva, continuare con questa condotta equivale ad emarginarsi - e spesso mettersi contro - il flusso storico.
Carlo Marx lo diceva in altro modo (lo abbiamo citato infinite volte): “Lo sviluppo del sistema delle sette socialiste e del vero movimento operaio sono sempre in rapporto inverso fra loro. Mentre si giustifica (storicamente) l’esistenza delle sette, la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Quando raggiunge la sua maturità, tutte le sette sono essenzialmente reazionarie” (1).
L’idea che si possa condurre una lotta politica con allegorie, porta all’equivoco e da lì al disastro. Perché la borghesia è molto preparata in materia di appropriazione e manipolazione dei simboli, come stiamo provando a carissimo prezzo in Argentina nel caso delle Madri di Plaza de Mayo. La classe dominante sa anche burlarsi dell’incapacità per l’azione di chi pratica l’uso astratto dei principi, fino a ottenere che buona parte dell’attività politica, lasci qualunque nozione di principio per impantanarsi nel pragmatismo e nell’opportunismo. Oggi la rivoluzione vive una realtà. Non richiede né frasi né gesti; esige studio sistematico, analisi, dibattito, agire organizzato.
Schemi invece di fatti
E’ proprio del pensiero metafisico separare alcune formule, definendole “principi", dalla realtà concreta. Qui s’intenda concreto, nel suo senso etimologico: con-crescere. Il concreto, non è ciò che é piccolo e immediatamente palpabile, ma tutto il contrario: il divenire, verso il tutto. Conoscere il con-crescere di un fenomeno richiede fatica ed attitudini. I principi si estraggono, si modellano e diventano tali a partire da questa conoscenza, da cui l’azione organizzata è inseparabile. Quando arriva l’ora di una genuina rivoluzione, al calore della lotta si forgiano nuovi principi e appaiono nuovi simboli. E coloro che non vogliono o non possono lasciarsi toccare dal tifone di forze incontrastate - questo è una rivoluzione - rimangono attaccati a “principi” inabili per definizione, per dare risposte alla realtà. E’ prevedibile che ci sarà chi risponde con sarcasmo e ingiurie, paragonando questa proposizione alla real politik, alla difesa di qualunque arbitrio, l’abbandono di ogni condotta morale. Ma stiamo parlando di materialismo storico, di dialettica materialista. E non inventiamo niente. L'errore teorico dietro la posizione dei firmatari della lettera di denuncia, l’ha già individuato con precisione Federico Engels nel suo dibattito con Düring, nel 1877:
"Gli schemi logici non possono riferirsi a forme di pensiero; ma qui non si tratta delle forme dell’essere, del mondo esterno ed il pensiero non può mai ottenere e inferire queste orme di sé stesso, ma solo del mondo esterno. Con ciò si inverte interamente la situazione: i principi non sono il punto di partenza della ricerca, ma il suo risultato finale e non si applicano alla natura ed alla storia umana, ma si astraggono da essa; non sono la natura né il regno dell’uomo, quelli che si reggono secondo i principi, ma questi sono corretti nella misura in cui concordano con la natura e con la storia… (la concezione del Sr. Dühring) é idealista, inverte completamente la situazione e costruisce artificialmente il mondo reale partendo dal pensiero di certi schematismi, schemi o categorie, che esistono in qualche posto prima del mondo e dall’eternità” …(2).
Non sarebbe esagerato supporre che qualcuno dei firmatari integri le fila - cresciute negli ultimi anni nel mondo accademico - che denunciano Engels e lo separano da Marx. Se fosse il caso, ciò darebbe luogo ad un altro dibattito produttivo. Da parte mia, sostengo che il corpus engelsiano - e questo concetto, come tutto il capitolo che lo contiene - lungi dal contrapporsi alla teoria scientifica della rivoluzione - é un puntale, senza il quale il marxismo si trasforma in religione o parola vuota. Dice la lettera degli intellettuali in difesa di Julián Conrado: "Gli argomenti citati dal governo venezuelano per giustificare la misura (sollecitudine dell’Interpol, accordi con Bogotà, ecc,) sono inaccettabili e pure ridicoli”. S’intenda bene: Interpol, accordi con il colombiano (e il compimento della propria Costituzione venezuelana) sono argomenti ridicoli. Ecco qui idee estratte dal proprio pensiero. Completo disprezzo per la realtà, al punto di definirla “ridicola”. Per quel che so, i firmatari della lettera non sono comparsi pubblicamente insieme, prima del caso di Joaquiín Pérez Becerra. Io avevo emesso immediatamente una dichiarazione: “(Pérez Becerra) Non dovrebbe essere deportato al suo paese d’origine. Non perché cittadino svizzero che vive a Stoccolma da due decenni. Ma perché essendo un nemico dell’oligarchia colombiana - la più organica e selvaggia del continente - dovrebbe essere preservato da simile circostanza”. Dopo aver chiarito che questa conclusione non poteva essere disdetta, ho sottolineato che la questione non finiva lì e richiedeva un altro angolo d’interpretazione: “C’é in corso una rivoluzione in America Latina. E in conseguenza, una controrivoluzione, efficiente e straordinariamente potente.” Ho sostenuto (in questa e altre tribune), che in America esiste in modo simbolico il partito rivoluzionario emisferico; i cui dirigenti sono Fidel Castro, Hugo Chávez ed Evo Morales. Per questo, ho sostenuto senza remore la possibilità di costruire una V Internazionale [cioè, aggiungo ora, passare dai simboli alla concrezione] quando Hugo Chávez la propose, sono già passati un anno e mezzo. La straordinaria diversità e complessità delle forze antisistema nella regione, necessitano di un punto di coerenza e comando unificato.
Il giorno in cui Joaquín Pérez Becerra arrivava a Caracas, cominciavano ad arrivare anche i cancellieri di tutta l’America Latina e dei Carabi, per una riunione preparatoria della Celac (Comunita degli Stati Latino Americani e Caraibici). Il 5 luglio prenderà corpo a Caracas quest’organizzazione, che per la prima volta darà luogo a un’istanza regionale senza la presenza degli Stati Uniti. In altre parole: é il certificato di morte della sinistra OEA. Una vittoria senza precedenti contro l’imperialismo statunitense. Non è cruciale per il difficile processo di convergenza latinoamericana, la creazione della Celac? E’desiderabile, strategicamente positivo, impedire la sua formazione? Chi ha maggior interesse a bloccare la realizzazione di quest’obiettivo? Non era un ovvio proposito della CIA, segnalare il Venezuela come santuario delle Farc per abortire l’incontro fondativo di luglio? Non calzava come un guanto la provocazione imperialista, la presenza di Pérez Becerra a Caracas in questo momento? Una direzione rivoluzionaria seria, responsabile, non può eludere queste questioni. Sono, letteralmente, questioni di vita o di morte. Non per un individuo, ma per milioni. Gli USA preparano una guerra d’invasione contro la nostra regione, come quella che hanno iniziato in Nord Africa e Medio Oriente, con l’aggressione devastatrice contro la Libia, sommandola a quelle già esistente in Irak, Afganistan e Pakistan.
Chi lavora per decisione o inavvertenza, contro la creazione della Celac, sta facendo qualcosa di molto grave. Chi sottovaluta il fatto che il Dipartimento di Stato muova tutti i suoi tentacoli per cercare di far crollare l’ovvia fragilità dell’architettura regionale, non può reclamare il titolo di avanguardia. E chi si appella alla politica dei fatti compiuti, dopo non può lamentarsi perché di fronte a sé trova pure fatti compiuti” (3). Era prevedibile che l’imperialismo e i suoi apparati di spionaggio e sabotaggio, incluso il governo colombiano, avrebbero continuato le provocazioni per abortire la Celac. E che eventuali azioni come quella che ha dato luogo al caso Pérez Becerra, dovessero ripetersi, avranno lo stesso risultato. In assenza di un organo dirigente o come minimo, coordinatore, delle forze rivoluzionarie, è evidente che la strategia della Rivoluzione Bolivariana si scontra con quella delle Farc in questioni tanto elementari, come mandare un giornalista in momenti un cui si realizza un incontro internazionale o mantenere quadri clandestini in territorio venezuelano; due esempi che sono lontani dal completare la lista. Chávez ha spiegato circa il caso Conrado, che gli organi di sicurezza dello Stato hanno ricevuto la denuncia della presenza di un irregolare e hanno operato senza sapere di chi si trattava. Risultò essere un comandante delle Farc. Chávez ha aggiunto: “lo abbiamo fatto tenendo fede ai nostri impegni e continueremo a farlo”. Per i firmatari della lettere, é ridicolo adempiere gli accordi col governo colombiano perché di ultradestra; farlo con l’Interpol é poi semplicemente una cosa da traditori.
Ma cosa propongono: Niente. Condannano soltanto. Il silenzio si spiega: non potrebbero certo raggiungere un accordo per proporre l’abbandono del percorso - che dura da 12 anni - della Rivoluzione Bolivariana e cominciare la guerra aperta con la Colombia e gli Stati Uniti, con l’ovvia e immediata distruzione di Unasur e Celac. Allora stanno zitti. Si attengono ai “principi”: un quadro delle Farc anche se sta in territorio venezuelano per conto suo, non può essere consegnato al suo governo, criminale e nemico di entrambi. Bene. Ma ci sono altri principi in questione: che fare con la strategia fino ad ora vigente - e vittoriosa! - della Rivoluzione Bolivariana? Chavez e il PSUV, non hanno obblighi di principio con le muse venezuelane, ma con milioni di uomini in lotta in America latina e nel mondo. La coerenza con la Costituzione e le leggi venezuelane non é un principio? Non sarà un principio fare tutto il possibile per evitare il pretesto che cerca Washington: una guerra tra Venezuela e Colombia, prologo dell’ingresso i quel del teatro bellico degli Stati Uniti e del loro apparato guerresco? O non è forse vero che gli Stati Uniti stanno preparando la guerra contro i nostri popoli e tengono il Venezuela nel mirino e col dito sul grilletto? Agire in funzione di evitare questo pretesto, o più precisamente, in funzione di far sì che la maggior parte della popolazione mondiale e specificamente latinoamericana capisca che l’agire violento degli USA contro l’America Latina è solo ed esclusivamente un’azione controrivoluzionaria unilaterale, non dovrebbe essere considerato una priorità in questo momento storico? E’ quindi evidente che c’è uno scontro di principi, risultante dalla collisione di strategie. L’errore dei compagni firmatari è di concezione e di metodo: agiscono in base ad un pensiero idealista e non entrano nell’analisi della realtà concreta. Non solo sbagliano: si allontanano dal problema da risolvere e si collocano nella notte metafisica, dove, come sappiamo, tutti i gatti sono leoni.
Il vero dibattito
Non soltanto in Venezuela si apre la strada in ambito istituzionale, cercando di eludere o ridurre al minimo la violenza. Ci sono pure Bolivia ed Ecuador, più gli altri paesi dell’ALBA, tra i quali non si devono ignorare i casi di Cuba e Nicaragua, seppur da diversi punti di partenza.
Devono, oppure no, le Farc, considerare questa realtà come fattore determinante del loro agire all’estero? Cosa pesa di più al momento di prendere una decisione su questo terreno: il cammino preso da questi processi rivoluzionari (a loro volta diversi fra loro) o la logica propria delle Farc? Da cui dipende pure il modo in cui continuerà la sua lotta quest’antica organizzazione che ha ricevuto la solidarietà di migliaia di rivoluzionari in America Latina. Questo dibattito non è esclusivo delle Farc, certo parte da loro e a loro si subordina in ciò che riguarda la politica interna. Il fatto è che in materia internazionale, ci sono altri protagonisti. Continuare con la politica dei fatti compiuti, non è soltanto un errore che produce dei conflitti di difficile soluzione. Il vero dibattito allora è: che strategia si deve adottare su scala latinoamericana. Una strategia diversa determina diversi principi, che tuttavia, come questi, non può essere definitiva. Come ammette la lettera di denuncia: “per anni il Presidente Hugo Chávez ha chiesto il riconoscimento delle Farc come forza rivoluzionaria belligerante”. Gli accordi firmati da Chávez con Santos (quei compromessi che la lettera definisce ridicoli) hanno permesso che il presidente colombiano facesse questo riconoscimento di fatto e aprisse la possibilità di un riconoscimento di diritto, il quale, a sua volta, potrebbe aprire nuovi percorsi per la Colombia. Non ho ragioni per cambiare il mio punto di vista e il mio agir politico rispetto alla Rivoluzione Bolivariana e al suo principale dirigente, Hugo Chávez (4). Allo stesso modo, non cambierò una pratica consolidata di solidarietà con la militanza delle Farc, che non ha mai implicato identificazione con concezioni e metodi. Se le contraddizioni in materia di strategia e tattica tornano a contrapporre questa organizzazione con le politiche fissate dalla dirigenza della Rivoluzione Bolivariana (e lo stesso vale per Bolivia, Ecuador, ecc), continuerò a lavorare per la creazione di un’istanza organizzativa che permetta di elaborare e inquadrare queste differenze, ma senza ambiguità, rispetto all’agire necessario per mantenere la linea di marcia tracciata. Ci sarà sempre spazio per discutere misure puntuali, la cui adozione richiede la conoscenza esatta di condizioni e circostanze. In cambio, non c’è spazio per condannare quello che in questo momento della storia, offre l’unica possibilità di unire i popoli del continente contro l’imperialismo e il capitalismo.
Buenos Aires, 11 giugno 2011.
1.- Lettera di Marx a Bolte; Marx-Engels, corrispondenza. Ed. Cartago, pag. 260. 2.- Federico Engels, Anti-Dühring; OME/35; Critica; pag. 36.
3.- Si veda Luis Bilbao, La deportación de un militante, América XXI N° 73; mayo de 2011; (http://www.americaxxi.com.ve/notas/ver/la-deportaci-oacute-n-de-un-militante)
4.- Rimando il lettore ai miei libri e articoli sulla questione, specificatamente Venezuela en Revolución - Renacimiento del Socialismo; Capital Intelectual, Buenos Aires, octubre de 2008.
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|