www.resistenze.org - popoli resistenti - venezuela - 05-11-15 - n. 564

Bisogna superare il sistema rentieristico

Dando impulso alla produzione nazionale e alla partecipazione operaia e popolare

Edgar Meléndez * | prensapcv.wordpress.com (I, II e III parte)
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/10/2015

Attenendosi al suo programma, basato sull'analisi oggettiva della realtà oggettiva, il PCV ha da decenni contrassegnato il modello economico venezuelano come rentieristico e per questo improduttivo e votato all'importazione, collocato in una zona di dipendenza dell'imperialismo (specialmente delle transnazionali nordamericane).

In conclusione di questa analisi e sulla base della nostra visione marxista (che alcuni insistono con ostinazione a distorcere chiamandola "a tappe") non ci sarà possibilità oggettiva di trasformazione profonda e rivoluzionaria della società venezuelana se non si produrrà una trasformazione di egual misura nel modello economico nazionale.

Per questo da molti anni insistiamo nel dire che ogni conquista popolare rivendicata sarà sempre effimera se non basata sulla trasformazione rivoluzionaria del modello economico-produttivo da cui dipende ed è con questa trasformazione che il Venezuela è in debito, perché proprio da qui scaturisce la delicata situazione nella quale versa attualmente il nostro paese.

Superare il capitalismo

I popoli del mondo non hanno bisogno di particolari spiegazioni per comprendere che il modello capitalista non garantisce loro accesso alla ricchezza socialmente prodotta (e che in futuro lo farà sempre meno) e per questo intuiscono la necessità di una trasformazione sociale. Da ciò ne scaturisce che i popoli, senza fare assurde apologie del concetto di "popolare", sono nella sostanza rivoluzionari.

Quindi non sorprende che nonostante la ferrea persecuzione, la diffamazione e il bombardamento mediatico, che durante il periodo del "puntofijismo" [1] si scatenò contro la sinistra in generale e contro i comunisti in particolare, il popolo abbia accolto con molta speranza l'esortazione che il presidente Chavez fece nel 2005 al Forum di San Paolo: "Bisogna superare il capitalismo tramite il socialismo".

Malgrado ciò, pur riconoscendo il carattere rivoluzionario che tale appello apportava all'obiettivo strategico del processo in atto dal 1999 (che abbiamo contraddistinto come una nuova fase della lunga lotta rivoluzionaria antimperialista del nostro popolo), va detto che, coerentemente, il passo successivo sarebbe dovuto essere l'avvio di un profondo e ampio dibattito chiarificatore nella nostra società, che puntasse all'organizzazione della classe operaia e del popolo lavoratore, ponendoli all'avanguardia del compito storico di una rottura con il capitalismo, della conquista rivoluzionaria del potere e dell'inizio della edificazione socialista. Purtroppo non è stato così.

A iniziare fu invece una massiccia campagna di deformazione del concetto di socialismo scientifico con categorie e metodi pseudo-innovativi, con parole d'ordine e slogan contro quello che lo stesso presidente Chavez giunse a mettere in guardia nei suoi ultimi mesi di attività (come quando raccontava l'aneddoto della "utopia socialista") e si pretese di sostituire e frenare il marxismo-leninismo come legittima "guida per l'azione", nonostante una immensa e comprovata pratica storica.

Il socialismo esprime valori di fraternità, umanesimo e molti altri ancora, a condizione che questi esistano nella pratica produttiva, materiale e concreta, che si esprime nella socializzazione dei mezzi di produzione fondamentali, per mezzo della presa del potere da parte della classe operaia.

Per questo il socialismo, come formazione economica di transizione tra il capitalismo e il comunismo, è molto più che una parola d'ordine.

Non è possibile fare equiparazioni o comparazioni tra la Rivoluzione bolscevica e l'attuale processo di cambiamento in Venezuela, specialmente in riferimento alla forza al potere. Dobbiamo però studiare e apprendere le grandi lezioni che ci ha lasciato la costruzione del primo stato degli operai e dei contadini nella storia dell'umanità.

Una di queste grandi lezioni è la necessità dello sviluppo delle forze produttive e, in generale, della base materiale concreta che prepara e proietta verso la costruzione del socialismo.

La collettivizzazione delle campagne nell'Unione Sovietica iniziata nel 1929 e l'incremento della produzione cerealicola e alimentare ottenuta attraverso i kolchoz – in una dura battaglia contro gli elementi reazionari (kulaki) -, non solo fu al centro del Primo piano quinquennale, ma rappresentò il cemento dello sviluppo industriale del paese. E per l'appunto il Pcus esercitò una attenta direzione su una questione così centrale dalla quale dipendeva, secondo la loro stessa definizione, la possibilità concreta della trasformazione sociale.

"La collettivizzazione ha realizzato uno straordinario sconvolgimento politico, economico e culturale e ha impegnato le masse contadine sulla via del socialismo". (Ludo Martens, "Stalin, un altro punto di vista")

Gli antecedenti di questo duro ma prodigioso avvenimento, che richiese al popolo e alla sua organizzazione d'avanguardia enormi sacrifici, fu conseguenza della decisione assunta dal partito nel 1921 – dopo quattro anni di guerra civile seguiti alla presa del potere – di "mettere in marcia l'industria su di una base socialista" i cui risultati cominciarono a vedersi tra gli anni 1922 e 1926, in buona misura sotto l'impulso della Nuova politica economica (Nep).

Nel nostro paese, una delle debolezze teoriche, dalle logiche conseguenze pratiche, è stata la confusione tra una innegabile redistribuzione della rendita petrolifera a beneficio delle masse e la costruzione di un nuovo modello economico (che alcuni insistono a chiamare "socialista").

Qualche mese fa abbiamo letto con preoccupazione le dichiarazioni del Commissario presidenziale delle imprese recuperate, occupate, nazionalizzate, create e alleate, sulla necessità di ricorrere al capitale privato per il "rilancio delle imprese dello stato".

In Venezuela, non solo non siamo nel socialismo, ma nemmeno nella sua fase di transizione e l'urgenza consiste nel superare il modello economico rentieristico, improduttivo, mono-esportatore e pluri-importatore.

La preoccupazione riguardo l'affermazione dell'alto funzionario non è una dogmatica negazione del ruolo che può svolgere il capitale privato in un periodo di liberazione nazionale. Essa sorge perché tutti gli indicatori segnalano che nel corso di oltre 16 anni, come inoltre ha opportunamente denunciato il PCV, la borghesia nazionale ha raggiunto livelli record di arricchimento, in grande misura in modo parassitario, come già avvenuto storicamente nel passato, attingendo dalla nostra rendita petrolifera. E se questo non bastasse, ora alcuni funzionari con alte responsabilità ci annunciano che per avanzare è necessaria questa borghesia.

Il PCV ha indetto un ampio dibattito nazionale rivoluzionario sul modello economico venezuelano, ha presentato inoltre una serie di proposte per una politica economica nuova e rivoluzionaria. E' tempo di dare inizio a questo dibattito, di identificare le vere cause della situazione attuale e prendere i correttivi opportuni.

Dobbiamo impedire che la destra internazionale e i suoi referenti locali traggano un reale vantaggio dagli errori o dalle omissioni attuali e pregresse, che possono ancora trovare rimedio contando sulla forza del popolo lavoratore organizzato e su di una direzione rivoluzionaria.

Il sistema rentieristico non solo è contrario alla produzione, ma è una conseguenza della sua mancanza. Se ci atteniamo ad un approccio materialistico della storia, il lavoro, come trasformazione della natura per la soddisfazione delle necessità, è la base di ogni trasformazione socio-economica. Per questo motivo il sistema rentieristico rende impossibile la costruzione di una società sviluppata.

Il nostro modello economico - rentieristico, mono-produttore e pluri-importatore - che è già difficile da collocare all'interno del quadro del capitalismo, tanto meno è utile alla costruzione del socialismo senza il preventivo sviluppo delle forze produttive – in termini economici – e senza la direzione politica della classe operaia.

Anche riconoscendo la complessità e i molteplici fattori che incidono sulle attuali condizioni di sviluppo del processo bolivariano, è innegabile, come affermato dal PCV, che il nocciolo della questione sia la crisi del nostro modello economico. Questo modello va superato in modo rivoluzionario per poter parlare di una patria sovrana. Questo dicevamo nel 6° Congresso (1980) e a maggior ragione lo diciamo oggi nel quadro dell'attuale processo bolivariano, spiegando che senza questa trasformazione non solo non sarà possibile la liberazione nazionale ma si metteranno in pericolo le conquiste popolari di questi 16 anni, che col tempo diverranno insostenibili.

E' chiaro che la sola trasformazione da un modello improduttivo a uno produttivo non garantisce il socialismo. Ma se questa trasformazione è promossa da un governo antimperialista, anti-oligarchico e popolare (come quello che abbiamo dal 1999), essa potrà servire alla creazione delle condizioni oggettive e soggettive per un salto qualitativamente rivoluzionario come è la conquista del potere da parte della classe operaia, segnato dallo sviluppo delle forze produttive e dalla istituzione di rapporti socialisti di produzione.

Per questo, non solo abbiamo lanciato nel dibattito pubblico proposte politiche ed economiche molto concrete, come quelle contenute nel documento da noi chiamato "Nuova e rivoluzionaria politica economica", ma stiamo inoltre proponendo un serio e profondo dibattito sul modello economico venezuelano che permetta di costruire una piattaforma di azione rivoluzionaria votata alla sua trasformazione.

La storia non lascia margini al dubbio. Le trasformazioni rivoluzionarie della società si sono sempre manifestate in ultima istanza nella sfera politica, riassumendosi nella questione centrale di quale classe ha il potere. Tuttavia, come ben insegnano i classici del marxismo-leninismo, queste si vanno generando lentamente ma senza pause nella base economica.

Il modello economico venezuelano si sta esaurendo. Noi rivoluzionari dobbiamo porre tutto il nostro impegno, talento e lavoro per ottenere urgentemente una sua trasformazione, per consolidare la sovranità politica e risolvere le cause strutturali dei gravi problemi di scarsità, speculazione e inflazione, con la partecipazione da protagonista del popolo lavoratore.

* Membro del Comitato Centrale del Partito Comunista del Venezuela (PCV)

NdT

1. Il Patto di Punto Fijo fu un accordo tra i partiti Acción Democrática (AD), Partido Socialcristiano (Copei) e Unión Republicana Democrática (URD) firmato il 31 ottobre 1958 nell'omonima città di Punto Fijo, nel nordovest del Venezuela, pochi mesi dopo la caduta della dittatura militare di Pérez Jiménez e prima delle elezioni del dicembre dello stesso anno. Obiettivo del patto era l'esclusione del Partito Comunista del Venezuela dal governo


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