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Il Venezuela sotto tutela straniera

Tribuna popular | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Febbraio 2026

Donald Trump governa il Venezuela. La leadership del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) si è trasformata in un consiglio di amministrazione, apparentemente piuttosto efficiente per gli interessi di Washington

In pochi giorni è stato eliminato un secolo di pensiero nazionalista petrolifero, e Petróleos de Venezuela (Pdvsa) è passata dall'essere un simbolo di sovranità a fungere da semplice supervisore della Casa Bianca.

Chris Wright, segretario all'Energia di Trump e nuovo responsabile del settore petrolifero venezuelano, ha già effettuato la sua prima ispezione. Prima di lui è arrivato nientemeno che John Ratcliffe, capo della Central Intelligence Agency (CIA).
Non si tratta di gesti diplomatici: è la messa in scena della tutela.

Il piano di controllo statunitense sembra strutturarsi in tre fasi: stabilizzazione, ripresa economica e transizione.

La prima consiste nel mantenere la calma.
Si tratta di un saccheggio controllato. Washington non desidera il caos; per utilizzare il gergo creolo, niente bochinche [disordini]. L'obiettivo è garantire condizioni stabili per la riorganizzazione dell'enclave petrolifera sotto la supervisione straniera.

La seconda fase è ben nota al popolo venezuelano: la promessa di risollevare le precarie condizioni di vita in cui ci troviamo. Superbigote [Superbaffo, Maduro] non è riuscito a farlo; ora sarebbe il turno di Superman. Tuttavia, l'unica cosa che arriva nelle tasche della classe lavoratrice sono le promesse. Gli stipendi sono congelati da quasi quattro anni.

Delcy Rodríguez parla di un "fondo speciale", ma non menziona nemmeno per errore il ripristino dei salari e delle pensioni. Nel frattempo, Fedecámaras si sfrega le mani: la sua vecchia aspirazione di istituzionalizzare l'eliminazione già esistente dei diritti dei lavoratori - sanciti dalla Costituzione - è più vicina che mai.

La terza fase è l'incerto pantano della cosiddetta transizione.
Ci sono scenari per tutti i gusti, ma il denominatore comune tra il discorso degli aggressori e quello dei tutelati è che le elezioni con piene garanzie per ripristinare il filo costituzionale non sono una priorità. Tutto fa pensare che l'obiettivo sia un altro: trasformare il Venezuela in un paradiso funzionale agli interessi del capitale transnazionale. La democrazia, semmai, verrà dopo.

Il Paese è stato trascinato in un vicolo cieco. Eppure, non sono pochi coloro che si rifiutano di accettare che siamo condannati alla condizione di colonia. Oggi più che mai dobbiamo tenere alta la bandiera del genuino anti-imperialismo. L'élite al potere cerca di screditarlo appellandosi a un presunto "pragmatismo", con cui cerca di nascondere la situazione catastrofica in cui ha condotto il Paese mentre si aggrappava al potere a tutti i costi, anche sequestrando la volontà popolare e reprimendo coloro che rivendicavano legittimamente i propri diritti.

Se l'aggressione militare era un banale canto delle sirene presentato come soluzione alla crisi politica e sociale venezuelana, credere ora che Trump restituirà la dignità ai lavoratori è una pericolosa illusione. L'imperialismo non invade per emancipare i popoli, ma per garantire gli affari. Non viene a salvare i salari né a rafforzare i diritti dei lavoratori, ma ad assicurare risorse strategiche e margini di profitto.

È vero che l'imperialismo statunitense costituisce la macchina da guerra più sofisticata del pianeta. Ma è anche vero che le forze rivoluzionarie, popolari e genuinamente democratiche possono ancora combattere battaglie politiche decisive.

La storia non è scritta.

Recuperare il destino nazionale e rimetterlo nelle mani del popolo venezuelano rimane un compito possibile e urgente.


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