La
NATO ha in più occasioni violato i principi umanitari da applicare in ogni
conflitto armato.
Questo
è, in sostanza, il messaggio contenuto in un rapporto che “Amnesty
International” ha divulgato oggi, ad un anno di distanza dalla fine dei
bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale della Jugoslavia. Il non
aver rispettato le regole fondamentali sancite nelle convenzioni di Ginevra del
1949, ha causato la morte di numerosi civili, dichiara Amnesty...
Il
rapporto dal titolo “Danni collaterali” contiene l’analisi dettagliata d’eventi
in cui le forze alleate del Patto Atlantico hanno agito senza tenere conto del
diritto umanitario internazionale nel selezionare i bersagli e scegliere i modi
con cui condurre gli attacchi. Tra le
norme vi è la proibizione di qualsiasi attacco diretto contro persone o
strutture civili, degli attacchi condotti in modo da non distinguere obiettivi
civili da obiettivi militari, e di quegli attacchi che - seppur condotti contro
obiettivi militari legittimi – comportano un impatto sproporzionato sui civili.
L’attacco alla sede centrale della
televisione e radio di stato serba avvenuta il 23 aprile ’99 è senza dubbio un
crimine di guerra, è scritto nel rapporto. “Uno strumento di propaganda non può
essere considerato un obiettivo militare”. Amnesty fa inoltre notare che tale
attacco è stato sproporzionato, avendo causato la morte di 16 civili con
l’unico risultato d’interrompere le trasmissioni per poco più di 3 ore.
Il rapporto è basato sulla raccolta di testimonianze e
sull’analisi dettagliata delle dichiarazioni ufficiali della NATO nonchè di
vario materiale prodotto da altre associazioni non governative indipendenti.
particolarmente importante è anche stato l’incontro di una delegazione di
Amnesty con vertici della NATO avvenuto il 14 febbraio scorso.
Il numero di civili morti durante le campagne di bombardamento
aereo non è noto con esattezza.
Le fonti della Repubblica
Federale Jugoslava non sono attendibili. Associazioni per i diritti umani
stimano gli eventi in cui sono stati colpiti dei civili in circa 90 unità, ed i
morti complessivi in circa 500.
Ma il punto non è
confrontare il numero dei civili uccisi dalla NATO con quelli uccisi dalle
altre fazioni, ha dichiarato Daniele Scaglione, presidente della Sezione
Italiana di Amnesty International, il punto è che molte di queste persone
sarebbero oggi ancora vive, se la NATO avesse rispettato le regole
internazionali sui conflitti armati.
Tra i principi imposti dal diritto umanitario internazionale vi
è quello secondo cui la sicurezza dei civili dovrebbe sempre essere posta come
prioritaria, rispetto a quella dei militari. Ancora, le convenzioni di Ginevra
sanciscono il dovere di sospendere un attacco ad un obiettivo militare, se si
verifica la possibilità di colpire dei civili. Durante i bombardamenti in
Kosovo e in Serbia, le forze NATO hanno sistematicamente violato questi
principi. In particolare durante le
prime azioni, per ridurre la possibilità di essere colpiti, gli aerei della
NATO volavano ad altezze di circa 4.500 metri, dalle quali, per stessa
ammissione dei responsabili NATO; è possibile distinguere un obiettivo militare
da uno civile, ma non è possibile verificare se nei pressi di quest’obiettivo
vi siano dei civili.
In diversi attacchi, inclusi quelli al ponte di Grdelica del
12 aprile, al ponte di Lunare il 1 maggio, al ponte di Varvarin il 30 maggio,
le forze NATO non hanno sospeso la propria azione, anche dopo essersi resi
conto che avevano colpito dei civili. In altri casi, tra cui gli attacchi
contro le carovane di profughi a Djakovica il 14 aprile e Korisa il 13 maggio,
le forze NATO hanno agito senza valutare preventivamente le proprie azioni.
La NATO e gli stati che ne fanno parte non si sono mai adoperati in modo adeguato per far luce sulle responsabilità nei vari eventi che hanno causato la morte di civili, eccezion fatta per il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado.
Il
rapporto mette in luce anche alcuni problemi generali che riguardano le possibilità
della NATO di agire coerentemente in difesa dei diritti umani. I paesi che fanno parte dell’alleanza
aderiscono in modo differente a diversi strumenti del diritto internazionale e gli
stessi vertici della NATO non sono in grado di verificare quali siano le leggi
di guerra che, invece, più volte hanno dichiarato di rispettare. Ancora, il
meccanismo decisionale all’interno della NATO è piuttosto complesso ed
impedisce di risalire alle reali responsabilità per i singoli casi.
Alla luce di quanto evidenziato nel suo rapporto, Amnesty International pur ricordando che è dovere d’ogni stato aderente alla NATO d’indagare seriamente sui crimini compiuti dalle proprie forze armate, ha raccolto con preoccupazione le notizie di qualche giorno fa secondo le quali il tribunale ad hoc per la ex Jugoslavia avrebbe deciso di non proseguire le indagini sulle violazioni del diritto umanitario che sarebbero state commesse dalle forze NATO. Roma 7 giugno 2000 Ufficio Stampa Amnesty International-