Elson Concepcion Pérez - 29/09/2002 -
(fonte Granma trad. Flavio Rossi)
Questa domenica [29 settembre] elezioni presidenziali in Serbia. Notizia di per sé irrilevante se non si trattasse di una nazione ancora convalescente per la feroce aggressione imperialista, quella che nel 99’ ha portato l’aviazione degli Stati Uniti e della Nato a bombardarla per 78 giorni e 78 notti, distruggendo il Paese ed uccidendo più di 2.000 dei suoi figli.
Oltretutto si tratta di una Serbia mutilata, con la provincia del Kosovo occupata da circa 40.000 soldati della Nato ed amministrata da una missione ONU che impedisce al Presidente della Repubblica di mettervi piede.
La vigilia elettorale di una situazione del genere non potrebbe essere più strana.
Eppure sembrerebbe che nelle montagnose terre balcaniche rimanga ancora spazio per le burle democratiche. Agli undici aspiranti alla presidenza - numero che mostra i “vantaggi” di un multipartitismo che disintegra quando non asfissia - , incluso l’attuale mandatario federale Vojislav Kostunica, non è stato permesso di viaggiare nella provincia del Kosovo per la campagna preelettorale, territorio che secondo la Costituzione appartiene alla Serbia. Susan Manuel, il portavoce ONU locale, è stata enfatica nel decidere tale divieto.
Il massimo dell’ironia è stato raggiunto dal fallito tentativo di Kostunica di negoziare una visita simbolica in Kosovo. L’amministrazione Nato, ha poi limitato la partecipazione elettorale degli abitanti del Kosovo a cinque distretti, in modo che neppure tutti i cittadini della provincia possono esercitare un diritto universale, ora manipolato e vilipeso dagli stessi che prima hanno bombardato, e dopo hanno occupato questa porzione della Jugoslavia. Quanto ai comizi serbi, non sembrano mostrare altro che il consolidamento delle ambizioni politiche, la lotta per il potere e la messa in atto delle misure economiche degli organismi finanziari internazionali che hanno sprofondato il paese nella crisi più grave della sua storia. La Serbia oggi ha il 35% della popolazione disoccupata – 350.000 persone sono state licenziate – ed è ancora sotto sanzioni di USA e UE per via di una supposta mancata collaborazione con il Tribunale Penale Internazionale, sebbene sia stato proprio il primo ministro serbo Zoran Djindic, che senza consultare né il Presidente né il governo federale, ha arrestato il Presidente di questa nazione, Slobodan Milosevic. Djindic in questi giorni ha viaggiato negli Stati Uniti in cerca di investimenti da parte di grandi imprese nordamericane e dell’appoggio alla diaspora serba in questo paese. Queste elezioni offrono le maggiori possibilità a due candidati: Vojislav Kostunica, con circa il 30% dei voti, seguito dal Vicepremier ministro serbo Miroljub Labus con due punti percentuali in meno del primo. Gli indecisi arrivano a 11,9%, mentre il poc’anzi ancora potente Partito Socialista che guidava Milosevic, arriva diviso e con poche possibilità di superare le attuali tendenze, infatti all’interno prevalgono sfumature antagoniste e frustrazioni.
In ogni caso, è chiaro che queste elezioni non cambiano nulla nello status di una parte di questo territorio – il Kosovo – occupato dalle forze della Nato sotto l’ombrello dell’ONU.