Nuova previsione catastrofica sulle conseguenze dell’uso dei proiettili all’uranio impoverito
A cura di Flavio Rossi
La conferma della contaminazione da uranio impoverito della Serbia meridionale
da parte dell’UNEP, la commissione dell’ONU che indaga sulla contaminazione dei
Balcani, era dell’aprile scorso. La contaminazione della Bosnia - Erzegovina e
della Repubblica Srpska è stata riconosciuta dall’OMS (Organizzazione mondiale
della Sanità) nel novembre, e nel gennaio 2003 anche dall’UNEP. Decine e decine
di siti ad altissimo rischio per la salute, luoghi popolati, contaminati per
sempre. Questo è il risultato, finalmente riconosciuto (a bassissima voce), dei
bombardamenti Nato del 99’.
Le accuse di quanti denunciavano il carattere criminale di quei bombardamenti,
allora zittiti dalle argomentazioni più comode di guerrafondai ed ipocriti,
trovano oggi progressivamente conferma.
Dopo la “Guerra del Golfo”, un altro disastro ambientale annunciato si è
puntualmente ripetuto;
tra gli “effetti collaterali” della campagna di bombardamenti sul Kosovo e la
Serbia, si può ora ufficialmente annoverare anche l’esposizione della
popolazione alle radiazioni emesse dalle particelle d’uranio impoverito
liberate nell’atmosfera e disseminate nella terra e nell’acqua dall’impatto dei
proiettili anticarro. Come già successo in Iraq fra militari (nemici ed amici)
e popolazione civile, un’ondata di malattie tumorali, letali e non, sta già
colpendo quelle regioni e coloro che ci vivono o erano presenti durante la
“guerra umanitaria”.
Certo, si tratta di un fenomeno poco visibile, che affiora agli onori della
cronaca dei media solo a tratti, in modo confuso o contraddittorio, perché
questa è una realtà patrimonio di pochi; di ristretti ambienti scientifici
accademici, di militanti attivi nell’opera di controinformazione, di volontari
che prestano solidarietà, ma soprattutto è dei disgraziati colpiti nel fisico
da qualche male, figlio di quei proiettili così efficienti.
Una realtà tragica, ma anche paradossale, evidente, eppure negata o
minimizzata, un incubo dei tempi che viviamo. C’è da provare angoscia in
quantità industriale, perché lentamente, le dimensioni della tragedia
aumentano, sono infatti sempre di più i comitati di scienziati che sulla base
di enormi quantità di dati incontrovertibili dimostrano la natura contaminante
di quelle munizioni. Ed ora, … se ne aggiunge un altro.
Secondo
quanto ha dichiarato uno studio dell’European Committee or Radiation Risk
(notizia riportata dal settimanale “Avvenimenti”), un organismo internazionale
di 30 scienziati indipendenti guidato da Chris Busby, ex consulente della
Difesa britannica per l’uranio impoverito, la radioattività prodotta dall’uso
di quei proiettili in guerra o esercitazioni, provocherà milioni di morti nel
mondo … 65 milioni.
Secondo Busby l’aumento del tasso di leucemia nella regione scozzese di
Dumfries e Galloway (8 per centomila nel 1989/95, uno dei tassi più alti del
mondo), dove si trova un poligono utilizzato per testare il DU nei proiettili,
è al riguardo esemplare.
Esagerazioni allarmistiche o autentiche bufale? Difficile dirlo per chi non ha
la competenza scientifica unita all’adeguato volume di dati, ma ancora più
difficile smentirlo a priori, perché sull’argomento proprio le peggiori
previsioni fino a dora hanno trovato conferma.
Da quando Sigwart Horst Gunther, il medico tedesco che per primo denunciò la
contaminazione dell’Iraq e le conseguenze sulla popolazione all’inizio degli
anni 90’, è stato un continuo fiorire d’impressionanti denunce da parte di singoli,
organizzazioni e associazioni, comitati scientifici e civili, una raffica di
allarmi, appelli, denunce, aperture di inchieste, contrassegnata da una catena
di “sindromi” (del Golfo, dei Balcani, di Bijlmermeer), quelle paroline
utilizzate nell’analgesico linguaggio dei media, eufemismi tesi a camuffare
l’opera dell’innominabile: l’uranio impoverito.