Relazione sulla situazione nella Serbia jugoslava, Ottobre 2003
Al
ritorno dall’ultimo viaggio per la solidarietà concreta a nome
dell’Associazione “ SOS Yugoslavia”, i cui risultati potete leggere in altra
parte del notiziario, cerco qui in modo sintetico e breve, di dare un quadro
informativo sulla situazione nel paese. Chiarisco subito perché scrivo di
Serbia jugoslava: perché l’unico paese ancora completamente multietnico, dove
ancora oggi 34 etnie diverse convivono e hanno pari diritti, è la Repubblica
Serba. Tutto il resto può essere opinabile, questo è un dato di
fatto incontestabile.
Dal punto
di vista sociale la situazione è in continuo peggioramento, aumento
costante dei prezzi, processi di privatizzazione e svendita delle grandi
aziende pubbliche e delle grandi infrastrutture, smantellamento dello stato
sociale, sanità ormai di fatto privata. Una riforma della scuola in senso
classista; reintroduzione obbligatoria della religione, rivisitazione della
lotta di liberazione nazionale in chiave revisionista, per cui sempre più
spesso i partigiani antifascisti sono equiparati al banditismo e a semplici
episodi criminali, sicché presto le nuove generazioni avranno dimenticato il
terribile prezzo in distruzioni e vite umane, pagato dai combattenti antifascisti
e dai patrioti jugoslavi per il riscatto della libertà e della pace. - Mai
dimenticare che per la libertà dell’Europa, dopo il popolo sovietico che pagò
con 20 milioni di morti e 40 milioni di invalidi, sono stati proprio i popoli
jugoslavi a pagare il prezzo più alto in termini di distruzioni e sangue -
Mondo del
lavoro
Nella città operaia di Kragujevac la disoccupazione è ormai un fenomeno
endemico. Oggi la situazione è questa: dei 36.000 dipendenti, ne restano
ufficialmente 17.000, gli altri sono stati licenziati o indotti alle
dimissioni. Questi 17.000 lavorano a rotazione, cioè 4-5 mila al mese e poi ne
subentrano altri, quando lavorano percepiscono un salario medio di 165 euro
mensili e quando non lavorano 70/80 euro. La produzione è rimasta ferma da
giugno a settembre, nel 2003 era stata di circa 900 vetture al mese; ora è
ripresa con l’azione del governo che ha anticipato i capitali per comprare i
motori e i pezzi di assemblaggio per tre mesi. Attualmente la produzione è di
300 auto mensili.
Secondo le statistiche ufficiali il paniere, cioè la spesa per soli generi di
primissima necessità per una famiglia di quattro persone in Serbia, è oggi di
250 euro.
Essendo privatizzati o in fase di privatizzazione i servizi sociali, una gran
parte delle famiglie non ha più luce e riscaldamento, migliaia sono sfrattate e
si registra il dilagare di malattie dovute, da un lato alle conseguenze dei
bombardamenti all’uranio, che cominciano a emergere massicciamente (tumori,
leucemie e malattie della pelle in particolare) e dall’altro alle conseguenze
di 10 anni di embargo, sanzioni e guerre. Purtroppo il processo di
privatizzazione della Sanità impedisce alla stragrande maggioranza delle
famiglie di comprare i medicinali (che hanno prezzi occidentali) e quindi di
potersi curare, ed anche in questo caso i bambini sono le vittime più colpite.
Acqua, luce, riscaldamento hanno subito dal 2000 ad oggi aumenti medi del 60%.
La stragrande maggioranza delle famiglie passa gli inverni senza riscaldamento
non potendo pagare le bollette del teleriscaldamento (con temperature invernali
che arrivano anche a 20° gradi sottozero!). Infatti, una delle riforme
strutturali - sempre ovviamente per avvicinare il popolo serbo alla
“democrazia” - è quella che prevede il recupero degli arretrati delle bollette
energetiche, che il precedente governo aveva “condonato” in quanto riteneva
assurdo far pagare bollette a famiglie che, tra embarghi sanzioni e conflitti non aveva salari
sufficienti neanche per il fine mese. Ma ora è arrivata la democrazia e la
libertà dei profitti…e questo si sa,
costa, e qualcuno deve pur pagarla.
Anche la scuola, in fase avanzata di privatizzazione, sta diventando un
lusso, non avendo le famiglie soldi per le tasse e il materiale scolastico, che
prima erano praticamente garantiti dallo stato o mantenuti a modici. La stessa
università ha ormai, a seconda delle facoltà, un costo che va dai 700 ai 1.500
euro di spese.
I dati ufficiali dicono che i 2/3 della popolazione che vive in Serbia spende
meno di 1 euro al giorno pro capite e che di questi 1/3 di essi spende 0,50
euro al giorno.
Il 60% viene speso per il cibo.
La resistenza operaia cresce
Già da settembre erano scoppiate proteste, cortei sia dei lavoratori inoccupati
che dei disoccupati “totali”, con incidenti, e prima dell’estate la cacciata
del ministro del lavoro dalla città. In seguito ad uno sciopero della fame
sotto il Comune, per non peggiorare lo scontro sociale in vista delle elezioni
presidenziali di novembre, il governo ha rimandato tutte le decisioni al
gennaio del 2004.
Proteste
e scioperi anche a Nis, presso le fabbriche MIN e EI, dove da un
totale di 28.000 lavoratori fino al 2000, si è ormai arrivati a soli 7.000
occupati, di cui solo 750 percepiscono un salario intero, il resto lavora solo
a chiamata per alcuni giorni al mese.
Sempre a settembre l’autostrada per Belgrado è stata più volte bloccata e
occupata dai lavoratori della Telekom Serbia, per avere i salari arretrati e
contro un piano di ristrutturazione di totale privatizzazione, che prevede il
50% di licenziamenti entro l’anno; ora il governo ha dovuto accettare un nuovo
tavolo di trattative, ma nessuno si illude che cambierà piani e strategie,
anche in questo caso le incombenti elezioni presidenziali sono un freno
tattico, a confronti sociali diretti.
A
Smederevo e Sabac, lotte nelle aziende comprate dal capitale USA,
che dopo una SANA ristrutturazione che aveva “licenziato” circa 1.000
lavoratori, ha imposto una paga oraria di 0,40 dollari; i lavoratori sono scesi
in sciopero generale per avere un aumento che porti la paga oraria a 1,00
dollaro, il reintegro di 450 lavoratori licenziati e le dimissioni del Manager
T. Kelly, responsabile delle fabbriche in loco.
Altre
proteste e scioperi sono estesi a tutta la Serbia, dalla fabbrica
Zvevda alla DES, dai lavoratori del Consorzio PKB a quelli dei Centri
Commerciali e così via. Il fermento sociale e la resistenza operaia sono in
crescita quotidiana e secondo il parere dei sindacalisti
incontrati, da dicembre in poi ci potranno essere delle vere e proprie
esplosioni sociali. Perché i programmi di questo governo sono
totalmente supini ai dettami del FMI e della Banca Mondiale, che sono i loro
creatori, e sollecitano misure ancora più drastiche ed “energiche” per attuare
le ristrutturazioni liberiste necessarie ad aprire le aziende al libero mercato
internazionale. Ultima creatura è stata la nuova “Legge del Lavoro”, partorita in pieno
stato di emergenza seguente all’uccisione del primo ministro la scorsa
primavera, che tra le altre cose, ha di fatto “liberalizzato” i licenziamenti.
Nell’incontro avuto con un esponente nazionale sindacale, emergeva una
situazione generale di debolezza del movimento dei lavoratori, dovuta agli
eventi degli ultimi dieci anni ed in particolare degli ultimi tre. Sembra
impossibile, ma dati alla mano, sono stati più devastanti, in proporzione, gli
ultimi tre anni che non quelli dell’embargo e delle sanzioni, per quanto
riguarda diritti, potere d’acquisto, servizi pubblici, ammortizzatori sociali e
minime garanzie strutturali. Ma è da rilevare un dato molto importante: pur in
queste condizioni il Sindacato nazionale ha tenuto; a
tutt’oggi ancora il 90% dei lavoratori sindacalizzati sostiene il Samostalni,
nonostante scissioni pilotate, attacchi e dimissioni forzate di molti dei
vecchi quadri, che spesso vengono poi puntualmente rieletti.
E’ questo il caso del segretario generale della Camera del Lavoro di
Kragujevac; nell’ottobre 2000, picchiato e costretto “democraticamente” a
dimettersi in pubblico da alcuni squadristi della DOS, e rieletto alle prime
elezioni dirette lo scorso anno. Ora è nuovamente una delle figure di punta del
movimento operaio della città e non solo. All’ultimo consiglio generale
nazionale, nonostante gli ostacoli delle componenti strettamente legate ai
partiti governativi (molti di loro neanche eletti dai lavoratori, ma cooptati
direttamente per “ rappresentare la svolta” alla modernità e alla democrazia,
nell’ottobre 2000), è passata la proposta di chiedere le dimissioni di
questo governo e lottare per farlo cadere.
Se la dirigenza sana di questo sindacato riuscirà a mantenere il timone, cosa
non facile perché in realtà si tratta di uno scontro non solo di natura
sindacale, ma anche politico, potrebbe essere questo il primo segnale di una
ripresa, anche solo come iniezione di fiducia e coscienza, da parte del popolo
serbo e jugoslavo e del movimento dei lavoratori e forse potrebbe aiutare
l’intera società serba ad uscire da un tunnel di sconfitte e disperazione
sociale. Nessuno
è ottimista, eppure qualcosa si sta muovendo nella direzione di un cambiamento
del vento, finora foriero solo di tempesta e gelo sulla pelle dei lavoratori.
Situazione politica
Tutto è in continuo movimento, in altra parte riporto le
dichiarazioni del primo ministro Jovanovic che prospetta l’esaurimento
dell’esperienza della coalizione DOS, anche perché nel paese il malcontento e
la rabbia popolare crescono di giorno in giorno e non ci sono all’orizzonte
soluzioni reali e concrete. Un passaggio molto importante e delicato saranno le
elezioni presidenziali, perchè se
neanche stavolta raggiungeranno il quorum del 51% dei votanti,
innescheranno una crisi politica e un’oggettiva delegittimazione dell’attuale
Parlamento, con presumibili elezioni politiche anticipate.
Questo
governo è ormai ridotto ad una consorteria affaristica di lobby,
come molti attenti osservatori della realtà di quel paese sottolinearono già
dall’inizio, dove ognuno rappresenta un interesse particolare e non si cura di
fare politiche nell’interesse generale del paese e del popolo; una dirigenza continuamente pressata e
diretta da indicazioni e sollecitazioni di FMI e BM, che dopo essere stati
finanziatori e sostenitori di questa leadership, ora pretendono di “incassare”
politicamente ed economicamente i propri interessi e strategie nell’area.
Una coalizione continuamente scossa da scandali, traffici illeciti,
speculazioni e dove non passa mese che qualche suo esponente sia inquisito o
denunciato. Gli ultimi a Luglio; i due esponenti governativi Janiusevic e
Kolesar, inquisiti per riciclaggio di denaro. Per non dimenticare lo scandalo
Jugoimport per l’export illegale di armi, che ha visto coinvolti addirittura
l’ex primo ministro Zivkovic e l’ex ministro degli interni Mihajlovic, poi
insabbiato con l’aiuto del padrone statunitense che ha barattato
l’insabbiamento del caso con “favori” legati ad un lavoro di intelligence
relativo all’Iraq, e a contratti “favorevoli” agli interessi USA per la produzione di armi leggere di un
settore Zastava. Su questo il settimanale belgradese Vreme ha prodotto numerose
documentazioni.
L’opposizione è sostanzialmente divisa in tre spezzoni: quella che fa capo a V.
Kostunica, dimissionario, ex leader della coalizione, poi estromesso da
Djindjic; il Partito Socialista Serbo che resta, nonostante tutto, l’unico
partito strutturato nell’intera repubblica, e che dopo aver subito scissioni,
spaccature, passaggi sulla sponda Dos di molti suoi esponenti e “affaristi”, e
persistenti divisioni al suo interno, resta una forza elettorale autonoma
maggioritaria; infine vi è una componente di opposizione che si rifà ad un
forte sentimento identitario serbo e patriottico, con molte connotazioni spesso
nazionaliste. Per non dire della posizione del Sindacato maggioritario che
apertamente ha chiesto le dimissioni del governo, pur non facendo parte
dell’opposizione partitica.
Negli ultimi mesi hanno fatto uscire dal letargo la “creatura” CIA di Otpor,
che era stranamente scomparsa dalla scena da oltre due anni e che
improvvisamente si è ridestata e ricomincia un lavorio “oscuro” di
destabilizzazione, stavolta non si capisce ancora con quali obiettivi di lunga
durata e in funzione di chi sta operando.
Novembre è vicino, qualcosa si definirà negli scacchieri politici serbi, ma la
mia impressione è che purtroppo, molto poco si muoverà nelle tasche, sulle
tavole, nelle case e nelle speranze, per un futuro migliore del popolo serbo e
jugoslavo.
Ma per non essere
troppo pessimisti una buona notizia
per i disoccupati, i lavoratori, per il popolo serbo in generale C’E’ : finalmente in Serbia, tra tappi di
spumante e champagne, è stato inaugurato a Ada Tziganlja sul fiume Sava…..il
primo campo da golf della Serbia e Montenegro. Il popolo serbo con le lacrime
agli occhi…. non per disperazione o mancanza di una vita dignitosa e vivibile,
ma per la commozione…. è rimasto….senza parole !
Una
realtà rimossa e dimenticata, i profughi:
Nella sola città di Kragujevac, che contava circa 170.000 abitanti, i profughi
ufficiali sono 30.000, ma altre migliaia non sono registrati; essi
fanno parte dei 300.000 che hanno dovuto lasciare il Kosovo verso la Serbia nel
1999, per sfuggire alla pulizia etnica dell’UCK, e parte di quei 650.000
profughi delle guerre di Croazia e Bosnia. Sfuggiti anch’essi alle varie pulizie
etniche degli ustascia croati di Tudjman e degli integralisti musulmani di
Izetbegovic, vissuti nel criminale silenzio di tutte le istituzioni
occidentali, e che solo nella Repubblica Federale di Jugoslavia trovarono un
lembo di terra per non soccombere e cercare di sopravvivere.
Le condizioni di vita quotidiane di chi vive la condizione di profugo, oltre
alle tragedie e alle sofferenze che si portano dentro - che per la psiche dei
bambini in gran parte non sono superabili; ma proprio secondo le statistiche
ufficiali la percentuale dei profughi sotto i 18 anni è tra il 50 e il 60% - è
soprattutto la mancanza delle condizioni minime di sopravvivenza il problema
più grave: la mancanza di una casa e di radici sociali, l’assoluta mancanza di
lavori fissi, l’impossibilità di un proprio decoro, l’estraneità al posto in
cui si vive e la mancanza di
progettualità e prospettive future.
Dal punto di vista lavorativo le uniche possibilità sono quelle giornaliere, in
gran parte legate a lavori in campagna, con retribuzioni che sono mediamente di
5 euro al giorno per 12 ore di lavoro.
A parte quelle famiglie che coabitano con parenti, in situazioni dove si arriva
a vivere in 10/12 persone in spazi di 2/3 camere; al Centro collettivo profughi
di Kragujevac, emerge la realtà di vita delle famiglie che vivono in questi
centri di fortuna, uno di questi era precedentemente un supermercato, dove sono
poi state messe delle pareti di compensato, ottenendo così stanze di circa 6
metri quadrati, alcune senza finestre, dove le condizioni igieniche sono al
minimo, nonostante una autoregolamentazione molto rigida e funzionale. Ogni
nucleo familiare può fare la doccia ogni 12/15 giorni, per andare al bagno
occorre aspettare il proprio turno e così per lavare piatti e vestiario. Non
esiste riscaldamento e topi e scarafaggi convivono normalmente con i bambini.
L’alienazione e la disperazione favoriscono l’alcoolismo, malattie e disturbi
nervosi, anche nei bambini; non va dimenticato che dopo i bombardamenti della
Nato, secondo studi e ricerche fatte da pediatri e psichiatri, risulta che
circa il 71% dei bambini e adolescenti della Repubblica Serba hanno disturbi
psichici di vario genere. Un dato che non è mai stato evidenziato è che molte di
queste famiglie e relativi bambini, hanno vissuto la condizione di profughi due
volte in pochi anni, infatti molte migliaia di famiglie sono parte
di quei 650.000 profughi mai menzionati, che erano scappati dalle varie pulizie
etniche delle guerre in Croazia e Bosnia, finendo in Kosovo da dove sono stati
nuovamente scacciati. Un’odissea di dolore e tragedie.
Ma nonostante tutto questo, ciò che colpisce tutti coloro che vengono a
conoscere la situazione direttamente è un profondo senso di grande dignità e orgoglio.
Un’altra realtà accantonata: le enclavi assediate nel Kosovo Methojia:
La condizione e la quotidianità in cui sopravvivono i serbi e le altre
minoranze del Kosovo nelle enclavi assediate, è a dir poco un incubo a cielo
aperto. Le poche migliaia di non albanesi che non sono scappati dalla pulizia
etnica dei terroristi dell’UCK, vivono barricati in piccolissime aree, spesso
recintate col filo spinato, circondate dalle forze militari della KFOR o
assediati dentro gli ultimi monasteri ortodossi rimasti (oltre 140 di essi sono stati attaccati
e 92 completamente distrutti). Quotidianamente minacciati e
continuamente assassinati, quando vengono trovati fuori dalle enclavi, vere e
proprie prigioni a cielo aperto dell’apartheid etnico nel cuore dell’Europa.
Dalla fine dei bombardamenti nel Giugno 1999, al Giugno 2003, le
cifre ufficiali sono queste: 350.000 profughi di tutte le etnie (tra cui alcune
decine di migliaia di albanesi jugoslavisti), in grande maggioranza serbi e
rom, scappati in Serbia , Montenegro e Macedonia; 1.138 rapiti e scomparsi;
1.194 assassinati, in gran parte serbi e rom; 6.391 attacchi a cose e persone;
quasi centomila case ed edifici distrutti.
Nel
Dicembre 1999, l’Agenzia Antidroga Americana, ha definito il Kosovo : “… un
narcostato nel cuore dell’Europa…”. Questa è la realtà quotidiana ma
non è solo questo: essi non hanno spazi esterni da vivere, se non quelli
definiti da logiche e misure di sicurezza, uno stato di continua tensione e
paura interiorizzati per eventi violenti e traumatici da loro indipendenti, che
possono accadere in qualsiasi istante e di cui devono “accettare” razionalmente
il rischio che possano avvenire e da cui si devono cautelare.
Nelle enclavi si vive una vita quasi surreale, dove tutto ciò che accade è
precostituito; dall’aspettare che vengano portati gli alimenti da fuori e ogni
altro bene materiale, alle modalità di vita che si possono fare solo se
possibili e sicure, alla vita scolastica che è affidata alla volontarietà e
sensibilità dei maestri ed insegnanti rimasti. La stessa igiene e decoro
personale, la cura della salute dipendono da eventi non determinabili
internamente alle enclavi. E la tragica conferma di quanto descritto sopra è
negli avvenimenti accaduti il 13 Agosto scorso in una di queste riserve
indiane, nell’enclave di Goradzevac dove sopravvivono circa 700 persone, ultima
isola multietnica in un Kosovo occidentale ormai etnicamente pulito.
In un caldo e afoso pomeriggio, un gruppo di ragazzi serbi decide di “evadere”
per poche centinaia di metri dalla “prigione” e andare a bagnarsi e giocare nel
fiume Bistric che scorre a fianco dell’enclave, ma esternamente. Per qualsiasi
ragazzo una pensata normale, ma non per i ragazzi serbi del Kosovo, per loro
non esiste il diritto o la gioia di compiere un atto così “anormale” per la
loro realtà di vita. Il prezzo per loro, di questa banale gioia è la condanna
morte dei terroristi albanesi, alleati della Nato: due ragazzi serbi, uno di 11
anni e l’altro di 18 anni vengono uccisi da colpi di fucile, un altro di 15
anni è in coma, altri due sono feriti gravemente e rimarranno invalidi a vita.
Questa è la “normalità”, questo il risultato della guerra “umanitaria”che
doveva portare pace, serenità e progresso, in una terra dove fino al Marzo
1999, convivevano 17 etnie diverse, non certamente un paradiso terrestre, ma
sicuramente un luogo dove, chi avesse ucciso un bambino o una persona solo
perché appartenente ad un’altra etnia, sarebbe “normalmente” stato condannato
all’ergastolo. ….!
Perché in questi Balcani che si acclamano come “liberati”, “democratizzati” si
è ridotto un popolo a condizioni di vita e sociali, portate indietro di 100
anni, e dove anche il solo diritto ad una vita dignitosa, sembra impossibile ?
Negli incontri che abbiamo avuto costantemente in questi anni, per i nostri
progetti di solidarietà, conosciamo drammi, sofferenze, ferite, privazioni
d’ogni genere, ma ci sono anche speranze, desideri di serenità, umanità ferite
ma ancora vive e profonde, riaffermazione dei valori e legami dell’amicizia.
Come fosse una ricerca di “ponti” con altri propri simili, per andare al di là
del fiume di orrori e violenze, crudeltà passati e quotidiani, propri delle
guerre…anche quelle “umanitarie”.
“Ponti” che possano far loro ritrovare umanità e sorrisi cancellati in tutti
questi anni, ma anche la speranza, intesa come veicolo per andare incontro ad
un futuro migliore e più giusto, delle loro vite ed esistenze violentate e
calpestate dai signori della guerra. Ed ecco forse il senso di tutto il nostro
modesto ma caparbio lavoro come Associazione di solidarietà, ma anche come
“voce”, di chi non ha più voce nei nostri giornali, TV, mass media, dibattiti
(…tranne rarissime e nobili eccezioni).
Ma credo che nessuno meglio di uno jugoslavo come I.Andric, Premio Nobel della
letteratura, possa esprimere il senso più profondo di questa concezione: “…ovunque
nel mondo, in qualsiasi posto, il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli
e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di
collegare, pacificare e unire insieme ciò che ci appare davanti…..così anche
nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella e
amara…mi appare…il ponte di pietra tagliato a metà, mentre le parti spezzate,
dolorosamente si protendono una verso l’altra e con un ultimo sforzo fanno
vedere l’unica linea possibile…”.
In fondo alla nostra coscienza e anima, forse, la volontà è anche quella di
contribuire a costruire anche solo piccoli “ponti”, tra i lavoratori della
Serbia jugoslava e la realtà di qui, coscienti che forse, a guadagnarci in
umanità, potremmo essere più noi, abitanti di questo occidente opulento,
distratto e troppo spesso indifferente.
Ottobre 2003, Vigna Enrico