www.resistenze.org - popoli resistenti - zimbabwe - 18-07-08 - n. 237

da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=70255&titular=zimbabwe:-el-g-8-contra-mugabe-
traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR
 
Zimbabwe: Il G8 contro Mugabe
 
di Jorge Gómez Barata - Insurgente
 
14/07/08
 
Negli anni '80 sono stato in Zimbabwe e dovendo fare delle compere mi capitò di essere consigliato in modo ben strano da un indigeno che mi disse: “Vada a vedere nel quartiere negro”.
 
Rimasi stupito, era come se a Pechino mi avessero suggerito di andare nel quartiere cinese, o ad Oslo nel quartiere dei bianchi.
 
All'epoca avevo già conosciuto altri paesi africani ed ero entrato in contatto con il colonialismo e il neocolonialismo, con la povertà e le deformazioni strutturali che impediscono di uscire dal sottosviluppo; per esperienza, studi, e seguendo Fidel avevo imparato che in mancanza di alternative, l'opzione più efficace per far fronte a questa disgrazia sta nella lealtà, la competenza e il carisma dei leader.
 
In Africa, dove non sono state create delle strutture economiche idonee, non esistono istituzioni civili adeguate all’esercizio del potere e dove la società civile è annullata dall’ignoranza e l’esclusione, il ruolo dei leader è di enorme portata. Nel bene e nel male, molto dipende da loro. Allora scrissi che proporre il pluripartitismo agli africani sarebbe stato lo stesso che suggerire agli svizzeri di vivere in tribù. Penso ancora che lì, la lealtà e la consacrazione del leader è più importante della formalità elettorale.
 
Nel 1980, dopo un complicato processo ed un’intensa lotta armata, quattordici anni prima che Nelson Mandela uscisse dal carcere [Mandela è stato scarcerato nel 1990 ed è diventato presidente del Sudafrica nel 1994, N.d.T.], in mezzo alla guerra in Angola, venne proclamata l’indipendenza dello Zimbabwe e Robert Mugabe, un negro in rappresentanza dei negri, assunse la presidenza in uno dei paesi governati da bianchi in Africa Nera, anima gemella del Sudafrica.
 
In Zimbabwe e in Sudafrica, olandesi e britannici diedero al colonialismo una prospettiva diversa. L’oro e le ricchezze erano tante che era necessario un altro paradigma per la dominazione. Lì, com’era successo in Nordamerica, i coloni ebbero l’idea di rimanervi per sempre, e al posto di colonie o fattorie, fondarono paesi per loro e i loro discendenti, smettendo di essere coloni e diventando africani. Oltre alla ricchezza, si appropriarono dell’identità. La differenza di punti di vista determinò l’attitudine di fronte alla popolazione nativa.
 
Mentre gli spagnoli, che nonostante la schiavitù e il sistema clientelare, avevano integrato la popolazione autoctona al loro modo di produzione, i britannici e gli olandesi in Sudafrica e Rhodesia, come avevano fatto prima in Nordamerica, decisero di distinguersi dai popoli originari. Per gli uni concepirono le riserve indiane, per Sudafrica e Rhodesia i bantustan e l’apartheid.
 
L’idea perversa che provocò la ribellione dei nativi, fu oggetto di critica e opposizione di ampi settori dell'opinione pubblica europea, compresa quella dell'elite del potere britannico.
 
Cionostante, nel 1923 i governanti della colonia proclamarono la “autonomia”, e nel 1965 un fascista chiamato Ian Smith, l’indipendenza. La sua unica promessa fu che “I negri non governeranno mai il paese, nemmeno fra mille anni”. Si è sbagliato. Non furono l’ONU, la Gran Bretagna e neppure il G8 a scacciare i razzisti dal potere, ma la lotta armata di due movimenti di liberazione, uno guidato da Joshua Nkomo e l’altro da Robert Mugabe, che unitisi nel 1975, finirono col proclamare l’indipendenza nel 1980.
 
Nel mezzo delle turbolenze che colpivano l’Africa Australe, sotto la direzione di Mugabe si andò avanti nel generoso e intelligente impegno di trasformare un paese che aveva praticato l’apartheid in una società multirazziale, in cui i bianchi tennero le loro proprietà, i loro privilegi, la loro dignità e partecipazione al governo, mentre con politiche economiche e sociali adeguate, la popolazione nera raggiungeva traguardi impressionanti.
 
In un decennio si ottennero enormi progressi sociali e culturali, si ridusse la mortalità infantile al 60 per mille e si raggiunse un’età media di 50 anni, un prodigio per l’Africa di allora e si avanzò nella lotta contro la fame e la povertà. Per quei risultati, nel 1981 Mugabe ricevette il Premio dei Diritti Umani dell’Università di Howard, Washington.
 
Negli anni novanta, la ristrutturazione delle relazioni politiche internazionali derivate dalla scomparsa dell’Unione Sovietica ebbe conseguenze sulla regione, che oltretutto pativa diversi anni di siccità che avevano ripercussioni rovinose sull’agricoltura. Il paese non riuscì più a mantenere il suo modello di sviluppo né ad evitare che i costi sociali della crisi ricadessero sulla popolazione. Non è strano che Mugabe abbia perso popolarità.
 
Forse, agendo alla disperata, Mugabe ha applicato una riforma impossibile, perché non basta confiscare la terra ai bianchi e dividerla fra poveri, ma c’è bisogno di seminarla, di sistemi di irrigazione, di fertilizzanti, di attrezzature, di assistenza tecnica, di crediti e macchinari. Di ciò si è approfittata l’opposizione opportunista, che non ha mai fatto nulla e ora si dispera per i bianchi e muove la coda a Occidente.
 
Probabilmente in Zimbabwe sono stati commessi degli errori, cosa che in ultima istanza riguarda solo gli zimbawesi di cui l’Occidente peraltro non si è mai interessato quando Ian Smith li opprimeva e assassinava. Non ricordo che gli USA e le potenze europee, ora note come G8, abbiano accerchiato Mobutu, Bokassa o Idi Amin, nemmeno Pinochet o Somoza, al contrario.
 
Ora, è difficile credere che Bush, cui non importava nulla dei neri di New Orleans, s’interessi dei neri dello Zimbabwe. Forse quello che vogliono Washington e Londra non è uno Zimbabwe più democratico, ma più servile, per disporre di uno stato compiacente alle frontiere del Sudafrica e della Namibia.