23 MARZO: NON SOLO PIAZZA

L’indiscutibile successo dello sciopero nazionale del 15 febbraio scorso, indetto unitariamente da tutte le organizzazioni del sindacalismo di base, ha aperto nuove prospettive al movimento operaio e sindacale. È stato il primo Sciopero Generale Nazionale non proclamato dalla triplice ad uscire da un ambito minoritario per assumere caratteristiche di massa, al punto che gli stessi media hanno dovuto dargli visibilità. Gli scioperi precedenti che erano stati promossi da Cub, SlaiCobas ed Usi contro la guerra, sia quella del Kosovo sia quella in Afghanistan ancora in corso, pur segnando una crescita di adesioni ad ogni nuova iniziativa avevano interessato solo poche decine di migliaia di lavoratori tra i più coscienti ma avevano aperto nuove problematiche anche tra i molti che non si erano mobilitati. Alla luce dei fatti è evidente che il seme piantato in quelle occasioni ha germogliato.

I centomila manifestanti a Roma sono solo l’avanguardia di un movimento ben più vasto che si va affermando nel Paese, un movimento che ha già fatto saltare antichi equilibri ed altri ne farà saltare sicuramente. Infatti non solo centinaia di migliaia di lavoratori, anche del settore privato, hanno aderito allo sciopero ma un numero altrettanto alto, se non maggiore, si è posto il problema se aderirvi o meno mettendo in discussione -  semplicemente per questo -  Cgil, Cisl, Uil quali detentori esclusivi della rappresentanza. Si tratta di un capitale immenso di fiducia e di disponibilità alla lotta che una parte di lavoratori, non più trascurabile neanche numericamente, ha consegnato nelle mani del sindacalismo di base: un capitale che sarebbe criminale non far fruttare. Non è certo questo il momento di rispolverare vecchie logiche di organizzazione che tutti i lavoratori, giustamente, non capirebbero.

In questa fase di acuto scontro sociale, sindacale e politico (ma anche di grande confusione) è indispensabile che i dirigenti ad ogni livello dei sindacati di base, primi fra tutti quelli delle organizzazioni maggiori mantengano aperto il confronto sia tra di loro sia con la base di Cgil, Cisl e Uil. È un confronto cui non ci si può sottrarre non solo nelle riunioni e nelle assemblee ma anche nelle piazze, sia promuovendo unitariamente nuove iniziative sia partecipando alle lotte promosse dalla Cgil. È indispensabile però differenziarsi nettamente con parole d’ordine chiare, senza rinchiudersi in modo settario ma anche senza accodarsi in maniera acritica alle iniziative del sindacato di Cofferati, ambigue sia nei contenuti che nei tempi. Questo lavoro di chiarificazione e di riaffermazione di una linea sindacale di classe non può essere lasciato solo ai militanti dei sindacati di base ma riguarda in prima persona tutti i lavoratori comunisti, a maggior ragione quelli  che militano nella Cgil, nel tentativo di contrastarne la deriva interclassista.

Ci sono cose che vanno assolutamente dette: prima fra tutte che lo sciopero generale del 5 aprile poteva e doveva essere convocato in tempi più tempestivi.

I quaranta giorni intercorsi tra il rifiuto della Cgil di sedersi al tavolo delle trattative e la data dello sciopero assomigliano troppo ai due mesi di moratoria richiesti dal governo per non far pensare che la volontà dei vertici della Cgil di andare allo sciopero generale non fosse così determinata ma che abbiano pesato, su questa scelta, la pressione della base e della Fiom oltre che, naturalmente, la preoccupazione per l’accresciuta credibilità del sindacalismo di base. Inoltre si potrebbe pensare che i dirigenti della Confederazione si siano riservati i margini per fare una retromarcia sullo sciopero in caso di qualche rinvio dell’intervento  da parte del Governo sull’art.18.

Nella programmazione delle lotte e nei tempi lunghi del loro svolgersi (scioperi articolati fino al 22 marzo, manifestazione nazionale a Roma il 23 marzo, sciopero generale il 5 aprile) risulta evidente anche il tentativo di lasciare aperta una strada alla Cisl ed alla Uil di rientrare per tempo nelle mobilitazioni qualora la trattativa con il Governo dovesse risultare più impegnativa del previsto. Come sostiene giustamente il Coordinamento delle RSU, le cui posizioni si differenziano sempre di più da quelle della sinistra Cgil di cui pure fa parte, si tratta di un’attenzione ormai inutile nei confronti di un rapporto unitario fortemente compromesso nei contenuti. La disponibilità alla trattativa di Cisl e Uil sottintende un’affinità di merito con molte delle proposte del libro bianco di Maroni che la dice lunga sulla deriva neocorporativa di queste organizzazioni, in particolare della Cisl a rimorchio delle scelte politiche di un D’Antoni approdato da tempo al centrodestra.

D’altro canto è inutile nascondersi che anche in Cgil pesano molto le scelte che Cofferati sta facendo, ben attento a non pregiudicare le sue prossime mosse nel caso non così campato in aria che, alla  scadenza del suo mandato come segretario Cgil, voglia proporsi come leader di una rinata sinistra di governo. Vale la pena ricordare che la sinistra a cui Cofferati fa riferimento, quando ha governato, non ha certo avuto un occhio di riguardo nei confronti dei lavoratori, anzi ha aperto la strada allo straripamento antioperaio dell’attuale governo. Solo la spocchia e l’arroganza di Berlusconi e dei suoi camerati possono far rimpiangere il centrosinistra e le sue “riforme”.

A parte queste considerazioni su ex o futuri ex segretari, ci sono motivi ancor più concreti che rendono insostenibile la posizione della Cgil: lo scippo del TFR, indispensabile per far decollare i fondi pensione, è uno di questi. Nonostante le dichiarazioni, il contrasto tra Cgil e Governo contro l’imposizione ai lavoratori di utilizzare la liquidazione per integrare la pensione non è di principio, perché l’imposizione avviene già di fatto attraverso la pressione fiscale esercitata sul TFR che non è indirizzato sui fondi pensione. Il vero contrasto è sul tipo di fondi, chiusi od aperti, sui quali questi soldi dovranno essere investiti. Il fatto che la liquidazione sia salario differito, cioè siano soldi dei lavoratori, per dei sindacati che hanno fatto propri i valori dell’impresa fino al punto di diventare impresa, è irrilevante. L’importante è che finiscano sui fondi chiusi, come COMETA, che Fiom, Fim e Uilm gestiscono insieme con i padroni di Federmeccanica e Confapi anziché sui fondi aperti, gestiti da assicurazioni e banche.

All’interno di questo quadro è molto difficile anche solo ipotizzare che l’attuale gruppo dirigente della Cgil voglia fare le scelte che non ha fatto al recente congresso e che darebbero al movimento operaio la possibilità di contrastare efficacemente l’attacco portatogli dal governo: abbandonare la linea della concertazione e definire una piattaforma di lotta che vada al di là dello stralcio della delega sull’articolo 18.

È evidente che il mantenimento dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori è un obiettivo irrinunciabile, ma diventa impensabile riuscire a mantenerlo per molto se rimane l’unico dei diritti acquisiti che salvaguardiamo all’interno di un quadro generale di svendita concertata di tutti gli altri diritti: alla salute, allo studio, ad un lavoro sicuro, ad un salario adeguato e ad una pensione dignitosa. Per fortuna quella piattaforma che la Cgil non farà mai esiste già ed è patrimonio di tutte le organizzazioni sindacali di base, del Coordinamento delle RSU e di tutti quei lavoratori della Cgil, ma anche di Cisl e Uil, che in questi anni hanno continuato a lottare per difendere i propri diritti:

·        riconquistare  un meccanismo di riallineamento periodico ed automatico delle retribuzioni e delle pensioni all’inflazione reale;

·        contrastare il ricorso al lavoro precario e flessibile, dare maggiore certezza all’occupazione rivendicando nuove rigidità;

·        respingere l’attacco allo Statuto dei lavoratori, richiedendo invece l’estensione di questi diritti ai lavoratori precari ed alle aziende sotto i 15 dipendenti; 

·        rivendicare aumenti salariali consistenti che permettano di recuperare quanto si è perso grazie all’accordo sul contenimento del costo del lavoro del luglio 1993;

·        lottare contro nuovi interventi sulle pensioni e contro lo scippo del TFR;

·        difendere lo stato sociale, la sanità e l’istruzione pubblica

·        battersi per il ritiro della legge razzista Bossi-Fini, strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori immigrati;

·        riaffermare la nostra profonda avversione alla guerra imperialista e alle pretese di egemonia territoriale, economica e politica che questa sottintende.

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Eraldo Mattarocci  -  FLMU - Liguria