L’indiscutibile successo dello sciopero nazionale del 15
febbraio scorso, indetto unitariamente da tutte le organizzazioni del
sindacalismo di base, ha aperto nuove prospettive al movimento operaio e
sindacale. È stato il primo Sciopero Generale Nazionale non proclamato dalla
triplice ad uscire da un ambito minoritario per assumere caratteristiche di
massa, al punto che gli stessi media hanno dovuto dargli visibilità. Gli
scioperi precedenti che erano stati promossi da Cub, SlaiCobas ed Usi contro la
guerra, sia quella del Kosovo sia quella in Afghanistan ancora in corso, pur
segnando una crescita di adesioni ad ogni nuova iniziativa avevano interessato
solo poche decine di migliaia di lavoratori tra i più coscienti ma avevano
aperto nuove problematiche anche tra i molti che non si erano mobilitati. Alla
luce dei fatti è evidente che il seme piantato in quelle occasioni ha
germogliato.
I centomila manifestanti a Roma sono solo l’avanguardia di
un movimento ben più vasto che si va affermando nel Paese, un movimento che ha
già fatto saltare antichi equilibri ed altri ne farà saltare sicuramente.
Infatti non solo centinaia di migliaia di lavoratori, anche del settore
privato, hanno aderito allo sciopero ma un numero altrettanto alto, se non
maggiore, si è posto il problema se aderirvi o meno mettendo in discussione
- semplicemente per questo - Cgil, Cisl, Uil quali detentori esclusivi
della rappresentanza. Si tratta di un capitale immenso di fiducia e di
disponibilità alla lotta che una parte di lavoratori, non più trascurabile
neanche numericamente, ha consegnato nelle mani del sindacalismo di base: un
capitale che sarebbe criminale non far fruttare. Non è certo questo il momento
di rispolverare vecchie logiche di organizzazione che tutti i lavoratori,
giustamente, non capirebbero.
In questa fase di acuto scontro sociale, sindacale e
politico (ma anche di grande confusione) è indispensabile che i dirigenti ad
ogni livello dei sindacati di base, primi fra tutti quelli delle organizzazioni
maggiori mantengano aperto il confronto sia tra di loro sia con la base di
Cgil, Cisl e Uil. È un confronto cui non ci si può sottrarre non solo nelle
riunioni e nelle assemblee ma anche nelle piazze, sia promuovendo unitariamente
nuove iniziative sia partecipando alle lotte promosse dalla Cgil. È
indispensabile però differenziarsi nettamente con parole d’ordine chiare, senza
rinchiudersi in modo settario ma anche senza accodarsi in maniera acritica alle
iniziative del sindacato di Cofferati, ambigue sia nei contenuti che nei tempi.
Questo lavoro di chiarificazione e di riaffermazione di una linea sindacale di
classe non può essere lasciato solo ai militanti dei sindacati di base ma
riguarda in prima persona tutti i lavoratori comunisti, a maggior ragione
quelli che militano nella Cgil, nel
tentativo di contrastarne la deriva interclassista.
Ci sono cose che vanno assolutamente dette: prima fra
tutte che lo sciopero generale del 5 aprile poteva e doveva essere convocato in
tempi più tempestivi.
I quaranta giorni intercorsi tra il rifiuto della Cgil di
sedersi al tavolo delle trattative e la data dello sciopero assomigliano troppo
ai due mesi di moratoria richiesti dal governo per non far pensare che la
volontà dei vertici della Cgil di andare allo sciopero generale non fosse così
determinata ma che abbiano pesato, su questa scelta, la pressione della base e
della Fiom oltre che, naturalmente, la preoccupazione per l’accresciuta
credibilità del sindacalismo di base. Inoltre si potrebbe pensare che i
dirigenti della Confederazione si siano riservati i margini per fare una
retromarcia sullo sciopero in caso di qualche rinvio dell’intervento da parte del Governo sull’art.18.
Nella programmazione delle lotte e nei tempi lunghi del
loro svolgersi (scioperi articolati fino al 22 marzo, manifestazione nazionale
a Roma il 23 marzo, sciopero generale il 5 aprile) risulta evidente anche il
tentativo di lasciare aperta una strada alla Cisl ed alla Uil di rientrare per
tempo nelle mobilitazioni qualora la trattativa con il Governo dovesse risultare
più impegnativa del previsto. Come sostiene giustamente il Coordinamento delle
RSU, le cui posizioni si differenziano sempre di più da quelle della sinistra
Cgil di cui pure fa parte, si tratta di un’attenzione ormai inutile nei
confronti di un rapporto unitario fortemente compromesso nei contenuti. La
disponibilità alla trattativa di Cisl e Uil sottintende un’affinità di merito
con molte delle proposte del libro bianco di Maroni che la dice lunga sulla
deriva neocorporativa di queste organizzazioni, in particolare della Cisl a
rimorchio delle scelte politiche di un D’Antoni approdato da tempo al
centrodestra.
D’altro canto è inutile nascondersi che anche in Cgil
pesano molto le scelte che Cofferati sta facendo, ben attento a non
pregiudicare le sue prossime mosse nel caso non così campato in aria che,
alla scadenza del suo mandato come
segretario Cgil, voglia proporsi come leader di una rinata sinistra di governo.
Vale la pena ricordare che la sinistra a cui Cofferati fa riferimento, quando
ha governato, non ha certo avuto un occhio di riguardo nei confronti dei
lavoratori, anzi ha aperto la strada allo straripamento antioperaio
dell’attuale governo. Solo la spocchia e l’arroganza di Berlusconi e dei suoi
camerati possono far rimpiangere il centrosinistra e le sue “riforme”.
A parte queste considerazioni su ex o futuri ex segretari,
ci sono motivi ancor più concreti che rendono insostenibile la posizione della
Cgil: lo scippo del TFR, indispensabile per far decollare i fondi pensione, è
uno di questi. Nonostante le dichiarazioni, il contrasto tra Cgil e Governo
contro l’imposizione ai lavoratori di utilizzare la liquidazione per integrare
la pensione non è di principio, perché l’imposizione avviene già di fatto
attraverso la pressione fiscale esercitata sul TFR che non è indirizzato sui
fondi pensione. Il vero contrasto è sul tipo di fondi, chiusi od aperti, sui
quali questi soldi dovranno essere investiti. Il fatto che la liquidazione sia
salario differito, cioè siano soldi dei lavoratori, per dei sindacati che hanno
fatto propri i valori dell’impresa fino al punto di diventare impresa, è
irrilevante. L’importante è che finiscano sui fondi chiusi, come COMETA, che
Fiom, Fim e Uilm gestiscono insieme con i padroni di Federmeccanica e Confapi
anziché sui fondi aperti, gestiti da assicurazioni e banche.
All’interno di questo quadro è molto difficile anche solo
ipotizzare che l’attuale gruppo dirigente della Cgil voglia fare le scelte che
non ha fatto al recente congresso e che darebbero al movimento operaio la possibilità
di contrastare efficacemente l’attacco portatogli dal governo: abbandonare la
linea della concertazione e definire una piattaforma di lotta che vada al di là
dello stralcio della delega sull’articolo 18.
È evidente che il mantenimento dell’art.18 dello Statuto
dei Lavoratori è un obiettivo irrinunciabile, ma diventa impensabile riuscire a
mantenerlo per molto se rimane l’unico dei diritti acquisiti che salvaguardiamo
all’interno di un quadro generale di svendita concertata di tutti gli altri diritti:
alla salute, allo studio, ad un lavoro sicuro, ad un salario adeguato e ad una
pensione dignitosa. Per fortuna quella piattaforma che la Cgil non farà mai
esiste già ed è patrimonio di tutte le organizzazioni sindacali di base, del
Coordinamento delle RSU e di tutti quei lavoratori della Cgil, ma anche di Cisl
e Uil, che in questi anni hanno continuato a lottare per difendere i propri
diritti:
·
riconquistare
un meccanismo di riallineamento periodico ed automatico delle
retribuzioni e delle pensioni all’inflazione reale;
·
contrastare il ricorso al lavoro precario e
flessibile, dare maggiore certezza all’occupazione rivendicando nuove rigidità;
·
respingere l’attacco allo Statuto dei lavoratori,
richiedendo invece l’estensione di questi diritti ai lavoratori precari ed alle
aziende sotto i 15 dipendenti;
·
rivendicare aumenti salariali consistenti che
permettano di recuperare quanto si è perso grazie all’accordo sul contenimento
del costo del lavoro del luglio 1993;
·
lottare contro nuovi interventi sulle pensioni e
contro lo scippo del TFR;
·
difendere lo stato sociale, la sanità e
l’istruzione pubblica
·
battersi per il ritiro della legge razzista
Bossi-Fini, strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori immigrati;
·
riaffermare la nostra profonda avversione alla
guerra imperialista e alle pretese di egemonia territoriale, economica e
politica che questa sottintende.
·
Eraldo Mattarocci
- FLMU - Liguria