Le
trasformazioni neoliberiste del mondo del lavoro: flessibilita' e
precarizzazione
Al problema sociale della dissocupazione
i governi "della sinistra" europea hanno risposto negli anni
passati con vaghe ricette tra le quali si affacciano spesso, e in buona
sintonia con i proclami della confindustria le soluzioni della
"formazione", della diminuzione degli oneri sociali sul costo del
lavoro, della "flessibilità" e "mobilità". Leader politici,
anche del cosiddetto "centrosinistra" hanno spesso acclamato alla fine
del posto fisso, elogiando una presunta crescita professionale dei
giovani che passerebbe attraverso fasi di tirocinio, stage, contratti
precari (sottopagati) e quindi il raggiungimento di un presunto status
professionale che permetterebbe una posizione di forza all'interno del
mercato del lavoro. Per realizzare tale progetto il "centrosinistra" ha
cosi' introdotto nella passata legislatura una serie di modifiche al
diritto del lavoro che rendevano di fatto non vincolante
l'utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato: il lavoro
interinale, l'estensione del contratto a tempo determinato, il
part-time, un primo tentativo di legislazione del "lavoro atipico".
A togliere ogni dubbio sul progetto liberista per il mondo del
lavoro e quindi ogni illusione sulla vera natura della
richiesta di flessibilita' del mondo imprenditoriale e' arrivato, in
questi ultimi mesi, l'attacco congiunto Confidustria/Governo
all'art.18, caposaldo di qualsiasi principio di tutela di diritti
soggettivi del lavoratore e quindi della sua stessa dignita'. E'
evidente che la debolezza della classe lavoratrice, della sua
rappresentanza politica e sindacale, hanno convinto la classe
imprenditoriale che, in Italia, come in Inghilterra (ma molto meno in
Francia e Germania), il momento e' propizio per sferrare un attacco
globale che riduca il lavoratore a pura merce, dal quale si possa
estrarre il massimo reddito al fine della massimizzazione del profitto.
Alla "forza lavoro/ merce" non e' necessario ovviamente riconoscere
alcun diritto, anzi, bisogna imporre regole che la rendano "mobile" e
"flessibile", possibilmente arrendevole e instupidita e, soprattutto in
competizione con se' stessa e per nulla solidale. Tutto cio' e' tanto
piu' grave in quanto il nuovo modello capitalistico tenta di penetrare
l'intera vita della societa' e percio' dell'individuo, al fine di
soffocare qualsiasi possibilita' di reale dissenso e alternativa. Per
fare cio' deve porre in discussione la stessa politica sociale
instaurata in Europa nel dopoguerra.
Citiamo dalla rivista
"Proteo":
"La
politica dello Stato sociale, fondata sulla struttura stabile della
produzione, è venuta meno e la sua organizzazione, con tutte le varie
forme di protezione sociale ad essa collegate, da vent'anni stanno
subendo un progressivo processo di insabbiamento. Pertanto l'obiettivo
del sistema capitalista cosμ configurato non è più quello della
piena occupazione e contemporaneamente inizia un vero e proprio percorso
di abbattimento dello Stato sociale visto come un persistere di elementi
di "socialismo" derivanti da quel consociativismo che aveva permesso di
attenuare il conflitto di classe nei decenni in cui il movimento operaio
aveva espresso tutta la sua forza. Lo Stato sociale impostato nel
dopoguerra nei paesi occidentali era basato su un modello il cui
funzionamento può essere schematizzato nel modo seguente: lo sviluppo
dell'economia garantiva occupazione e posti di lavoro; lo sviluppo
progrediva regolarmente, in modo che il mercato potesse essere in grado
di risolvere il problema dell'occupazione, mentre lo Stato interveniva
in modo residuale per coprire le temporanee interruzioni o condizioni
marginali della forza lavoro e per assicurare le condizioni di pace
sociale attraverso forme di "solidarietà" nei momenti in cui veniva meno
il rapporto con il mercato, a causa di temporanea disoccupazione,
malattia, vecchiaia, esigenze di formazione. Tale modello è oggi
definitivamente scomparso.(...) Il Welfare garantiva un
rapporto tra economia, politica e società come progetto di governo
politico della crisi con proposte di Welfare compatibile, e tendenti a
definire quel patto sociale incentrato sul debito pubblico che sosteneva
il vecchio modello di Stato. Al crescere del debito era inevitabile che
emergesse il problema della solvibilità delle casse dello Stato e quindi
dei limiti da porre a questa espansione. I governi dei paesi
occidentali, che avevano digerito solo parzialmente la stessa
rivoluzione keynesiana, hanno pertanto dovuto cominciare a confrontarsi
con la questione del blocco della spesa pubblica. Ma non appena questo
blocco è stato operato, a partire dagli anni '80, la disoccupazione ha
cominciato a crescere ovunque vertiginosamente. Sebbene nell'immediato
l'urgenza della riforma del Welfare sia di natura finanziaria, il
progetto neoliberista contiene ben più che l'intento di risanamento del
bilancio. Nonostante i ripetuti attacchi, il Welfare State sopravvive
come residuo logoro ma ancora simbolico dell'epoca keynesiana".
Analizzando il
mondo della produzione si evidenziano ulteriori cambiamenti,
principalmente di natura organizzativa, secondo un modello cosiddetto
post-fordista, cioè il passaggio da organizzazioni del lavoro centrate
sulla grande fabbrica a organizzazioni del lavoro basate sui distretti
industriali, sulla piccola impresa, sulle cosiddette filiere di
produzione, secondo i concetti di specializzazione e "vantaggio
competitivo". A causa di queste trasformazioni all'interno della stessa
fabbrica, o per lo stesso appalto, possono essere presenti lavoratori
appartenenti a tutte le nuove figure contrattuali "flessibili", accanto
a lavoratori a tempo indeterminato, a lavoratori interinali,
apprendisti, interinali, tempo parziale, artigianato, lavoratori
atipici, cooperative.
Il
tentativo di egemonia della cultura neoliberista, sempre di piu' di
stampo anglosassone, ha ormai diviso e confuso la stessa classe
lavoratrice, in alcuni casi spaventata dai ricatti della cosiddetta
globalizzazione, in altri collusa attraverso processi organizzativi o
culturali che hanno di fatto spento parte della coscienza di classe.
L'Europa ha pero' ha conosciuto un'altra cultura, l'unica in grado di
creare una vera dimensione politica solidale e di mettere perciò l'uomo
e il vivere sociale al centro delle scelte sociali. Ed è proprio questa
cultura, a cui non vogliamo dare una connotazione unicamente comunista,
che il neoliberismo, la globalizzazione vuole annullare, affinché nel
pensiero delle masse non esista nemmeno più il senso di un alternativa a
una vita centrata sulla produzione e sulla competizione individuale.
Lo stesso attacco all'art.18 e ' in realta' un attacco politico,
diretto all'affossamento della dignita' del lavoratore. La classe
industriale sa bene, come appare chiaro dai loro stessi studi (si
leggano i quaderni di Banca d'Italia a riguardo) che la libertà di
licenziamento non serve assolutamente a diminuire la
disoccupazione: con analoga certezza gli stessi economisti sanno bene
che aumentano invece i profitti e diventa piu' facile gestire i
"conflitti" nelle imprese ("zitto e lavora!)
Visto l'attacco a tutto campo che
il modello neoliberista tenta di realizzare ci sembra ormai
improcrastinabile individuare proposte intese ad aggregare settori
sociali che, in quanto divisi, non riescono a creare argini di
resistenza agli attacchi alle proprie condizioni di vita.
A tal fine
proponiamo una serata di discussione tra lavoratori sul tema in
oggetto:
Venerdi' 3 maggio 2002
ore 21
Presso
la sala del
Sindacato Alternativo FMLU
In C.so Marconi 34
(3^ piano) a Torino,
INCONTRO/DIBATTITO
Aperto alla
partecipazione ed
al contributo di compagni e
lavoratori
interessati