www.resistenze.org - proletari
resistenti - lavoro - 28.06.02
Gli
addetti? Più atipici che dipendenti
di Stefano Iucci
Collaboratori battono dipendenti tre a uno. Succede nella formazione
professionale dove, secondo il nuovo rapporto Isfol-Cisem, nei servizi
formativi (tutoraggio, insegnamento) 30.877 lavoratori impegnati sono esterni e
soltanto 11.433 dipendenti della struttura. Se anche si considerano i
dipendenti nel loro insieme (non solo gli insegnanti, ma anche gli addetti dei
servizi logistici e amministrativi) il rapporto è sempre tutto a vantaggio
degli esterni: 33.457 contro 19.374. “Questi numeri confermano i dati del
precedente censimento dell’Isfol – spiega Maria Brigida, della segreteria
nazionale della Cgil scuola –. Siamo di fronte a un sistema che ricorre con
estrema facilità alla flessibilità. E questo non sempre è positivo”. Come al solito occorre fare chiarezza tra i
casi in cui le collaborazioni servono e quelli dove, invece, nascondono rapporti
subordinati. E bisogna, anche, distinguere tra le diverse attività svolte: “Il
sistema formativo non va modellato su quello scolastico, ci mancherebbe –
aggiunge la sindacalista –. Dovendo governare le transizioni tra scuola e
lavoro, tra lavoro e lavoro, ha bisogno di una permeabilità organizzativa e di
contenuti particolari, ma questo non vale per tutte le attività. Alcune, come
l’obbligo formativo, richiedono certezze: strutture solide e docenti con
competenze certificate e ben definite”. In questi casi, un tutor, un
coordinatore di corso devono essere figure stabili e di riferimento. Difficile
pensarli co.co.co. Diverso, invece, il caso della formazione continua: qui
l’innovazione tecnologica necessita di corsi sempre diversi e, spesso, di
docenti specifici. “La verità –
osserva Brigida – è che ci sarebbe bisogno di un sistema complesso e
diversificato”. Cosa che non accade, anche grazie al non governo delle Regioni
e a una situazione contrattuale tra le più complesse. E per rispondere a questa
massiccia presenza di atipici, la piattaforma per il nuovo contratto della
formazione professionale prevede l’impegno delle parti a redigere
successivamente un protocollo per definire regole comuni sulle
collaborazioni. Questa mobilità non
sempre positiva del sistema si riscontra anche nelle strutture che erogano
formazione. I ricercatori Isfol (ma è bene puntualizzare che questi dati,
relativi al 2000-01, si fondano su risposte volontarie, e non controllate, a un
questionario) hanno censito 400 nuove sedi operative mentre, al contrario, sono
mancate 568 sedi registrate nel precedente rapporto (il 37 per cento del
totale), delle quali 145 sono risultate addirittura irreperibili. Tante
“nascite” e “tante” morti, dunque. Per l’Isfol il dato è positivo, indica la
modalità e la vitalità nel sistema. In realtà, vale lo stesso discorso fatto
per il personale: ci sono settori e attività in cui la volatilità (l’esempio è
ancora l’obbligo formativo o l’apprendistato) non offre sufficienti garanzie
per gli utenti. Il 51,2 per cento
delle sedi applica il contratto nazionale di riferimento, mentre un altro 7,7
per cento lo ha fatto parzialmente. Il contratto dovrebbe essere una delle
garanzie per la qualità e identità del sistema e, ovviamente, dei formatori.
“Oggi purtroppo non è così – commenta Brigida –. Molte strutture applicano i
contratti dei metalmeccanici e del commercio che, naturalmente, non definiscono
i profili professionali tipici di questo settore: tutor, formatore, progettista
eccetera”. Non è giustificabile che, mentre per insegnare a scuola o
all’università servono titoli e studi specifici, questo non accada per la
formazione professionale. La trattativa per il rinnovo del contratto è aperta
da due anni, ma è ostacolata dal non governo delle Regioni e dalla debolezza
strutturale degli enti di formazione. I sindacati puntano a chiudere prima
dell’estate perché poi, dal luglio del 2003, entrano in vigore le nuove norme
Ue sull’accreditamento. A quel punto occorrerà costruire un vero contratto di
settore: tutta un’altra storia. (24 giugno 2002)