Fiom: "Su quegli accordi c'è scritta la parola fine"
di Stefano Iucci
Da ottobre Mirafiori perderà la “Marea”. Poi, a metà del prossimo anno, la
Panda, con un altro nome, migrerà in Polonia: sulle due linee lavorano oggi, a
Torino, 3.000 addetti. La Powertrain, l’altro pezzo di Mirafiori, non investirà
più sul suo unico motore, il Tor.que, che andrà così a esaurimento. Con questo
bollettino di guerra in testa, e tanta rabbia dentro, i lavoratori della Fiat
di Torino inaugurano, il 13 settembre, lo sciopero nazionale articolato
proclamato dalla Fiom. Uno sciopero contro l’accordo del 24 luglio scorso
(firmato dall’azienda con Fim, Uilm e Fismic) che, insieme a quello per
Powertrain e Purchasing del 4 settembre, taglia 3.462 posti di lavoro. Insieme
a Torino si fermano altri due pezzi importanti di Fiat: l’Iveco di Suzzara e la
New Holland di Jesi.
Questa l'agenda degli stop: a Mirafiori tre ore di sciopero (8.00-11.00). Due
ore all'Iveco e alla Fiat Hitachi. Quattro ore alla Marelli, alla Comau e alla
Teksid. Due ore e mezzo all'Avio. La Fiom ha già comunicato le prime stime
sulle adesioni: il 90% dei lavoratori alla Teksid, l'80-90% alla Marelli, il
70% alle Carrozzerie-Presse, il 70-80% alla Comau. Alla manifestazione, secondo
il sindacato, hanno partecipato circa 3 mila persone (per la Digos 600).
I due accordi separati hanno già “rubato” a Torino 2.300 posti di lavoro. Ma
per far bene i conti, bisogna aggiungere le duemila persone messe in mobilità
nel 2001: “In tutto – tira le somme Claudio Stacchini, della segreteria Fiom di
Torino – fanno 4.300 posti di lavoro. L’equivalente di una grande impresa che
chiude i battenti e lascia la città”. E Torino senza Fiat sarebbe, per Luciano
Gallino, una città senz’anima. Una provocazione? No: per la Cgil tra le righe
delle intese separate sottoscritte da Fim, Uilm e Fismic con l’azienda è
nascosta la parola “fine” sul futuro dell’auto. In quell’accordo non c’è
neanche una parola sulla nuova frontiera dell’automobile. Niente sulle
tecnologie ecocompatibili, per tutti gli esperti di politiche industriali il
futuro dell’auto. Nel 2003 la Toyota commercializzerà le prime vetture a
idrogeno nell’area di Tokyo, la Daimler Chrysler ha già presentato un prototipo
di auto sempre a idrogeno, “Fuel Cell”, che con 37 cavalli di potenza può
viaggiare fino a 130 chilometri orari; su motori a idrogeno o “ibridi” (gas,
benzina, metano, idrogeno) sta puntando anche la Ford. E sull’idrogeno come
rivoluzionaria fonte di energia ha appena scritto un libro Jeremy Rifkin.
“Bene, in un contesto di questo tipo, la Fiat – polemizza Stacchini – riesce a
presentare un piano industriale che non dice nulla sulle nuove vetture e
presenta investimenti per 2,4 miliardi di euro l’anno: la metà di quanto
spendono in media le altri grandi dell’auto. Si può, in queste condizioni,
parlare di futuro”?
Ammortizzatori sociali, o quel che ne resta
E allora non restano che gli ammortizzatori sociali. Ma anche qui siamo agli
sgoccioli: a ottobre le Carrozzerie di Mirafiori avranno raggiunto le 42
settimane di cassa integrazione, su 52 disponibili. Ancora peggio, se
possibile, stanno i cugini lombardi di Arese: qui le settimane di Cig
disponibili finiranno in autunno. Cosa succederà, poi? È una crisi, quella
torinese, che non risparmia neanche l’indotto dell’auto: il 65 per cento
dipendente direttamente da Fiat: “Sono arrivati i primi esuberi, per centinaia
di persone – aggiunge Stacchini – e le prime chiusure. E poi c’è un altro
segnale inquietante: le ore di cassa integrazione nel primo quadrimestre hanno già
raggiunto quota 8 milioni”.
Una situazione disperata, cui però il sindacato contrappone richieste precise:
“La Fiat e i suoi alleati devono investire e recuperare il ritardo tecnolgico
accumulato negli anni – elenca il sindacalista –. Il governo, in una partita di
questa importanza, non può limitarsi a offrire una sede di monitoraggio per la
crisi: servono politiche di sostegno e incentivazione allo sviluppo. Le
amministrazioni locali, infine, devono far valere la capacità di rappresentanza
dei cittadini: non si può pensare che per il futuro di Torino bastino le
Olimpiadi”. Intanto, però, bisogna fare i conti con una crisi sempre più nera:
la Fiat Auto continua a perdere quote di mercato in Italia ed Europa e anche il
terzo semestre di bilancio, sembra certo, andrà male. Il primo semestre 2002 ha
chiuso con un risultato operativo in negativo per 426 milioni di euro: lo
scorso anno l’utile era stato di 528 milioni di euro. Negli stabilimenti di
Mirafiori circola una voce inquietante: il prossimo licenziamento di 300
dirigenti. Il prodromo di una fase ancora più drammatica.
(13 settembre 2002)