FIAT: disastro sociale e industriale prodotto dalla
proprietà, con l’ avvallo di governi e di fim-fiom-uilm. No agli esuberi e alla
cig a zero ore, attività produttiva per tutti gli stabilimenti.
La crisi Fiat, occupazionale, finanziaria e industriale,
viene da lontano; i sintomi erano visibili già nel decennio scorso e sono da
imputare alla scelta della proprietà che ha determinato una crisi di prodotto,
specie sul marchio Fiat e Lancia. La Fiat tra il 1995 ed il 2002 ha investito solo
4,5 miliardi di euro per la ricerca sui nuovi modelli, Volkswagen ne ha
investito 21, Renault 10,4.
Invece
di perseguire innovazione sul prodotto, affrontando le tematiche
dell’inquinamento e quindi delle energie alternative sull’auto, delle dimensioni
spaziali dell’auto e presidiare i segmenti alti, ha puntato tutto
sull’abbattimento dei costi, cacciando dagli stabilimenti decine di migliaia di
lavoratori, intensificando il livello di sfruttamento, affidando a terzi pezzi
sempre maggiori del processo produttivo, spostando le produzioni nei paesi dove
il lavoro costa poco e sulla ricerca di quote aggiuntive di mercato nei paesi
di prima motorizzazione. Il baricentro si è spostato e frammentato e con esso i
saperi, i mestieri, le competenze. La Fiat, dopo aver preteso ed ottenuto il
monopolio dell’auto in Italia, non è stata in grado di gestire e valorizzare né
i marchi né le qualità dei dipendenti acquisiti. Esempio emblematico l’Alfa
Romeo, acquisita per eliminare un potenziale concorrente e usata esclusivamente
per le capacità produttive degli stabilimenti. L’Alfa è stata massacrata dal
punto di vista occupazionale ed omologata alla Fiat provocandone il lento
declino e disperdendo un patrimonio di conoscenze, di ricerca e di
progettazione. Con l’accordo con GM, la proprietà si è
auto-tutelata e su sua richiesta può cedere l’intero settore auto. Tale
clausola dimostra che la Fiat ha già deciso di passare la mano agli americani
ed oggi fa il lavoro sporco per dare domani a GM solo quanto essa effettivamente
vuole. (marchio Alfa Romeo e stabilimenti di Melfi, Termoli e parte di
Cassino?)
Anche i
governi e fim fiom uilm sono responsabili della situazione che si è creata. La crisi Fiat
rende evidente non solo il fallimento della proprietà e della dirigenza della
società e dei Governi che hanno sistematicamente usato risorse pubbliche per
finanziare la Fiat (decine di miliardi di euro, di cui 5 miliardi negli ultimi
anni) ma anche quello del sindacato confederale che in questi anni si è
distinto solo per la totale subalternità alla politica Fiat. Sono state
concordate condizioni di lavoro, utilizzo degli impianti e ritmi di lavoro
massacranti a Melfi, Termoli, Pratola Serra e Cassino; sono stati concessi
straordinari a Pomigliano e scorpori in tutti gli stabilimenti; sono stati
concordati licenziamenti di migliaia di lavoratori e chiusure di importanti
stabilimenti (Desio, Chivasso, Rivalta, Arese, l’ex Maserati di Milano ecc). Ogni volta
progetti inconsistenti hanno ricevuto il consenso del sindacato. L’occupazione
in vent’anni è passata da 200.000 addetti a 35.000. Ancora quest’anno più di
tremila lavoratori sono stati espulsi con il consenso di Fim e Uilm, oggi la
Fiat, con la decisione di espellerne altri 8100 attraverso la Cigs a zero ore e
di chiudere due stabilimenti, Arese e Termini Imerese, vuol continuare a far
pagare ai lavoratori gli effetti delle scelte della proprietà e del gruppo
dirigente. L’opposizione alla Fiat è stata praticata
puntualmente in questi anni solo dalla FLMUniti-CUB e dal sindacalismo di Base Le condizioni per
la salvaguardia dell’occupazione e non ripetere le negative esperienze del
passato Il piano industriale presentato dalla Fiat, in
accordo con General Motors e le banche, è finalizzato ad un ulteriore
ridimensionamento dell’occupazione delle capacità produttive e nel nostro paese
in funzione della vendita prevista. La Gm più che l’ancora di salvezza
rappresenta oggi un ulteriore problema in quanto:
Il piano di
investimento e rinnovo dei modelli della Opel è in fase avanzata e i suoi
modelli cannibalizzeranno quelli Fiat
L’acquisizione
della Daewo è avvenuto con pesanti conseguenze sul piano occupazionale
Ha un grave
problema finanziario per la crisi del fondo pensioni interno legato
all’andamento della borsa col rischio di non poter pagare le pensioni agli ex
dipendenti.
Qualsiasi piano per la Fiat deve partire dal presupposto che
tutti i lavoratori rimangano in fabbrica e sia garantita l’attività produttiva
in tutti gli stabilimenti. Occorre rifiutare perciò la
Cigs a zero ore rendendo uniformi le condizioni di lavoro, di orario e di
salario tra tutti gli stabilimenti e superare gli accordi di Melfi, Termoli e
Pratola Serra sul lavoro domenicale e di notte. Pertanto è necessario dividere il lavoro
nell’immediato e progettare modelli adeguati al mercato futuro.Governo e fim,
fiom e uilm devono uscire da una condizione di subalternità rispetto alla Fiat,
che per troppi anni ha caratterizzato la loro azione. L’importanza del settore auto sull’intera economia
e il numero degli occupati in termini diretti e nelle aziende collegate,
impongono scelte radicalmente nuove e alternative rispetto a quelle praticate
nel passato, compreso la ricomposizione del processo produttivo devastato con
esternalizzazioni e terziarizzazioni. Occorrono finanziamenti e investimenti per
rilanciare il prodotto che è il vero problema della Fiat e garanzie certe che
vengano usati per l’auto. Quelli annunciati dalla Fiat sono insufficienti a
recuperare il ritardo accumulato ed a reggere il confronto con la concorrenza. Per garantire un
futuro meno travagliato ai lavoratori è necessario che la famiglia Agnelli
prima copra i debiti e poi si faccia da parte perché l’attuale proprietà non è
credibile qualsiasi piano presenti, non ha mantenuto gli impegni assunti nel
passato e oggi punta unicamente a scaricare sulla collettività (lavoratori e
stato) i costi di un’operazione lucidamente programmata che consentirà alla
famiglia e alle banche di trarre il massimo profitto dalla cessione di Fiat
auto. Le decisioni della Fiat possono essere
efficacemente contrastate se i lavoratori gestiranno direttamente la lotta per
la difesa del posto di lavoro, senza rinchiudersi nel localismo, costituendo
comitati con i cittadini e le forze sociali presenti sul territorio e
attraverso il rafforzamento della presenza del sindacalismo di base che in
questi anni da solo ha dato ampia prova di coerenza nel contrastare le
decisioni di Fiat, Governi e Fim-Fiom-Uilm che hanno determinato le attuali
negative prospettive.
ottobre 2002 CUB - Confederazione Unitaria di Base