www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 20-11-02

Mobbing: due anni di attività di uno sportello Cgil: identikit delle vittime


Ultratrentenne, diplomato, vittima di soprusi

di Marco Togna

Ha più di trent’anni, possiede un diploma e lavora in un’azienda privata. Sul posto di lavoro subisce angherie da almeno sei mesi. Ecco l’identikit, tracciato dallo sportello antimobbing della Cgil di Roma centro, delle vittime di soprusi in fabbrica e in ufficio. Un servizio con quasi due anni d’esperienza: oltre 6 mila persone contattate, più di mille incontri individuali, 250 casi di mobbing accertati. “All’inizio – spiega Cecilia Taranto, segretaria generale della struttura camerale – arrivavano figure professionali alte: primari o docenti universitari, i più consapevoli del fenomeno. Con il tempo, soprattutto per la maggiore circolazione di informazioni, lo sportello si è riempito di operai, segretarie, impiegati. La stessa cosa si è ripetuta per i settori: prima il mondo pubblico, poi i dipendenti delle imprese private. Progressivamente, è andato aumentando il numero dei giovani, a causa delle nuove forme contrattuali, che favoriscono azioni vessatorie”.
Tra i tanti casi, colpiscono quelli di coloro che, responsabili in un primo tempo di molestie verso colleghi o subordinati, in seguito si sono trovati nella posizione di vittime. “L’attuale organizzazione del lavoro – continua Taranto – è basata sulla frantumazione dei compiti, sull’incertezza della propria funzione, sulla continua messa in discussione dell’identità professionale. Abbiamo così avuto persone che, quando erano capi o comunque in ruoli di responsabilità, consideravano i diritti come un ostacolo alla competitività aziendale, attuando così pratiche di mobbing. Quando poi, per flessibilità o ristrutturazioni, hanno dovuto ricoprire incarichi di minor valore, hanno vissuto sulla propria pelle quella concezione autoritaria e aggressiva della gerarchia aziendale di cui prima erano protagonisti”.
Lo sportello antimobbing della Cgil di Roma centro nasce nel dicembre 2000, con l’istituzione di un numero verde (800-255955). L’importanza dell’iniziativa trova una conferma immediata: il centralino è in pochissimo tempo subissato da telefonate da tutta Italia, quasi 200 soltanto nella prima settimana. Considerato il “successo”, il mese seguente (gennaio 2001) si decide di mettere a disposizione di coloro che chiamano una vera e propria struttura, dove le persone vengono accolte, per una prima valutazione, da uno psicologo del lavoro e da alcuni volontari sindacali. In questi 22 mesi d’attività, lo sportello ha realizzato 4.300 contatti tramite il sito Internet e 2.500 telefonate. Fisicamente, allo sportello si sono presentati 1.250 lavoratori: per 250 è stata verificata una situazione di mobbing. Di questi, circa 200 hanno ricevuto la certificazione medica che testimonia il danno subìto. Tra i casi accertati, 61 sono stati indirizzati ai legali dello sportello: 25 hanno avviato la procedura legale, mentre per due la vicenda si è già conclusa con una transazione, in cui le aziende hanno riconosciuto l’esistenza delle persecuzioni psicologiche e hanno offerto una somma per il risarcimento.
Per mille delle persone che si sono presentate allo sportello, non è stata riconosciuta la persecuzione. Questo, però, non significa che non abbiano subìto lesioni alla loro dignità di persone e ai loro diritti. “In genere, si pensa al fenomeno – dice la segretaria della Cgil di Roma centro – come a un rapporto limitato tra il mobber e la vittima, al massimo con la colpevole complicità di qualche collega. I racconti delle persone, in realtà, ci parlano di condizioni di grande disagio, di climi aziendali pessimi e disturbati, di organizzazioni del lavoro incentrate su criteri esasperati di competizione. Queste situazioni, anche se non rientrano nei casi certificati, producono comunque una sensazione individuale di mobbing”.
Un passo importante nella crescita dell’attività dello sportello è stata la firma, nel 2001, di un protocollo di collaborazione (medica e scientifica) con la II facoltà di Medicina del lavoro dell’Università “La Sapienza” di Roma e con la direzione del Policlinico Sant’Andrea, sempre nella capitale. “Il rapporto con l’ateneo – spiega ancora Taranto – ha innanzitutto il pregio di stabilire un percorso protetto per le vittime. Lo sportello riceve le richieste d’aiuto, esamina i casi e, individuate le reali esperienze di mobbing, invia i lavoratori all’università. Lì entrano in un circuito di esami medici e di analisi delle eventuali patologie psicosomatiche, fino a giungere, laddove viene riscontrata, alla certificazione di compatibilità con il mobbing”. Un altro aspetto da sottolineare è che, nel maggio prossimo, questa collaborazione produrrà una ricerca che avrà come obiettivo quello di chiarire cos’è il mobbing: “Potremo così mettere fine alla confusione attuale, che vede posizioni diverse, ma coincidenti sul “non intervento”: da quella di Confindustria, che semplicemente nega l’esistenza del fenomeno, a quella della legge della Regione Lazio del luglio scorso, che interpreta il mobbing in maniera così estensiva al punto di rendere impossibile qualsiasi azione di contrasto”.
Ma chi sono le vittime del mobbing? Uomini e donne sono quasi pari: un dato che indica come le azioni vessatorie sono per lo più indirizzate verso soggetti femminili, dato che il numero delle lavoratrici è sensibilmente inferiore a quello dei maschi. L’età è compresa tra 30 e 60 anni. Ben il 62,4 per cento lavora in aziende private: in larga parte (65 per cento) sono imprese di grandi dimensioni, ben al di sopra dei 15 dipendenti. Nella pubblica amministrazione (37,6 per cento del totale), i casi di mobbing si riscontrano maggiormente negli enti locali o parastatali (48 per cento), seguono la scuola e l’università (20), i ministeri centrali (20) e il comparto della sanità (12). Pochi dei lavoratori che denunciano vessazioni, pur rivolgendosi a una struttura Cgil, sono iscritti al sindacato.
La Cgil di Roma centro non si limita tuttavia al servizio di tutela offerto con lo sportello antimobbing. Per stroncare il fenomeno lancia anche alcune proposte. La prima è l’inserimento in ogni documento di valutazione dei rischi aziendali (obbligo previsto per tutte le aziende dalla legge 626 del ’94) anche della valutazione di quelli psicosociali. Un’altra proposta prevede la sottoscrizione di accordi che impegnino la direzione aziendale a non favorire, sia ufficialmente nelle proprie direttive interne, sia informalmente attraverso usi e prassi, alcun tipo di situazione che possa portare a forme di disagio. “Garantire la sicurezza sul posto di lavoro – conclude Taranto – deve oggi comprendere anche questo tema. Il nostro intento, quindi, è di affrontarlo dentro le imprese, con il coinvolgimento degli Rls e delle organizzazioni sindacali, per giungere alla definizione di azioni preventive, di codici di comportamento, di tutte quelle misure orientate a eliminare le condizioni in cui le pratiche di mobbing trovano terreno fertile”. La Cgil, infine, chiede l’inserimento nei piani formativi aziendali di specifici momenti finalizzati allo “sviluppo armonico delle relazioni umane”, oltre alla creazione di una rete (tra Asl, parti sociali e associazioni) per assicurare una capillare assistenza alle vittime di persecuzioni psicologiche.

(Rassegna sindacale, n. 42, 19 novembre 2002)