Mercato del lavoro
/ Gli obiettivi da Lisbona 2000 a Barcellona 2002
Cosa ci chiede l'Europa?
di Davide Orecchio
Ogni intervento nazionale sulle politiche del lavoro è mosso da un filo
“comunitario”. Non potrebbe essere altrimenti, data l’attenzione che la Ue
dedica al tema da almeno cinque anni a questa parte. E’ un processo iniziato
nel 1997, col processo di Lussemburgo (e prima ancora col Trattato di
Amsterdam), e poi esploso nel 2000 col Consiglio straordinario di Lisbona
sull’occupazione. In Portogallo, infatti, la Ue ha preso una decisione storica:
trasformare il Vecchio Continente nell'«economia basata sulla conoscenza più
competitiva e dinamica del mondo» (citiamo testualmente dalle Conclusioni del vertice).
L’obiettivo, da raggiungere in dieci anni, dev’essere guadagnato attraverso la
penetrazione delle Ict (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione)
nel tessuto (nella vita quotidiana) dell’Europa, attraverso il potenziamento
della formazione scolastica e post scolastica, portando a termine i processi di
riforma strutturale e completando il mercato interno. Ma l’elemento principale,
la riforma imprescindibile individuata dalla Unione europea, riguarda proprio
le politiche del lavoro, senza il cui rinnovamento non sarebbe possibile alcuna
economia della conoscenza.
A Lisbona è stata individuata una lista di punti deboli che toccano il mondo
del lavoro di tutti gli Stati membri: il livello eccessivo della disoccupazione
e, in particolare, della disoccupazione di lunga durata (la metà dei senza
lavoro in Europa non ha un impiego da più di un anno); l’insufficienza della
partecipazione femminile al mercato del lavoro; il cattivo funzionamento del
mercato stesso, ossia un rapporto inefficace tra domanda e offerta di
manodopera; l’invecchiamento della popolazione; il permanere di forti squilibri
regionali. Difficoltà da risolvere – questa l’indicazione di Lisbona 2000 –
adottando politiche attive del lavoro, ossia interventi e sostegni che aiutino
le persone a trovare un’occupazione ma che non ricadano in forme di assistenza
che, alla lunga, accrescono l’esclusione sociale. Perni di tali politiche
dovrebbero essere 1) servizi di collocamento efficaci impostati su database moderni (il nostro Sil,
Sistema informativo lavoro, dovrebbe rispondere a questa indicazione); 2) un
maggior tasso di occupazione nei servizi; 3) il potenziamento
dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita; 4) le pari opportunità.
Con una notevole dose di ottimismo, la Ue ha poi fissato un traguardo
collettivo: portare entro il 2010 il tasso degli occupati dal 61% al 70% della
popolazione europea, e la quota di donne che lavorano dal 51% a una media
superiore al 60%. E ha quindi indicato l’obiettivo della modernizzazione dei
sistemi di protezione sociale (pensioni, assistenza, tutto ciò che cade sotto
la voce welfare), sistemi che –
leggiamo ancora nelle Conclusioni
del vertice portoghese - «devono essere adattati, nel contesto di uno Stato
sociale attivo, per dimostrare che il lavoro "paga", per garantire la
loro sostenibilità a lungo termine a fronte dell'invecchiamento della
popolazione, per promuovere l'inclusione sociale e la parità di genere, e
fornire servizi sanitari di qualità».
In sintesi Lisbona ha indicato agli Stati membri un percorso di rinnovamento
dei sistemi di welfare pur
senza rinnegare la tradizione sociale del Vecchio Continente. Questo percorso,
che poi ciascun governo deve concretare mediante politiche verificate di anno
in anno, è il frutto di una mediazione, è un compromesso che si esplica nelle parole
ancor prima che nei fatti, ossia nelle direttive e indicazioni emanate dalla
Ue. Il compito di tessere accordi e ricomporre dissidi, del quale si fa carico
soprattutto la Commissione guidata da Romano Prodi, è ancora più urgente quando
si tratta di tracciare una strategia per le politiche del lavoro e del welfare. In questo caso, infatti, le
contrapposizioni tra i governi nazionali di sinistra e centro-sinistra e quelli
di destra e centro-destra richiamano un conflitto culturale tra due modelli
profondamente antitetici. Le pressioni verso la deregolazione, verso
l’individualizzazione dei rapporti di lavoro e la “modernizzazione” dei sistemi
sociali, che si riconoscono nel modello anglosassone tutto human resources e pragmatismo
(sostenuto non a caso da Tony Blair) hanno ben poco in comune col classico
“modello renano”, patrocinato dagli Stati (ex) locomotiva d’Europa, da Francia
e Germania, e imperniato saldamente sul dialogo sociale e sul coinvolgimento
dei lavoratori nelle strategie.
E’ proprio la necessità di mediare tra queste due spinte antitetiche (ma anche
tra le pressioni delle imprese e le difese alzate dai sindacati) che porta la
Ue alla ricerca di un nuovo linguaggio e di una nuova politica, che la induce
da un lato a spingere gli Stati membri ad attuare una maggiore deregolazione
dei mercati del lavoro, ma dall’altro ad emanare direttive e provvedimenti di
robusto spessore sociale, come ad esempio l’Agenda sociale europea, elaborata dal vertice di Nizza del
dicembre 2000, un testo che – come si legge nelle conclusioni del summit
francese - «costituisce una tappa fondamentale per rafforzare e modernizzare il
modello sociale europeo, contraddistinto da un legame indissociabile tra
prestazione economica e progresso sociale». O come, ancora, la direttiva sulla
consultazione dei dipendenti nei processi di ristrutturazione aziendale.
Paradossalmente l’assenza di un attore politico autonomo sulla scena europea ha
portato alla nascita di una nuova politica di sintesi, in cui convergono due
indirizzi in origine contrastanti. Solo che, quando i rapporti di forza non si
sbloccano, insorgono situazioni di stallo. E’ quanto è successo nel recente
Consiglio di Barcellona (marzo 2002). Il meeting catalano, sequel di quello di Lisbona, era
stato annunciato come probabile teatro di svolte epocali nelle politiche del
lavoro europee e come arena di uno scontro da fuochi d’artificio tra il
variopinto asse Blair-Berlusconi-Aznar (leader schierati in nome della
flessibilità, delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni) e le
socialdemocrazie francese e tedesca che, anche perché alle prese con imminenti
scadenze elettorali, non intendevano concedere nulla alle ragioni del
neoliberismo.
Da Barcellona, però, non è arrivata nessuna svolta. Gli opposti si sono annullati
e il vertice non ha fatto fare un solo passo avanti (o indietro) alle politiche
del lavoro. Oltre a confermare gli obiettivi di Lisbona, il consiglio si è
limitato a dare due indicazioni largamente generiche e condivisibili: 1) che
gli Stati membri si adoperino per innalzare l'età media dei pensionamenti dai
58 anni attuali a 63 entro il 2010; 2) che i livelli contrattuali del lavoro
siano sempre «coerenti» con la produttività.
L’unica novità è stata il conio di un neologismo, il termine «flexecurity», che
veste magistralmente i compromessi del made in Europe e chiarisce il senso
dell’operazione di restyling del modello sociale europeo all’insegna del motto
«modernizzazione + tradizione». «Flexecurity» è un concetto che coniuga (fino
alla crasi) la flessibilità con la sicurezza sociale, l’adattabilità delle
nuove forme di lavoro (le forme atipiche) con le tutele della rete sociale. Un
welfare moderno per un mercato del lavoro moderno: solo il tempo dirà se questa
combinazione può diventare un modello.
(20 novembre 2002)
da www.rassegna.it