McDonald's / Parla Tony Royle, esperto di relazioni industriali comparate (Rassegna sindacale, n. 2, 21 gennaio 2003)
I manager col ketchup nelle vene
di Eliana Como
McDonald’s è una delle multinazionali più diffuse nel
mondo: alla fine del 2000 operavano, sparsi in 116 diversi paesi, più di 25
mila negozi specializzati nella ristorazione veloce. Intorno alla metà degli
anni ottanta la McDonald’s International era diventata la prima catena di fast
food in Giappone, Germania, Regno Unito, Canada e Australia. Nel decennio
successivo, più della metà dei ristoranti della company erano al di fuori degli
Stati Uniti e incidevano in maniera preponderante sui profitti dell’intero
gruppo. Nonostante quest’enorme diffusione, la multinazionale è rimasta
sorprendentemente fedele al sistema originario introdotto dai fratelli
McDonald’s e perfezionato da Ray Kroc. Il colosso dell’hamburger ha fatto della
standardizzazione una virtù, non solo per i prodotti venduti, ma anche per le
pratiche manageriali di gestione del personale. Per più di 50 anni McDonald’s
ha sostenuto una cultura antisindacale, incentrata su un «management
psicologico» (impostato sul rapporto personale) e sul reclutamento di personale
molto giovane, per lo più alla prima esperienza di lavoro, facilmente
ricattabile e di solito poco interessato a mantenere a lungo la propria
occupazione.
Tony Royle, senior lecturer presso
il Dipartimento di gestione delle risorse umane alla Nothingham Trent
University ed esperto di relazioni industriali comparate, analizza
dettagliatamente da anni i tentativi messi in atto da McDonald’s per adattare o
imporre le sue politiche di relazioni industriali ai diversi paesi europei, da
quando, nel ’71, ha aperto i primi ristoranti in Olanda e in Germania. Non
ancora tradotto in italiano, il suo ultimo saggio, Working for McDonald’s in
Europe: the unequal struggle? («Lavorare da McDonald’s in Europa: una battaglia
persa in partenza?»), si basa su più di sei anni di ricerca empirica, in
particolare nel Regno Unito. In Italia su invito della Filcams Cgil, Royle ci
racconta i principali risultati di questa sua lunga esperienza di studio.
Rassegna Fin da quando è
nata, McDonald’s ha sempre avuto un atteggiamento manageriale ostile nei
confronti dei sindacati. Qual è stato l’impatto di questa cultura con i
sistemi di regolazione europei?
Royle Quando apparve per la
prima volta in Europa negli anni settanta, McDonald’s cercò di mettere in atto
la stessa cultura antisindacale già sperimentata negli Usa: ciò non poté
avvenire in maniera lineare e, pertanto, la multinazionale dovette
intraprendere negli anni una serie di adattamenti ai sistemi nazionali europei,
in particolare in quei paesi in cui i sindacati sono storicamente molto forti.
Quando aprì il suo primo ristorante in Germania nel ’71, il conflitto con le
organizzazioni dei lavoratori ebbe ripercussioni notevoli sull’opinione
pubblica. Per evitare gli effetti della pubblicità negativa, McDonald’s fu
costretta a cambiare politica e a sedersi al tavolo delle trattative con la Ngg,
il sindacato tedesco della ristorazione. I rappresentanti di quella federazione
di categoria capirono perfettamente, sin da quella prima occasione di
confronto, che si trattava soltanto di una decisione di comodo, per non
rovinare l’immagine dell’azienda, e che non avrebbe rappresentato alcun
cambiamento sostanziale nell’atteggiamento di chiusura della multinazionale.
Nell’aprile 2002 il contratto collettivo della ristorazione tedesca, scaduto
pochi mesi prima, non è stato rinnovato dalla Ngg, ma da un sindacato giallo
molto vicino alla multinazionale americana (Ganymed, con appena 1.500 iscritti,
ndr). Del resto, anche in Svezia, dove pure la politica della direzione
centrale è formalmente orientata a mantenere buoni rapporti con il sindacato,
l’atteggiamento ostile nei confronti dei lavoratori persiste, perché la
situazione nei ristoranti è affidata a manager che, soprattutto quando si
tratta di franchisees, fanno di tutto per mantenere il controllo sulla
manodopera.
Rassegna L’atteggiamento
della multinazionale, dunque, si traduce in un basso tasso di sindacalizzazione
anche in paesi come la Svezia, in cui il numero di iscritti alle confederazioni
è in media molto alto.
Royle Assolutamente sì.
Persino nei paesi in cui le organizzazioni dei lavoratori hanno una presenza
stabile e forte, il tasso di sindacalizzazione presso McDonald’s è molto
inferiore non soltanto alla media nazionale, ma anche allo stesso settore hotel
e ristoranti e spesso al comparto fast food. Questo dipende in larga misura
dall’atteggiamento ostile dell’azienda, che cerca di evitare in tutti i modi
interferenze da parte del sindacato, ma anche dalle caratteristiche della forza
lavoro impiegata: si tratta di persone molto giovani, con poca esperienza e con
un atteggiamento strumentale nei confronti di un lavoro che sanno non durerà a
lungo. Risultato: anche nei paesi scandinavi, dove si registrano i tassi di
sindacalizzazione più alti d’Europa (tra l’80 e il 90 per cento), abbiamo da
McDonald’s scarsi tassi di sindacalizzazione. Al contrario, è l’Italia, assieme
all’Austria, a vantare le percentuali d’adesione più alte, entrambi intorno al
20 per cento.
Rassegna Come spiega questa
particolarità italiana?
Royle Le ragioni sono più
d’una. Credo che in Italia i lavoratori siano in genere più politicizzati,
sanno più di altri di avere il diritto di scioperare e di mobilitarsi per
migliorare le proprie condizioni di lavoro. Penso che questa sia una
caratteristica italiana e, in parte, anche francese. Questo spiega, per
esempio, perché Francia e Italia sono gli unici due paesi in cui recentemente
ci sono stati scioperi da McDonald’s. Tuttavia, questa non è l’unica
spiegazione. In Italia l’età media dei lavoratori è più alta che nel resto
d’Europa, probabilmente a causa del tasso di disoccupazione elevato,
soprattutto nel Mezzogiorno. Il turn over di questo tipo di lavoratori è più
basso e, di conseguenza, la possibilità d’iscriversi al sindacato è maggiore.
Va ricordato, inoltre, che quando McDonald’s si è insediata in Italia, lo ha
fatto per lo più rilevando fast food che operavano già da diverso tempo sul
territorio e che in una certa misura erano già sindacalizzati. Burgy, solo per
fare un esempio, ha una cultura diversa da quella di McDonald’s, meno
ideologicamente contraria al sindacato.
Rassegna Ci sono altre
spiegazioni dietro a questi alti tassi di sindacalizzazione presenti in
Italia?
Royle Beh, la legislazione
sindacale italiana rende sicuramente più facile la possibilità che i lavoratori
si organizzino in rappresentanze a livello di unità produttiva. Ovunque in
Europa, laddove i lavoratori sono in grado d’istituire rappresentanze in
McDonald’s, il tasso di sindacalizzazione aumenta clamorosamente, in alcuni
casi addirittura del 50 per cento. Di fatto, tutti i 2 mila lavoratori iscritti
in Germania sono occupati in ristoranti in cui esiste un work council. È per
questo motivo che McDonald’s tenta in ogni modo d’impedire la costituzione di
rappresentanze di base. In Germania è capitato addirittura che sia stato chiuso
un intero ristorante perché i lavoratori erano riusciti a organizzare la
propria rappresentanza sindacale.
Rassegna Il tasso di
sindacalizzazione non è tuttavia sufficiente, di per sé, a spiegare la forza
relativa dei diversi sindacati nazionali da McDonald’s.
Royle Assolutamente no. In
alcuni paesi il sindacato è molto attivo e riesce ad avere più iscritti che
altrove, ma non è affatto detto che sia in grado di raggiungere buoni accordi
collettivi. In Italia, possiamo registrare la percentuale maggiore di iscritti al
sindacato in McDonald’s, ma il contratto collettivo di settore, che pure ha
diversi elementi positivi, non è certo il migliore rispetto agli altri paesi.
La Norvegia ha un tasso di sindacalizzazione molto basso, soprattutto se
comparato al tasso medio nazionale, ma il contratto è molto buono e garantisce
paghe piuttosto alte.
Rassegna Quali sono, dal
punto di vista degli stipendi, i paesi messi peggio?
Royle Sono gli Usa, il Regno
Unito e l’Irlanda ad avere le paghe più basse. In questi paesi il tasso di
sindacalizzazione è prossimo allo zero e non esistono contratti collettivi di
settore. Ma livelli salariali molto bassi riguardano anche la Germania e
l’Austria, che hanno tassi di sindacalizzazione relativamente maggiori. Ciò è
dovuto in larga misura alle caratteristiche della forza lavoro in questi paesi:
in Germania e in Austria lavorano da McDonald’s soprattutto gli immigrati dai
paesi dell’Est e questi sono spesso costretti ad accettare paghe più basse
rispetto agli altri lavoratori.
Rassegna Il suo ultimo
saggio, non ancora tradotto in italiano, si basa su interviste in profondità ai
lavoratori e al management di McDonald’s in Germania e nel Regno Unito.
Leggendo brani tratti dalle interviste condotte sui manager impressiona il
fatto che, nonostante le diversità culturali e i differenti sistemi regolativi
presenti nei due paesi, essi utilizzino esattamente le stesse parole per
descrivere il sindacato.
Royle Sì, è vero, è
piuttosto impressionante. È come se McDonald’s avesse loro iniettato il ketchup
nelle vene. Il condizionamento ideologico e culturale è fortissimo. Per capire
le strategie della company basta pensare a ciò che è accaduto in un paese come
il Giappone, che ha abitudini alimentari e strategie manageriali assolutamente
differenti da quelle che McDonald’s tenta d’esportare nel mondo e dove
all’inizio i tentativi d’insediamento della multinazionale incontrarono
notevoli resistenze. Il primo ristorante giapponese della multinazionale venne
aperto nel ’71, con una partecipazione locale del 50 per cento. Fu proprio in
quel periodo che, durante una conferenza universitaria, Den Fujita, che
possedeva la quota nazionale dell’attività, arrivò ad affermare che i
giapponesi erano bassi e avevano la pelle gialla perché per duemila anni non
avevano mangiato altro che pesce e riso. Disse in quell’occasione – e non credo
scherzasse – che se avessero mangiato hamburger e patatine nei ristoranti
McDonald’s sarebbero diventati più alti, biondi e con la pelle bianca. Non so
se nel frattempo i giapponesi sono diventati più alti, ma so per certo che
McDonald’s è cresciuto molto in quel paese e oggi vi si contano più di 2.500
ristoranti, con un giro d’affari inferiore soltanto agli Usa.
(Rassegna sindacale, n. 2, 21 gennaio
2003)