La lotta e’ per l’estensione dei diritti
Il pronunciamento della Corte Costituzionale del 15 gennaio con cui sono stati
cancellati quattro dei sei referendum sociali proposti (l’inammissibilità
riguarda l’abrogazione del finanziamento pubblico alle scuole private,
l’estensione di tutti i diritti sindacali alle aziende con meno di 15
dipendenti, norme più rigide per la costruzione di inceneritori, divieto di
introduzione di pesticidi ed elementi tossici nel ciclo alimentare), è
particolarmente grave, perché i referendum ritenuti inammissibili non
introducevano alcun aggravio nel bilancio dello stato (al limite introducevano
un risparmio nella spesa pubblica), né tanto meno mettevano in discussione
accordi di politica estera, ed inoltre, insieme agli altri due referendum
ritenuti ammissibili (estensione dell’art. 18 nelle aziende con meno di 15
dipendenti, introduzione di norme più severe per la costruzione di
elettrodotti), avevano superato nello scorso dicembre il vaglio della Corte di
Cassazione sia per quel che concerne la validità del numero di firme raccolte,
sia per la chiarezza dei quesiti da sottoporre agli elettori. E’ la prima volta
che la Corte Costituzionale cancella ben due terzi di un pacchetto referendario
già avallato dalla Cassazione.
Riteniamo inaccettabile soprattutto la cancellazione del referendum sulla legge
ulivista di cosiddetta “parità scolastica”, decisione che ha ricevuto
l’immediato plauso di Forza Italia; in questo caso centrodestra e
centrosinistra avevano tutto l’interesse a difendere un provvedimento che
abbiamo definito la madre di tutte le privatizzazioni.
Il referendum sulla scuola pubblica era particolarmente temuto da entrambi i
poli e da CGIL-CISL-UIL che avevano appoggiato i finanziamenti pubblici alle
scuole private, contro cui in ripetuti sondaggi si era espressa la netta
maggioranza degli intervistati. Eliminando questo referendum si è voluto
cancellare l’inevitabile effetto traino che avrebbe avuto sugli altri quesiti.
Ed è certo una coincidenza davvero assai singolare quella che vede la CGIL
lanciare, contemporaneamente al pronunciamento negativo della Consulta, una
manifestazione nazionale sulla scuola pubblica per il 12 aprile, prontamente
controfirmata dalla parte moderata del movimento antiglobalizzazione (UDS, ARCI,
Lega Ambiente, CIDI, etc…), in cui, se da un lato con linguaggio accattivante
si chiama alla lotta contro la riforma Moratti e i processi di privatizzazione
a livello mondiale promossi dal GATS (General Agreement on Trade and Services),
dall’altro non si dice una parola sulla berlingueriana legge di parità, mentre
si esaltano l’autonomia scolastica e la flessibilità didattica.
Per noi ovviamente la partita non finisce qui, i Cobas, le forze coerentemente
antagoniste e antiprivatizzazioni continueranno a battersi contro i processi di
privatizzazione e mercificazione del sapere, rilanciando la battaglia contro la
controriforma Moratti, i tagli alla scuola pubblica, appoggiando i referendum
regionali (il prossimo in Liguria) contro i buoni scuola.
Detto questo, dobbiamo ora concentrare il massimo degli sforzi sui referendum
rimasti, in particolare dobbiamo batterci per l’affermazione del referendum
sull’art. 18.
Sappiamo che la battaglia è difficile, sia per il raggiungimento del quorum,
sia per la vittoria del Sì, ma non riteniamo affatto di essere sconfitti in
partenza e di poter recitare solo un ruolo di pura testimonianza.
Sulla carta, ad oggi, solo un 10% delle forze parlamentari è schierata per il
sì all’estensione dell’art. 18 (Rifondazione, Verdi, Socialismo 2000), in campo
sindacale, oltre al sindacalismo di base, si può contare su una parte (non
tutta) dell’area Lavoro e Società della CGIL.
Il problema sono però milioni di lavoratori e lavoratrici che nell’ultimo anno
hanno dato vita a possenti scioperi e manifestazioni per difendere l’art. 18.
Ora, con il referendum, i lavoratori hanno l’opportunità di fare un passo
avanti, non solo difendendo l’art. 18, ma estendendolo a tutti/e coloro che
hanno un rapporto di lavoro subordinato in aziende con meno di 15 addetti, che
rappresentano la parte più consistente della forza lavoro occupata nel nostro
paese.
Certo restano fuori i cosiddetti lavoratori atipici e co.co.co., ma a nessuno
che non sia in malafede può sfuggire che una vittoria del sì sull’art. 18
avrebbe un enorme significato politico e aprirebbe spazi di battaglia per la
conquista di nuovi diritti anche da parte di questi altri soggetti sociali.
Il centrodestra si è subito schierato compatto per il no (un comitato per il no
è stato addirittura istantanemente costituito dai radicali e dal forzitaliota
Brunetta ex economista della Confindustria), si tratterà per loro solo di
scegliere fra l’astensione per far mancare il quorum o il voto massiccio per il
no. Non è però detto che anche gli elettori di centrodestra, tra cui putroppo
ci sono anche molti lavoratori dipendenti, debbano seguire queste indicazioni.
Per qualle motivo dovrebbero farlo? Il bello del referendum consiste
nell’allentamento del legame clientelare che invece è molto più solido in
occasione di elezioni politiche o amministratitive. Certamente dipenderà molto
dalla nostra capacità/possibilità di intercettare questi lavoratori e spiegare
che una vittoria del sì significa maggiore dignità e possibilità di diritti per
tutti i lavoratori dipendenti e in qualsiasi modo subordinati.
Per il centrosinistra invece il referendum sull’art.18 è subito diventato un
tormentone, la Margherita, lo SDI e forse l’UDEUR si sono schierati per il no,
proponendo il progetto di legge Amato-Treu che non c’entra niente con l’art.
18, se non nel senso di un ulteriore allargamento della flessibilità della
forza lavoro in entrata e in uscita; l’estrema destra diessina coagulatasi
attorno a “Il Riformista” ha subito aderito a un tale progetto schiettamente
liberale; la magggioranza DS è contraria sia al metodo che al contenuto del
referendum, propone una non meglio definita legge che riesca ad annullare il
referendum, ma, se non sarà possibile, oscilla tra il votare no e l’astensione;
il correntone DS (eccettuato il gruppo di Salvi e qualche altra individualità)
insieme ai comunisti italiani vorrebbero ardentemente una legge che eviti il
referendum, ma poiché non ci sarà forse finiranno col votare Sì.
Ma veniamo alla CGIL e qui siamo nel pieno della confusione. Una parte di
Lavoro e Società è disposta a battersi subito per il sì, la componente che fa
capo a Patta preferirebbe non arrivare al referendum; la FIOM si è prontamente
dichiarata per il sì. La maggioranza della CGIL e Cofferati sono in forte
imbarazzo, entrambi sostengono che il referendum finisce per dividere ciò che
il loro lavoro ha unito. E’ una posizione demenziale, poiché la battaglia per
l’estensione dell’art. 18 semmai allarga ulteriormente il fronte di lotta di
tutti coloro che finora hanno difeso strenuamente l’art. 18. Con quale buona
fede e forza di convincimento la CGIL può spiegare ai lavoratori che il
referendum è una sciagura, quando molti lavoratori, firmando quella petizione
dei 5 milioni (assolutamente inutile dal punto di vista dell’efficacia
giuridica), erano convinti di firmare per un referendum confermativo o
estensivo dell’art.18, e in ogni caso perché mai non dovrebbero votare per la
moltiplicazione della tutela contro i licenziamenti?
E Cofferati -il grande concertatore che tanto si è speso in questi ultimi mesi
per ulivizzare il movimento, mettendo in pratica una pericolosa azione di
rottura tra la sua componente moderata e quella radicale e utilizzando la prima
per arrivare alla “strabiliante” proposta di liste comuni tra Ulivo e movimenti
alle prossime amministrative- si vede chiaramente spiazzato da un referendum in
cui non sono ammesse né concertazioni, né mediazioni, come dire l’estensione
dell’art. 18 senza se e senza ma; allora il “leader di tutta la sinistra” (come
vorrebbe Moretti) annaspa, è costretto anche lui a cianciare di una legge che
eviti il referendum, ma che non ha alcuna possibilità di passare.
Alle accuse scalfariane, secondo cui i referendari fanno il gioco di
Berlusconi, rispondiamo i passeri con i passeri, i merli con i merli;
socialmente Scalfari difende gli stessi interessi di Berlusconi e di tutti
coloro che non vogliono l’estensione dell’art. 18, da cui invece noi insieme ai
lavoratori abbiamo tutto da guadagnare.
Occorre scrollarsi di dosso la sindrome della sconfitta annunciata, per cui non
potremo mai farcela. Bisogna lavorare sin da subito alla costituzione di un
comitato nazionale e di tanti comitati cittadini, territoriali, aziendali per
il Sì.
Il movimento antiglobalizzazione nel suo complesso, i fori sociali territoriali
devono schierarsi senza se e senza ma in questa campagna, che rappresenta in
questo momento l’autentica cartina di tornasole delle posizioni coerentemente
antiliberiste; ne va dell’autonomia, dell’unità e della radicalità del movimento.
Il movimento non deve passare il tempo a tormentarsi amleticamente su cosa farà
Cofferati; l’estensione e l’universalità dei diritti sono obiettivi che il
movimento deve perseguire fino in fondo.
Abbiamo visto che il movimento con la sua battaglia radicale contro la guerra è
riuscito a d influenzare larghissimi settori sociali ed in seguito anche parti
rilevanti di ceto politico e sindacale sono stati costretti ad abbracciare
queste posizioni. Eppure tantissimi all’inizio dicevano che eravamo uno sparuto
drappello di sognatori.
Ebbene occorre muoversi con la stessa carica ideale che mostriamo nella lotta
contro la guerra, rafforzata dalla concretezza materiale della difesa degli
interessi e dei diritti di milioni e milioni di lavoratori, per affrontare la
campagna per il Sì all’estensione dell’art. 18.
Non siamo noi che dobbiamo giustificare le nostre cristalline posizioni per il
Sì, piuttosto sono la CGIL e Cofferati che devono spiegare ai lavoratori i loro
attuali farfugliamenti e la loro indispettita contrarietà al referendum. Se in
seguito entrambi cambieranno opinione ne saremo contenti, ma non staremo a
tirarli per la giacca, altrimenti correremmo il rischio esiziale di restarne
ipnotizzati.
Noi invece abbiamo fretta, dobbiamo muoverci subito e partire con la campagna
per il Sì all’estensione dell’art. 18 nelle aziende con meno di 15 dipendenti e
per l’introduzione di norme più severe per la costruzione degli elettrodotti.
21 gennaio 2003
CONFEDERAZIONE COBAS