Il
Mezzogiorno e il lavoro che non c'è
Gli italiani tornano ad emigrare
di Stefano Iucci
A San Giuliano di Puglia, il paese dei figli “rubati” dall’ultimo, tremendo,
terremoto, da 8 anni 50 padri lavoratori partono periodicamente per andare a
lavorare a Faenza. Stanno qualche settimana, poi tornano in paese per un week
end e poi ripartono ancora. Dormono anche in cinque per stanza: altrimenti
andare fuori non conviene più. È questa la dimensione della nuova emigrazione
mordi e fuggi, come la spiega Michele Petraroia, segretario generale della Cgil
del Molise, e come non la registrano, evidentemente, i dati ufficiali: “Prima
chi andava in America tornava a casa ogni quattro o cinque anni; dalle miniere
del Belgio, negli anni Cinquanta, si poteva rientrare una volta all’anno,
magari per Natale; oggi questa gente torna più spesso ma il risultato è sempre
quello: i figli crescono senza i padri che vanno dove sta il lavoro. Cioè fuori
dal Molise”.
La gente del Sud, dai movimenti transoceanici a cavallo tra Otto e Novecento,
fino all’emigrazione europea e norditaliana del secondo dopoguerra, passando
per il rallentamento forte degli anni Settanta, non ha mai smesso di spostarsi:
dal 1876 al 1988 27 milioni di italiani hanno lasciato il paese, quasi 15
milioni in via definitiva. Ma la mobilità dei poveri ha ripreso fortemente
vigore negli ultimi anni. Lo sottolineano un po’ tutte le fonti: i rapporti
della Svimez da almeno un paio di anni, una ricerca di Caritas e agenzia
Migrantes dello scorso maggio (7 connazionali su 100 vivono all’estero,
soprattutto in Europa), uno studio pubblicato dalla “Rivista economica del
Mezzogiorno”, sempre dallo Svimez, sulla fuga dei cervelli dal Mezzogiorno. Ma
la conferma definitiva viene da uno studio, presentato nelle scorse settimane,
di Enrico Pugliese, direttore dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le
politiche sociali del Cnr. E i cui risultati sono sorprendenti: negli ultimi
dieci anni 700.000 persone hanno lasciato il Sud d’Italia, per andare al Nord,
o, in misura minore, all’estero.
Un caso emblematico: il Molise
Una ripresa generale, per il Sud, di cui il caso Molise è davvero
emblematico. Coniuga, infatti, una consolidata tradizione migratoria (a fronte
di 300.000 molisani in Italia ce ne sono un milione all’estero; interi
quartieri di Buenos Aires hanno nomi di città della regione), con i fallimenti
dello sviluppo assistito e i disastri naturali degli ultimi mesi: il terremoto
e l’alluvione di fine gennaio. L’economia della regione è in ginocchio e questo
rischia di fornire nuovo carburante agli esodi, già massicci se è vero, come
sostiene la Caritas, che su 100 italiani che vanno in Europa 22 sono molisani.
“Il lavoro non c’è – spiega Petraroia –. La Regione è uscita dal ’99 dalle aree
agevolate Obiettivo 1, il che significa un aumento del costo del lavoro
(superiore del 20 per cento a quello delle regioni vicine), e incentivi e
agevolazioni per le attività produttive inferiori del 25-30 per cento rispetto
ai territori confinanti. Tutto questo sta portando a un progressivo disimpegno
di multinazionali e imprese del centro-nord (Finco Ricerca, Magneti Marelli,
Rer Alcoa, ndr) che non hanno più convenienza a rimanere”. Nonostante qualche
buona prova della programmazione negoziata, la disoccupazione è quasi al 14 per
cento; non solo: molta occupazione è ormai precaria. Anche le imprese a
capitale locale faticano a reggere una competizione resa sempre più dura anche
dalla cronica carenza d’infrastrutture: ancora oggi manca un collegamento
veloce tra l’autostrada Roma-Napoli e l’Adriatica, mentre il 50 per cento delle
strade provinciali sono chiuse, non si sa ancora per quanto, a causa
dell’alluvione.
La Cgil ha tradotto in cifre questa crisi: su 20.000 addetti nel manifatturiero
5000 sono a rischio solo per Fiat e indotto; ma in bilico è anche il polo del
tessile di Pettoranello, l’agroindustria (1.500 addetti) piegata dall’alluvione
(distrutte Cantina e Conservificio Val Biferno) e l’edilizia è ferma in attesa
dei soldi per la ricostruzione. “Chi paga di più, e va a cercare lavoro fuori –
continua il sindacalista – sono i i 45-50enni che perdono il lavoro e i
giovani. Oltre la metà degli iscritti al collocamento ha meno di 30 anni. Ma
noi dobbiamo convincere questa gente a non andar via. A cercare il loro futuro,
malgrado tutto, nella propria terra. Non possiamo perdere i nostri cervelli”.
Non sarà facile. Tanti, troppi giovani, partono per il Nord, soprattutto verso
l’Emilia: vincono concorsi in Polizia, nella pubblica amministrazione; fanno
gli infermieri, magari anche da precari, vanno in fabbrica. Lo scorso mese a un
bando per (poche) borse di studio promosse dalle amministrazioni locali
emiliane e di Bolzano hanno risposto 700 molisani: per soli sei mesi di stage e
a poco più di 600 euro al mese.
C’è poco tempo per fare qualcosa, dopo le sciagure naturali di questi mesi, e
prima che altra gente decida di emigrare: “Chiediamo – attacca Petraroia – una
legge speciale nazionale, così come si è sempre fatto per le altre Regioni, per
ricostruire le nostre case e mettere in sicurezza il territorio. Chiediamo
agevolazioni per attivare investimenti da fuori”. Dal governo, però, non arriva
nulla. E allora, in questi casi, essere terra d’emigrazione può servire:
proprio in questi giorni delegazioni di molisani del Venezuela e dell’Argentina
sono venute a portare il proprio contributo alla ricostruzione.
I giovani abbandonano la Calabria
Secondo la Svimez, la Calabria è la regione in Italia con il peggior rapporto
tra saldo migratorio e popolazione (– 4,90 per mille nel 2001). E non sorprende
che le forze fresche abbandonino la punta dello stivale se qui, come dice
Eurostat, la disoccupazione giovanile è, con il 65 per cento, la più alta
d’Europa. Quest’anno ha superato anche l’iberica Extremadura. “I paesi si vanno
spopolando, soprattutto nelle aree interne – commenta Ferdinando Pignataro,
segretario generale della Cgil calabrese – . Con un fenomeno inquietante: prima
in molti si spostavano verso la pianura e le città; da qualche anno vanno verso
altre aree del paese. E sono perdite pesanti perché l’unica ricchezza che qui
abbiamo, oltre a quella naturale, è proprio quella delle risorse umane”.
In effetti, di altra ricchezza in Calabria ce n’è poca e il cahier de doleances è potenzialmente
infinito. La produzione calabrese, che già nel 2000 incideva solo per lo 0,1
per cento sull’export nazionale, è calata ancora di sette punti; l’idea di
sviluppo locale che aveva portato qualche timido segnale positivo due anni fa è
ferma al palo e la spesa comunitaria fallisce nei suoi obiettivi: non aumenta
l’occupazione, non cresce il reddito pro capite e calano gli investimenti
produttivi. Insomma, denuncia Pignataro, “la Calabria si allontana non solo
dall’Italia, ma anche dal resto del Mezzogiorno. Colpa anche di una classe
politica del tutto inadeguata”. E non è un caso che l’unica area dove, almeno
per un paio d’anni, si potrà sperare nella creazione di 3000 posti di lavoro è
il crotonese, dove la programmazione negoziata ha portato almeno un’idea
plausibile di sviluppo. A Cutro c’è un piccolo polo dell’auto di lusso, la De
Tomaso, la Huaz; stanno arrivando qui aziende che producono piastrelle. È una
luce che appena rischiara il paesaggio industriale desolato di questa terra. Ma
è una luce che brilla dal passato: “Quello che accade a Crotone – conclude il
sindacalista – è frutto di una politica che governo e Regione hanno deciso di
abbandonare e che stava cominciando a produrre qualche effetto positivo. È la
strada della concertazione per lo sviluppo che, per la Cgil, deve essere
rilanciata”.
(10 febbraio 2003) da www.rassegna.it