da www.lavoropolitico.it
a cura del Centro Studi e documentazione marxista - Archivio "Pietro
Secchia" - TARANTO
- redazione
pugliese di Nuova Unità -
Quando il costo del lavoro e’ di giovani vite operaie spezzate
Le vite (e le morti) operaie non sono più
nemmeno argomenti da salotti televisivi: non fanno “audience”. Ecco come funziona il
«costo del lavoro» per la classe operaia, specie al Sud
Esistono espressioni dell’economia politica borghese che da un punto
di vista operaio sono beffarde; una di queste è «costo del lavoro». Il significato da manuale è il costo
(unitario e complessivo) della forza-lavoro: le paghe salariali sono il costo
che il padrone deve sostenere per la produzione. Ma il «costo del lavoro», per la classe operaia, è l’insieme delle
fatiche, delle sofferenze, del tempo di vita negato per produrre su mezzi e
strumenti non di sua proprietà. Viene in mente questa sostanziale differenza a
guardare gli incidenti sul lavoro. Essi diventano mere statistiche da
pubblicare in qualche tabella aritmetica: ma dietro ogni numero, c’è un dramma,
una storia da raccontare, delle vite. Come quelle di Paolo Franco, 24 anni e
Pasquale D’Ettorre, 27, operai in contratto-formazione all’ Ilva di Taranto. In
una torrida giornata di giugno, hanno avuto la sventura di essere sulla
traiettoria di una enorme, mastodontica gru, chiamata “bivalente” perché riceve
le materie prime che arrivano dai nastri trasportatori e le carica sugli stessi
nastri per l’utilizzo. Quella macchina quel giorno era ferma per manutenzione,
un gigante di ferro immobile a cui stavano lavorando operai dell’Ilva e della
Cemit. Ad un certo punto, lo schianto per il venir meno del sistema dei
contrappesi ed i due giovani hanno avuto il loro «costo
del lavoro»: le loro giovani vite spezzate.
Le vite (e le morti) operaie non sono più nemmeno argomenti da salotti
televisivi: non fanno “audience”. Anche a Taranto, capitale dell’acciaio
europeo, le notizie che provengono da quell’enorme area industriale che la
cinge ai confini, tendono ad essere rimosse. Negli stessi giorni di giugno, il
padrone Riva si lamentava della troppa forza dell’euro; i profitti ne avrebbero
risentito per la troppa disparità di prezzi fra materie prime e prodotto finito
con i paesi fuori dell’area comunitaria. E così era tornato lo spettro della
lenta (ma non tanto) dismissione: chiusura di reparti, alcuni macchinari al
minimo, spegnimento di un altoforno (e questo gli abitanti non lo avvertono per
la minore misura inquinante, ma per l’incubo della disoccupazione incombente).
Chiedo per questo la collaborazione dei sindacati e della città, aveva mandato
a dire il padrone: significa, non mi fate arrabbiare più di tanto, altrimenti
chiudo baracca e burattini. Ed ecco l’incidente che proprio non ci voleva:
Paolo e Pasquale erano due operai giovani come tanti, tutti quelli assunti
negli ultimi anni con contratti-capestro e senza nessuna tutela, senza alcuna
sindacalizzazione, ricattati, ma in questo Mezzogiorno strano, che molti non
comprendono (ma come? i peggio combinati che dovrebbero ribellarsi in massa,
ecc..), con le famiglie che ringraziano la sorte per il “buon posto” magari
trovato per gentile intercessione di qualche notabile di cui ricordarsi alle
elezioni e “ora tutto dipende dal tuo comportamento”, cioè devi essere
remissivo e compiacente per una miseria di paga, perché solo così puoi sperare
che alla fine dei due anni di apprendistato (senza alcuna vera formazione), il
padrone ti metta nella lista degli “a tempo indeterminato”. Comunque, si sa: di
incidenti mortali sul lavoro se ne parla solo per un po’, poi la voce del
padrone e dei suoi tirapiedi che fingono di stare da un’altra parte ridiventa
forte ed egemone nella bella democrazia liberal-liberista, quella che chiede i
soldi allo Stato e i sacrifici dei lavoratori in nome dell’ideologia vincente,
il libero mercato e la guerra imperialista.
E’ così che funziona il «costo del lavoro» per la
classe operaia, specie qui al Sud. E la “questione meridionale”? non se la fila
proprio più nessuno, orpello del passato, Gramsci un ferrovecchio ormai….
Un altro particolare per finire: negli stessi giorni dei funerali di Paolo e
Pasquale, dopo che tutti si son stracciati le vesti per denunciare
l’intollerabile situazione ecc.. ecc..
(specie i portatori d’acqua della destra al governo), la città apprende che il
pronto soccorso del quartiere Tamburi, quello a ridosso dell’area industriale,
chiude per l’inosservanza nei pagamenti della Regione Puglia. Dopo tutto, a
lorsignori, il «costo del lavoro» non può…. costare troppo.