Quadrato rosso sulle questioni del lavoro
Abbiamo pensato alla convocazione di questa
prima riunione sostanzialmente per tentare di mettere insieme un area di
compagni che, sulle questioni del lavoro e del come la sinistra debba ripartire
da esso per la sua affermazione sia elettorale che nella cultura del paese, si
è trovata d’accordo su molti punti di analisi, di critica e di battaglia
politica.
Siamo convinti che, come abbiamo sottolineato nella lettera di convocazione,
dalla vittoria delle destre in Italia nel 2001, con la conseguente nascita del
Governo Berlusconi, ad oggi le vicende della politica nazionale ed
internazionale siano state attraversate da profondi cambiamenti.
Dalla guerra in Iraq alla rottura dell’unità sindacale, l’attacco ai diritti dei
lavoratori, le disastrose riforme del mercato del lavoro, l’esplosione di un
nuovo conflitto sociale, l’affermazione dei movimenti nello scenario politico
italiano, il ritorno di un protagonismo straordinario dei lavoratori e delle
lavoratrici nelle piazze di questo Paese e di molti altri in Europa, una nuova
partecipazioni giovanile alla contestazione al sistema capitalista ed
imperialista sono solo alcuni degli eventi che hanno segnato la stagione della
politica italiana ed internazionale.
Ma la vittoria della destra, sociale e politica, retta dall’asse tra
Confindustria ed il Polo delle Libertà, non può essere capita se non inserita
in un’analisi più ampia delle trasformazioni sociali che hanno attraversato il
mondo capitalistico nella parte finale del secolo passato, e che hanno
caratterizzato gli anni ottanta e novanta della storia italiana.
La crisi del modello fordista che ha determinato vasti processi di
riorganizzazione della forza-lavoro e mutamenti e lacerazioni profonde della
stessa e della più complessiva configurazione sociale, ha cambiato
drasticamente la stessa ispirazione di fondo delle politiche economiche e sociali.
Infatti, nel fordismo l’aggregazione sociale era automaticamente formata dalla
concentrazione di lavoratori massificati in un unico luogo di lavoro, la grande
impresa. che definiva le relazioni sociali e creava appartenenza al soggetto
collettivo in grado poi di calarsi nel territorio, costruendo aggregazione,
solidarietà classista ed interclassista, uguaglianza delle condizioni e dei
diritti nel lavoro, fino quasi a disegnare a propria immagine l'insieme
generale della società, unificando e mediando i diversi interessi particolari
sulla base di un interesse generale, in una visione universalistica e solidale
della società, anche per provare a cambiare il mondo. La famosa idea insomma di
classe operaia come classe generale.
In questo senso, pur con un percorso tortuoso e a volte regressivo delle
conquiste anche recentemente ottenute che ha spesso visto la dissoluzione delle
coscienze, del soggetto antagonista cresciuto sulla spinta di lotte solidali,
le lotte dei lavoratori hanno promosso, per oltre un secolo, un processo di
avanzamento della coscienza civile e delle relazioni sociali che mai in
precedenza, nella storia umana, è stato tanto profondo ed esteso.
La ristrutturazione capitalistica costituisce una “rivoluzione dall’alto” che
rompe le rigidità ed i controlli costruiti in decenni di lotte dai lavoratori,
scompiglia la composizione di classe, cancella diritti universali restituendoli
alla disuguaglianza del mercato, attraverso la forza anticonflittuale del
ricatto occupazionale, trasforma i valori d’uso della riproduzione sociale in
valori di scambio per la redditività del capitale.
Si passa insomma al lavoro come generatore del profitto, come questione
costitutiva della società e la sconfitta del movimento operaio, anche
conseguente alla fine dei paesi del cosiddetto socialismo reale, ha determinato
una situazione di egemonia del “pensiero capitalistico”.
Un "pensiero unico" che cancella la contraddizione di classe in nome
di un interesse comune che esige la rimozione autoritaria delle lotte, divenute
un disturbo irrazionale e corporativo rispetto al regolare funzionamento del
sistema.
Ed è con questa logica che si può pensare che il progresso prescinde dallo
sviluppo sociale, anzi esige un suo arretramento congiunturale, sacrificando i
bisogni popolari, i servizi sociali, le tutele del lavoro.
Non è più la politica che fa le scelte, ma il primato della scelta spetta
all’economia, alle regole del mercato con i suoi criteri di competitività.
Avere accettato da parte della sinistra, dopo la sconfitta dell’esperienza
della rivoluzione socialista sovietica, l’inevitabilità di questo modello, ne
ha determinato una crisi profonda, e l’incapacità sia di capire i processi in
atto, sia di mantenere una reale rappresentanza sociale.
In una società pervasa dalla precarietà e dal rischio, dall’incertezza
assoluta, il legame sociale rischia di rompersi e la rappresentanza è resa più
difficile dalla crisi delle vecchie appartenenze, e dalla frammentazione della
società con la moltiplicazione dei soggetti e delle posizioni lavorative, delle
figure professionali del mercato del lavoro.
Una “liberazione del lavoro” insomma che crea milioni di disoccupati, figure
lavorative con minori diritti e tutele, caratterizzata da forme di lavoro
cosiddetto "atipico", discontinuo, precario ed irregolare,
clandestino, uomini e donne che non godono degli stessi diritti, protezioni
sociali, democrazia, partecipazione collettiva, contrattazione ed
organizzazione di tutti gli altri, e che sono spesso avulse da qualsiasi
negoziazione e rappresentanza sociale.
La destrutturazione del mercato del lavoro è portatrice di un progetto nitido
di società Tutto ciò, in mancanza di un progetto politico complessivo, è
ulteriormente aggravato e rafforzato dai mutamenti demografici che determinano
imponenti fenomeni migratori ed una crescente etnicizzazione del mondo del
lavoro nelle società occidentali.
Appare quindi evidente la pericolosità della legge Maroni, la cosiddetta
riforma Biagi, che rappresenta il cuore del nuovo modello sociale ed
istituzionale. L’introduzione del contratto di lavoro individuale, con potere
di deroga dal contratto nazionale e anche da alcuni leggi, non solo pone il
lavoratore in una situazione di totale subalternità all’impresa, ma ridisegna
le relazioni sociali, cancellando la rappresentanza collettiva.
In questo condizione, la sinistra politica deve porsi il problema della
riunificazione della classe lavoratrice, sapendo che nelle attuali condizioni
del mercato del lavoro occorre operare una ridefinizione ampia del lavoro
subordinato, comprendendovi una molteplicità di figure spesso assai lontane
dalle forme usuali del passato.
E’ però evidente che anche questi che chiamiamo “nuovi lavori” rientrano nella
categoria del lavoro salariato, di cui certo vanno riscoperti interessi, valori
e soggettività, al fine di ricondurle ad un ideale ed un progetto comune,
rifiutando di vedere in queste nuove figure sociali, identità intermedie tra il
lavoro salariato e il lavoro autonomo, come qualcuno, anche a sinistra, intende
far credere.
Sappiamo bene che la coesione sociale non avviene più automaticamente, come
processo indotto dallo sviluppo economico o dalla presenza di soggetti sociali
forti, ormai in larga misura dispersi.
Centrale è dunque l’esistenza di un progetto generale, politico, economico e
sociale, di ricomposizione del mondo del lavoro. Ciò esige una forte determinazione
politica soggettiva per la definizione di un progetto di ricomposizione di
classe e di un nuovo blocco sociale, capace di dare portata generale alle
singole rivendicazioni particolari, di superare i corporativismi in una solidarietà
estesa, di riunificare la frammentazione delle esperienze in una coscienza
ampia, attraverso la sperimentazione collettiva di valori praticati nell’azione
sociale, arricchendola e trasformandola sulla base della verifica delle esperienze
compiute.
Un progetto capace di imporsi nella scena politica, di contrastare il pensiero
unico capitalista, comprendendo che anche la crisi delle istituzioni è frutto
di un processo economico che ha collocato i centri di potere in strutture
tecnocratiche, pubbliche e private (agenzie internazionali, il Fmi, la Banca
Mondiale, la Bce, ma anche le grandi multinazionali industriali e finanziarie)
sottratte non solo al controllo democratico popolare, ma anche a quello degli
stessi governi.
La risposta conservatrice all’impotenza delle istituzioni è l’arroganza, con
una politica ridotta ad un’ingegneria istituzionale fatta di pratiche disincarnate
ed astratte, virtuali, prive di radici sociali. Nella società in crisi avanza
una "autonomia della politica" che trae le proprie ragioni non più
dalla partecipazione e dal consenso, dalle proprie radici sociali, ma, al
contrario, dalla riduzione autoritaria del conflitto sociale sulla base di una
razionalità generale fondata sulle ragioni del mercato.
Si è così ridotto lo spazio pubblico e la vita politica democratica. Nelle
organizzazioni politiche si è prodotta la perdita di efficacia e
l’autoreferenzialità, dovuta alla scelta strategica di perdere una
rappresentanza di classe
Ritorna così il fenomeno del "cesarismo", in altre parole
l'affidamento ad un uomo d'ordine, ad un capo carismatico che riduce
autoritariamente la complessità sociale, imponendo il suo ordine ad una società
incapace di trovare un proprio denominatore comune.
In questo panorama, che ha visto entrare in crisi la sinistra italiana ed
europea, l’anomalia è invece rappresentata dalla tenuta politica ed
organizzativa che hanno avuto le grandi organizzazioni di massa sindacali, in
primo luogo la CGIL.
Essa, attraverso la riflessione avviatasi con il XIV congresso ha rimesso, in
discussione le analisi sulle compatibilità tutte economiche, e sulla
destrutturazione del mercato del lavoro, per mettere al centro la difesa dei
diritti, con una forte caratterizzazione sul versante della rappresentanza
sociale, che ha determinato una contrapposizione complessiva al progetto della
destra, il cui primo tassello dell’involuzione autoritaria del modello sociale
italiano, era rappresentato dall’annullamento del ruolo del sindacato.
Le grandi iniziative di lotta del 2002, segnano l’avvio di una strategia
tendente ad estendere i diritti del lavoro e la riduzione delle precarietà,
senza indugiare sulla proclamazione dello sciopero generale come strumento di
lotta per l’affermazione di questa strategia.
Un dibattito congressuale fondato su tesi programmatiche, ha permesso a questa
organizzazione sindacale di rafforzare il proprio radicamento con larghi
settori di lavoratori e lavoratrici, riacquistando la loro fiducia e
raccogliendo alla fine la domanda di rappresentanza.
La dialettica interna alla Cgil, anzichè annullare le differenze, ne ha
valorizzato il merito e lo spirito unitario, che alla fine ha prodotto un
evidente spostamento a sinistra della strategia, superando i limiti di una
concertazione, che alla luce di un governo di destra ne dimostrava tutta l’impraticabilità
e la parzialità.
A questa svolta della Cgil si è affiancato un elemento di novità, largamente
imprevisto, che ha caratterizzato l’attuale fase politica e sociale, e cioè il
proporsi, anzi l’irrompere, di un protagonismo di massa che fa riscoprire la
politica a soggetti sociali vecchi e nuovi. Una nuova generazione torna alla
politica .
New global, girotondi, manifestazioni e scioperi della CGIL, forme
d’aggregazione informale tra le più diverse, partite dalle giornate di Genova
nel 2001, il movimento contro la Guerra in Iarq hanno invaso lo scenario
italiano ed internazionale e sono diventati protagonisti assoluti della scena
quando hanno costruito momenti di saldatura tra movimenti e lotte tradizionali
del movimento operaio, con il riaprirsi di un ciclo di lotte sociali e
sindacali (non solo in Italia) di dimensioni eccezionali, che ha avuto la CGIL
come referente e promotrice prioritario. In sintesi, quando il movimento si è
innervato con la specificità della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici è
stato determinante ed un vero movimento di massa.
Il mondo del lavoro è tornato al centro dello scontro politico ed intorno alla
Cgil ed alle mobilitazione da lei promosse, si è coagulata un grande
aspettativa sia sul piano politico sia sociale.
Ma crediamo sarebbe un grave errore da parte della sinistra, anche quella che
vede con favore questa svolta della Cgil, appiattirsi su un ruolo subalterno
all’azione sindacale, abdicando al ruolo, oggi indispensabile, che la politica
deve assumere su di se in questo momento.
Gli avvenimenti di questi mesi impongono a tutti, a tutta la sinistra, momenti
di riflessione e di verifica.
Il centro-sinistra ha mostrato crepe vistose di coesione ed omogeneità; il
confronto (o lo scontro) d’interessi sociali rappresentati ha reso difficile la
definizione di un programma di opposizione oggi e di governo domani, e di un
progetto condivisi.
Noi non mettiamo in discussione la necessità, totale ed assoluta, di
un’alleanza con il centro democratico per sconfiggere le destre, e consentire
il tal modo il mantenimento dei diritti, della difesa delle condizioni
materiali dei settori popolari della società, della tenuta democratica del
nostro paese.
Quando una prima parziale unità è stata ritrovata, insieme alla decisione di radicalizzare
su alcuni temi lo scontro contro le politiche liberiste del Governo Berlusconi,
affiancando e rispondendo in questo senso alla domanda di lotta che arrivava
dai movimenti, si è ottenuto un argine anche in Italia contro l’avanzata
elettore delle destre, consentendo nelle 2 elezioni amministrative (2002-2003)
di conquistare importanti città, province e la Regione Friuli. Quindi, lo
ribadisco, bisogna ricercare questa unità.
Ma quello che va affrontato, ed anche in fretta, e come in questa coalizione si
pone la sinistra e per questo crediamo necessario che il rapporto al suo
interno, in questo Paese, non possa che passare attraverso una ridiscussione di
fondo, a partire dalle questioni di contenuto, che scomponga per ricomporre il
quadro delle forze politiche che alla sinistra fanno riferimento. Continuiamo a
credere che la sinistra debba ripartire, anche per candidarsi a guidare il
Paese, riconquistando credibilità e consenso prima di tutto tra i lavoratori e
le lavoratrici, ritornando ad essere sinistra di classe e rimettendo la
centralità della contraddizione capitale/lavoro quale connotato fondamentale
della propria identità.
Per il principale partito della sinistra, I DS, il riferimento al mondo del
lavoro è rimasto poco più che un pronunciamento formale, che nell’economia
complessiva dell’attività del partito è divenuta marginale e residuale. I DS
scelgono di essere un partito interclassista, o forse più aclassista.
Per Rifondazione Comunista, le teorizzazione spesso massimaliste e fuori dalla
storia del movimento operaio rendono quel partito incapace di affrontare con
analisi e pratiche adeguate la “questione lavoro” e la possibilità di
intercettarne la rappresentanza in maniera compiuta.
Anche nel Pdci, pur in una correttezza d’analisi, nella pratica si evidenzia la
non consapevolezza di questa centralità della rappresentanza del lavoro; questo
appare uno dei limiti del partito nel quale molti di noi militano e su questo
crediamo sia necessario riflettere.
Il mondo del lavoro dipendente quindi rischia di non avere rappresentanza
politica
Allora compito della politica, della sinistra, è quello di cogliere questa
occasione e candidarsi a rappresentare politicamente il mondo del lavoro.
Questa è la grande sfida che a sinistra si deve raccogliere, tenendo insieme, a
sinistra, chi si riconosce affine sulla base dei contenuti e non delle alchimie
organizzativistiche .
Rappresentare la parzialità per proporsi come totalità, ripensare alla
centralità della classe lavoratrice come classe generale per il cambiamento.
Si pone il problema della riaffermazione ed attualizzazione di un paradigma
analitico e di un apparato categoriale di interpretazione del mondo che faccia
riferimento alla storia ed alla cultura del movimento operaio e che quindi
individui nel lavoro salariato, nei suoi interessi storici ed immediati, nelle
sue modificazioni e stratificazioni, il soggetto prioritario della
trasformazione. Una scelta strategica, che come insegna la parte finale della
storia del PCI, non è per nulla scontata, la cui deriva è stata principalmente
causata da questa perdita di identità di classe.
Anche la stessa questione comunista, che per noi è parte fondamentale della
nostra scelta politica, non può prescindere da questa premessa ed è su questo
terreno che debbono ripartire i rapporti con quanti sono disponibili.
Certo è che una prospettiva di rinata centralità del lavoro a sinistra, mal si
concilia ad un dibattito che si attesti solo nell’alveo dell’Ulivo. Proprio la
centralità del lavoro può essere invece uno dei temi sui quali ricercare la
convergenza a sinistra, sottraendosi alla sola logica del tatticismo elettorale
per la necessità di un confronto e di un rapporto che può ridefinire la natura
stessa della sinistra italiana, fondata sui contenuti delle proposte e non solo
sulle formule organizzative.
Per essere forte, convincente e vincente è necessario che la sinistra italiana
trovi la via dell’unità e della chiarezza della sua proposta politica
alternativa, che abbia una visione “globale”, uso un termine antico, internazionalista,
che contrapponga al modello economico e sociale neoliberista e capitalista, che
“arma” la propria politica con la teoria della guerra permanente e preventiva, l’idea
di un mondo di pace, lavoro e giustizia sociale, che sappia confrontarsi con le
esperienze di governo di quei Paesi che provano ad opporsi al dominio
neoliberista ed imperialista degli Stati Uniti d’America, che contesti la
dottrina internazionale di Bush e Blair con una idea del mondo basata sul
cambiamento dello stato di cose esistenti, a partire proprio dall’idea delle
classi lavoratrici mondiali come soggetti della trasformazione, ripartendo da
una analisi marxista e gramsciana della società.
La sinistra avrà bisogno di interrogarsi e di confrontarsi su molte di queste
questioni.
Il risultato del quesito referendario sull’art. 18, la discussione conseguente
che sta attraversando parte della sinistra e la CGIL sono già un punto di
riflessione importante. Su quel referendum, sugli esiti che ha avuto, sulla
positività o meno della sua politicizzazione, su quanto esso abbia realmente
investito le coscienze dei lavoratori e dei giovani, sulla manifestata e
applicata volontà di annullamento da parte della maggioranza delle forze
politiche del centrosinistra e della destra, sul raggiungimento, malgrado tutto
di quasi 11 milioni di voti a favore, sarà bene che tutti, a partire da noi
stessi, proviamo ad aprire una vera riflessione, partendo magari proprio da
questo dato: quasi 11 milioni di voti.
Per questa e le altre mille discussioni che ci saranno, abbiamo pensato di dare
vita ad un luogo del confronto; una associazione di uomini e donne della
sinistra che si chiamerà Il Quadrato Rosso, che si metterà a disposizione di
questa sfida.
Vogliamo che sia un luogo dove, a partire dal sito Web che sarà agibile tra
poco e che rappresenterà il nostro mezzo di discussione e propaganda, il
confronto sui temi del lavoro e del contesto internazionale sia vivo e attento.
Vogliamo provare a contaminare il dibattito della sinistra politica e sociale,
di tutti i partiti che ad essa fanno riferimento, a cominciare da quello di cui
la maggior parte di noi è parte attiva e militante, il Partito dei Comunisti
Italiani.
Ma vogliamo che, soprattutto il sito WEB, abbia voci di altre provenienze. Vi
posso dire che registriamo disponibilità a collaborare con noi da parte di
compagni della sinistra DS, di Rifondazione, dei Verdi, docenti, economisti,
sindacalisti vari studiosi di queste materie.
Siamo consapevoli che vi chiediamo di essere partecipi di un progetto che è già
più volte stato sperimentato, con risultati non sempre brillanti.
Vogliamo però provarci, a partire da noi, da quello che c’è, da quello che
siamo ed abbiamo.
Vogliamo provare a vedere dove arriviamo.
Stefano Barbieri