www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 11-07-03

Quadrato rosso sulle questioni del lavoro


Abbiamo pensato alla convocazione di questa prima riunione sostanzialmente per tentare di mettere insieme un area di compagni che, sulle questioni del lavoro e del come la sinistra debba ripartire da esso per la sua affermazione sia elettorale che nella cultura del paese, si è trovata d’accordo su molti punti di analisi, di critica e di battaglia politica.

Siamo convinti che, come abbiamo sottolineato nella lettera di convocazione, dalla vittoria delle destre in Italia nel 2001, con la conseguente nascita del Governo Berlusconi, ad oggi le vicende della politica nazionale ed internazionale siano state attraversate da profondi cambiamenti.
Dalla guerra in Iraq alla rottura dell’unità sindacale, l’attacco ai diritti dei lavoratori, le disastrose riforme del mercato del lavoro, l’esplosione di un nuovo conflitto sociale, l’affermazione dei movimenti nello scenario politico italiano, il ritorno di un protagonismo straordinario dei lavoratori e delle lavoratrici nelle piazze di questo Paese e di molti altri in Europa, una nuova partecipazioni giovanile alla contestazione al sistema capitalista ed imperialista sono solo alcuni degli eventi che hanno segnato la stagione della politica italiana ed internazionale.
Ma la vittoria della destra, sociale e politica, retta dall’asse tra Confindustria ed il Polo delle Libertà, non può essere capita se non inserita in un’analisi più ampia delle trasformazioni sociali che hanno attraversato il mondo capitalistico nella parte finale del secolo passato, e che hanno caratterizzato gli anni ottanta e novanta della storia italiana.

La crisi del modello fordista che ha determinato vasti processi di riorganizzazione della forza-lavoro e mutamenti e lacerazioni profonde della stessa e della più complessiva configurazione sociale, ha cambiato drasticamente la stessa ispirazione di fondo delle politiche economiche e sociali.
Infatti, nel fordismo l’aggregazione sociale era automaticamente formata dalla concentrazione di lavoratori massificati in un unico luogo di lavoro, la grande impresa. che definiva le relazioni sociali e creava appartenenza al soggetto collettivo in grado poi di calarsi nel territorio, costruendo aggregazione, solidarietà classista ed interclassista, uguaglianza delle condizioni e dei diritti nel lavoro, fino quasi a disegnare a propria immagine l'insieme generale della società, unificando e mediando i diversi interessi particolari sulla base di un interesse generale, in una visione universalistica e solidale della società, anche per provare a cambiare il mondo. La famosa idea insomma di classe operaia come classe generale.
In questo senso, pur con un percorso tortuoso e a volte regressivo delle conquiste anche recentemente ottenute che ha spesso visto la dissoluzione delle coscienze, del soggetto antagonista cresciuto sulla spinta di lotte solidali, le lotte dei lavoratori hanno promosso, per oltre un secolo, un processo di avanzamento della coscienza civile e delle relazioni sociali che mai in precedenza, nella storia umana, è stato tanto profondo ed esteso.

La ristrutturazione capitalistica costituisce una “rivoluzione dall’alto” che rompe le rigidità ed i controlli costruiti in decenni di lotte dai lavoratori, scompiglia la composizione di classe, cancella diritti universali restituendoli alla disuguaglianza del mercato, attraverso la forza anticonflittuale del ricatto occupazionale, trasforma i valori d’uso della riproduzione sociale in valori di scambio per la redditività del capitale.

Si passa insomma al lavoro come generatore del profitto, come questione costitutiva della società e la sconfitta del movimento operaio, anche conseguente alla fine dei paesi del cosiddetto socialismo reale, ha determinato una situazione di egemonia del “pensiero capitalistico”.

Un "pensiero unico" che cancella la contraddizione di classe in nome di un interesse comune che esige la rimozione autoritaria delle lotte, divenute un disturbo irrazionale e corporativo rispetto al regolare funzionamento del sistema.
Ed è con questa logica che si può pensare che il progresso prescinde dallo sviluppo sociale, anzi esige un suo arretramento congiunturale, sacrificando i bisogni popolari, i servizi sociali, le tutele del lavoro.
Non è più la politica che fa le scelte, ma il primato della scelta spetta all’economia, alle regole del mercato con i suoi criteri di competitività.

Avere accettato da parte della sinistra, dopo la sconfitta dell’esperienza della rivoluzione socialista sovietica, l’inevitabilità di questo modello, ne ha determinato una crisi profonda, e l’incapacità sia di capire i processi in atto, sia di mantenere una reale rappresentanza sociale.


In una società pervasa dalla precarietà e dal rischio, dall’incertezza assoluta, il legame sociale rischia di rompersi e la rappresentanza è resa più difficile dalla crisi delle vecchie appartenenze, e dalla frammentazione della società con la moltiplicazione dei soggetti e delle posizioni lavorative, delle figure professionali del mercato del lavoro.
Una “liberazione del lavoro” insomma che crea milioni di disoccupati, figure lavorative con minori diritti e tutele, caratterizzata da forme di lavoro cosiddetto "atipico", discontinuo, precario ed irregolare, clandestino, uomini e donne che non godono degli stessi diritti, protezioni sociali, democrazia, partecipazione collettiva, contrattazione ed organizzazione di tutti gli altri, e che sono spesso avulse da qualsiasi negoziazione e rappresentanza sociale.

La destrutturazione del mercato del lavoro è portatrice di un progetto nitido di società Tutto ciò, in mancanza di un progetto politico complessivo, è ulteriormente aggravato e rafforzato dai mutamenti demografici che determinano imponenti fenomeni migratori ed una crescente etnicizzazione del mondo del lavoro nelle società occidentali.


Appare quindi evidente la pericolosità della legge Maroni, la cosiddetta riforma Biagi, che rappresenta il cuore del nuovo modello sociale ed istituzionale. L’introduzione del contratto di lavoro individuale, con potere di deroga dal contratto nazionale e anche da alcuni leggi, non solo pone il lavoratore in una situazione di totale subalternità all’impresa, ma ridisegna le relazioni sociali, cancellando la rappresentanza collettiva.

In questo condizione, la sinistra politica deve porsi il problema della riunificazione della classe lavoratrice, sapendo che nelle attuali condizioni del mercato del lavoro occorre operare una ridefinizione ampia del lavoro subordinato, comprendendovi una molteplicità di figure spesso assai lontane dalle forme usuali del passato.
E’ però evidente che anche questi che chiamiamo “nuovi lavori” rientrano nella categoria del lavoro salariato, di cui certo vanno riscoperti interessi, valori e soggettività, al fine di ricondurle ad un ideale ed un progetto comune, rifiutando di vedere in queste nuove figure sociali, identità intermedie tra il lavoro salariato e il lavoro autonomo, come qualcuno, anche a sinistra, intende far credere.

Sappiamo bene che la coesione sociale non avviene più automaticamente, come processo indotto dallo sviluppo economico o dalla presenza di soggetti sociali forti, ormai in larga misura dispersi.
Centrale è dunque l’esistenza di un progetto generale, politico, economico e sociale, di ricomposizione del mondo del lavoro. Ciò esige una forte determinazione politica soggettiva per la definizione di un progetto di ricomposizione di classe e di un nuovo blocco sociale, capace di dare portata generale alle singole rivendicazioni particolari, di superare i corporativismi in una solidarietà estesa, di riunificare la frammentazione delle esperienze in una coscienza ampia, attraverso la sperimentazione collettiva di valori praticati nell’azione sociale, arricchendola e trasformandola sulla base della verifica delle esperienze compiute.

Un progetto capace di imporsi nella scena politica, di contrastare il pensiero unico capitalista, comprendendo che anche la crisi delle istituzioni è frutto di un processo economico che ha collocato i centri di potere in strutture tecnocratiche, pubbliche e private (agenzie internazionali, il Fmi, la Banca Mondiale, la Bce, ma anche le grandi multinazionali industriali e finanziarie) sottratte non solo al controllo democratico popolare, ma anche a quello degli stessi governi.
La risposta conservatrice all’impotenza delle istituzioni è l’arroganza, con una politica ridotta ad un’ingegneria istituzionale fatta di pratiche disincarnate ed astratte, virtuali, prive di radici sociali. Nella società in crisi avanza una "autonomia della politica" che trae le proprie ragioni non più dalla partecipazione e dal consenso, dalle proprie radici sociali, ma, al contrario, dalla riduzione autoritaria del conflitto sociale sulla base di una razionalità generale fondata sulle ragioni del mercato.
Si è così ridotto lo spazio pubblico e la vita politica democratica. Nelle organizzazioni politiche si è prodotta la perdita di efficacia e l’autoreferenzialità, dovuta alla scelta strategica di perdere una rappresentanza di classe

Ritorna così il fenomeno del "cesarismo", in altre parole l'affidamento ad un uomo d'ordine, ad un capo carismatico che riduce autoritariamente la complessità sociale, imponendo il suo ordine ad una società incapace di trovare un proprio denominatore comune.


In questo panorama, che ha visto entrare in crisi la sinistra italiana ed europea, l’anomalia è invece rappresentata dalla tenuta politica ed organizzativa che hanno avuto le grandi organizzazioni di massa sindacali, in primo luogo la CGIL.
Essa, attraverso la riflessione avviatasi con il XIV congresso ha rimesso, in discussione le analisi sulle compatibilità tutte economiche, e sulla destrutturazione del mercato del lavoro, per mettere al centro la difesa dei diritti, con una forte caratterizzazione sul versante della rappresentanza sociale, che ha determinato una contrapposizione complessiva al progetto della destra, il cui primo tassello dell’involuzione autoritaria del modello sociale italiano, era rappresentato dall’annullamento del ruolo del sindacato.

Le grandi iniziative di lotta del 2002, segnano l’avvio di una strategia tendente ad estendere i diritti del lavoro e la riduzione delle precarietà, senza indugiare sulla proclamazione dello sciopero generale come strumento di lotta per l’affermazione di questa strategia.
Un dibattito congressuale fondato su tesi programmatiche, ha permesso a questa organizzazione sindacale di rafforzare il proprio radicamento con larghi settori di lavoratori e lavoratrici, riacquistando la loro fiducia e raccogliendo alla fine la domanda di rappresentanza.


La dialettica interna alla Cgil, anzichè annullare le differenze, ne ha valorizzato il merito e lo spirito unitario, che alla fine ha prodotto un evidente spostamento a sinistra della strategia, superando i limiti di una concertazione, che alla luce di un governo di destra ne dimostrava tutta l’impraticabilità e la parzialità.


A questa svolta della Cgil si è affiancato un elemento di novità, largamente imprevisto, che ha caratterizzato l’attuale fase politica e sociale, e cioè il proporsi, anzi l’irrompere, di un protagonismo di massa che fa riscoprire la politica a soggetti sociali vecchi e nuovi. Una nuova generazione torna alla politica .
New global, girotondi, manifestazioni e scioperi della CGIL, forme d’aggregazione informale tra le più diverse, partite dalle giornate di Genova nel 2001, il movimento contro la Guerra in Iarq hanno invaso lo scenario italiano ed internazionale e sono diventati protagonisti assoluti della scena quando hanno costruito momenti di saldatura tra movimenti e lotte tradizionali del movimento operaio, con il riaprirsi di un ciclo di lotte sociali e sindacali (non solo in Italia) di dimensioni eccezionali, che ha avuto la CGIL come referente e promotrice prioritario. In sintesi, quando il movimento si è innervato con la specificità della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici è stato determinante ed un vero movimento di massa.
Il mondo del lavoro è tornato al centro dello scontro politico ed intorno alla Cgil ed alle mobilitazione da lei promosse, si è coagulata un grande aspettativa sia sul piano politico sia sociale.

Ma crediamo sarebbe un grave errore da parte della sinistra, anche quella che vede con favore questa svolta della Cgil, appiattirsi su un ruolo subalterno all’azione sindacale, abdicando al ruolo, oggi indispensabile, che la politica deve assumere su di se in questo momento.


Gli avvenimenti di questi mesi impongono a tutti, a tutta la sinistra, momenti di riflessione e di verifica.
Il centro-sinistra ha mostrato crepe vistose di coesione ed omogeneità; il confronto (o lo scontro) d’interessi sociali rappresentati ha reso difficile la definizione di un programma di opposizione oggi e di governo domani, e di un progetto condivisi.
Noi non mettiamo in discussione la necessità, totale ed assoluta, di un’alleanza con il centro democratico per sconfiggere le destre, e consentire il tal modo il mantenimento dei diritti, della difesa delle condizioni materiali dei settori popolari della società, della tenuta democratica del nostro paese.
Quando una prima parziale unità è stata ritrovata, insieme alla decisione di radicalizzare su alcuni temi lo scontro contro le politiche liberiste del Governo Berlusconi, affiancando e rispondendo in questo senso alla domanda di lotta che arrivava dai movimenti, si è ottenuto un argine anche in Italia contro l’avanzata elettore delle destre, consentendo nelle 2 elezioni amministrative (2002-2003) di conquistare importanti città, province e la Regione Friuli. Quindi, lo ribadisco, bisogna ricercare questa unità.

Ma quello che va affrontato, ed anche in fretta, e come in questa coalizione si pone la sinistra e per questo crediamo necessario che il rapporto al suo interno, in questo Paese, non possa che passare attraverso una ridiscussione di fondo, a partire dalle questioni di contenuto, che scomponga per ricomporre il quadro delle forze politiche che alla sinistra fanno riferimento. Continuiamo a credere che la sinistra debba ripartire, anche per candidarsi a guidare il Paese, riconquistando credibilità e consenso prima di tutto tra i lavoratori e le lavoratrici, ritornando ad essere sinistra di classe e rimettendo la centralità della contraddizione capitale/lavoro quale connotato fondamentale della propria identità.

Per il principale partito della sinistra, I DS, il riferimento al mondo del lavoro è rimasto poco più che un pronunciamento formale, che nell’economia complessiva dell’attività del partito è divenuta marginale e residuale. I DS scelgono di essere un partito interclassista, o forse più aclassista.

Per Rifondazione Comunista, le teorizzazione spesso massimaliste e fuori dalla storia del movimento operaio rendono quel partito incapace di affrontare con analisi e pratiche adeguate la “questione lavoro” e la possibilità di intercettarne la rappresentanza in maniera compiuta.

Anche nel Pdci, pur in una correttezza d’analisi, nella pratica si evidenzia la non consapevolezza di questa centralità della rappresentanza del lavoro; questo appare uno dei limiti del partito nel quale molti di noi militano e su questo crediamo sia necessario riflettere.

Il mondo del lavoro dipendente quindi rischia di non avere rappresentanza politica

Allora compito della politica, della sinistra, è quello di cogliere questa occasione e candidarsi a rappresentare politicamente il mondo del lavoro. Questa è la grande sfida che a sinistra si deve raccogliere, tenendo insieme, a sinistra, chi si riconosce affine sulla base dei contenuti e non delle alchimie organizzativistiche .
Rappresentare la parzialità per proporsi come totalità, ripensare alla centralità della classe lavoratrice come classe generale per il cambiamento.

Si pone il problema della riaffermazione ed attualizzazione di un paradigma analitico e di un apparato categoriale di interpretazione del mondo che faccia riferimento alla storia ed alla cultura del movimento operaio e che quindi individui nel lavoro salariato, nei suoi interessi storici ed immediati, nelle sue modificazioni e stratificazioni, il soggetto prioritario della trasformazione. Una scelta strategica, che come insegna la parte finale della storia del PCI, non è per nulla scontata, la cui deriva è stata principalmente causata da questa perdita di identità di classe.
Anche la stessa questione comunista, che per noi è parte fondamentale della nostra scelta politica, non può prescindere da questa premessa ed è su questo terreno che debbono ripartire i rapporti con quanti sono disponibili.

Certo è che una prospettiva di rinata centralità del lavoro a sinistra, mal si concilia ad un dibattito che si attesti solo nell’alveo dell’Ulivo. Proprio la centralità del lavoro può essere invece uno dei temi sui quali ricercare la convergenza a sinistra, sottraendosi alla sola logica del tatticismo elettorale per la necessità di un confronto e di un rapporto che può ridefinire la natura stessa della sinistra italiana, fondata sui contenuti delle proposte e non solo sulle formule organizzative.
Per essere forte, convincente e vincente è necessario che la sinistra italiana trovi la via dell’unità e della chiarezza della sua proposta politica alternativa, che abbia una visione “globale”, uso un termine antico, internazionalista, che contrapponga al modello economico e sociale neoliberista e capitalista, che “arma” la propria politica con la teoria della guerra permanente e preventiva, l’idea di un mondo di pace, lavoro e giustizia sociale, che sappia confrontarsi con le esperienze di governo di quei Paesi che provano ad opporsi al dominio neoliberista ed imperialista degli Stati Uniti d’America, che contesti la dottrina internazionale di Bush e Blair con una idea del mondo basata sul cambiamento dello stato di cose esistenti, a partire proprio dall’idea delle classi lavoratrici mondiali come soggetti della trasformazione, ripartendo da una analisi marxista e gramsciana della società.

La sinistra avrà bisogno di interrogarsi e di confrontarsi su molte di queste questioni.

Il risultato del quesito referendario sull’art. 18, la discussione conseguente che sta attraversando parte della sinistra e la CGIL sono già un punto di riflessione importante. Su quel referendum, sugli esiti che ha avuto, sulla positività o meno della sua politicizzazione, su quanto esso abbia realmente investito le coscienze dei lavoratori e dei giovani, sulla manifestata e applicata volontà di annullamento da parte della maggioranza delle forze politiche del centrosinistra e della destra, sul raggiungimento, malgrado tutto di quasi 11 milioni di voti a favore, sarà bene che tutti, a partire da noi stessi, proviamo ad aprire una vera riflessione, partendo magari proprio da questo dato: quasi 11 milioni di voti.

Per questa e le altre mille discussioni che ci saranno, abbiamo pensato di dare vita ad un luogo del confronto; una associazione di uomini e donne della sinistra che si chiamerà Il Quadrato Rosso, che si metterà a disposizione di questa sfida.
Vogliamo che sia un luogo dove, a partire dal sito Web che sarà agibile tra poco e che rappresenterà il nostro mezzo di discussione e propaganda, il confronto sui temi del lavoro e del contesto internazionale sia vivo e attento.
Vogliamo provare a contaminare il dibattito della sinistra politica e sociale, di tutti i partiti che ad essa fanno riferimento, a cominciare da quello di cui la maggior parte di noi è parte attiva e militante, il Partito dei Comunisti Italiani.
Ma vogliamo che, soprattutto il sito WEB, abbia voci di altre provenienze. Vi posso dire che registriamo disponibilità a collaborare con noi da parte di compagni della sinistra DS, di Rifondazione, dei Verdi, docenti, economisti, sindacalisti vari studiosi di queste materie.
Siamo consapevoli che vi chiediamo di essere partecipi di un progetto che è già più volte stato sperimentato, con risultati non sempre brillanti.

Vogliamo però provarci, a partire da noi, da quello che c’è, da quello che siamo ed abbiamo.
Vogliamo provare a vedere dove arriviamo.


Stefano Barbieri