http://www.rassegna.it/2003/sindacati/articoli/cocacola.htm
Coca Cola nel mondo / Diffuse
ovunque le pratiche antisindacali
Pallottole & bollicine
di Vittorio Longhi
“La Coca-Cola company esiste per portare benefici a chiunque le si
avvicini”, recita uno slogan della multinazionale di Atlanta. Ma non vedono
benefici le migliaia di sindacalisti e di attivisti che da due anni, il 22
luglio, manifestano in tutto il mondo per denunciare le gravi violazioni di
diritti umani e del lavoro in cui è coinvolta la Coca-Cola. “La campagna
mondiale – dicono i promotori – consiste in una serie di iniziative che vanno
dal non consumare certi prodotti (in Italia anche Fanta, Sprite, Nestea) al
ritirare i conti correnti dalle banche dove è presente la compagnia, dalle iniziative
di mobilitazione e protesta a tutte le azioni che costringano la direzione a
riparare integralmente i danni causati, fino a modificare la sua politica verso
il rispetto dei diritti umani dei lavoratori e della popolazione”.
L’iniziativa è partita l’anno scorso dal sindacato colombiano dei lavoratori
alimentari, Sinaltrainal, la sigla che nella categoria che vanta il triste
primato mondiale di attivisti uccisi, rapiti e licenziati. Il Sinaltrainal,
insieme alla confederazione colombiana Cut, ha deciso di intensificare e
amplificare la protesta, estendendola ai sindacati e alle organizzazioni non
governative di Stati uniti ed Europa, tra cui anche il Forum sociale di Porto
Alegre. Martedì, infatti, le manifestazioni nate a Bogotà si sono replicate a New
York, a Londra, a Roma. Buona parte dei lavoratori del sindacato alimentare
colombiano è costituita da dipendenti delle società imbottigliatrici della
Coca-Cola per il Sudamerica: Panamco e Bebidas y Alimentos, le stesse aziende
denunciate e ora processate presso la Corte federale di Atlanta per avere
assoldato i paramilitari di estrema destra che hanno ucciso nel 1996 il
sindacalista Isidro Gil. Seppure non coinvolta direttamente, perché in quelle
società la Coca Cola ha solo partecipazioni azionarie, il Sinaltrainal ne
denuncia la politica di annichilimento del movimento sociale e sindacale, un
comportamento che negli ultimi anni avrebbe portato all’assassinio di nove
lavoratori, all’esilio di due, alla fuga forzata di 48, a minacce di morte e
all’incarceramento di operai segnalati alle autorità come terroristi. I dossier
sui diritti umani delle maggiori organizzazioni, compresa la Cisl
internazionale, testimoniano le continue violenze praticate dai gruppi armati
pagati dalle imprese per fare pressione sui dirigenti sindacali, per obbligare
i lavoratori a lasciare il sindacato e a rinunciare ai contratti e per imporre
salari più bassi.
In una recente intervista il presidente del Sinaltrainal, Luis Javier Correa,
ha spiegato: “Negli ultimi anni le condizioni di lavoro alla Coca-Cola sono
peggiorate a causa della progressiva distruzione del movimento sindacale.
Durante gli scioperi del 1995, ad esempio, furono assassinati 7 dirigenti
sindacali e più di 50 dovettero lasciare le loro regioni. In seguito, più di 6
mila su 10 mila operai sono stati sostituiti. Il numero dei nostri iscritti è
sceso da 2.500 ad appena 500, e neppure le piccole sigle fondate dalla
compagnia sopravvivono: nel 2002 i paramilitari hanno ucciso due esponenti del
sindacato filo-aziendale Sinaltrainbec”.
La cultura antisindacale non risparmia gli altri paesi dove è presente il
marchio Coke. In Russia, ad esempio, all’inizio di luglio la direzione dello
stabilimento di Mosca ha deciso di riconoscere un sindacato interno dopo due
anni di lotta, ma non prima di avere licenziato Viktor Grachev, l’attivista che
chiedeva salari più alti e condizioni migliori. La sua domanda di reintegro è
ancora all’esame del tribunale del lavoro. Superfluo citare le vecchie storie
del Guatemala, delle Filippine, dell’India, del Venezuela e degli stessi Stati
uniti, dove la Coca Cola è stata accusata anche di discriminazione razziale e
di danni ambientali. Sono della settimana scorsa le rivelazioni di un
ex-dirigente finanziario della compagnia, Mattew Whitley, sulla nocività di
alcuni prodotti e sul tentativo del marketing di nasconderli. Secondo Whitley,
il malfunzionamento di alcuni impianti di refrigerazione avrebbero lasciato dei
residui metallici nella bibita che viene venduta, ancora ghiacciata, alle catene
di fast-food. La direzione di Atlanta ha negato la presenza di sostanze nocive
ma ha dovuto ammettere e scusarsi formalmente con la Burger King di aver eluso
i controlli sui residui metallici al momento della vendita. La disattenzione è
costata un crollo in borsa di 10 centesimi per azione e un ulteriore, notevole
danno di immagine.
La notizia ha fatto guadagnare sostenitori alla campagna di boicottaggio,
soprattutto tra i gruppi ambientalisti, dato che l’azione punta a
responsabilizzare la compagnia obbligandola alla sottoscrizione di un codice
etico che escluda violazioni dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente.
Tuttavia, tra gli oppositori della giornata mondiale contro la Coca-cola, a
parte la stessa azienda, vi è la Federazione internazionale dei lavoratori
alimentari (Iuf), che ha bocciato l’iniziativa fin dalla sua presentazione, a
marzo. “Si tratta di un’azione basata su accuse inconsistenti, su slogan
politici privi di contenuto – ha scritto la Iuf in un comunicato –. L’invito al
boicottaggio finirà per danneggiare, invece di rafforzare, la credibilità di
tutti coloro che lavorano per assicurare diritti sindacali. Va inoltre notato
che il sistema Coca-Cola vanta un numero di iscritti al sindacato molto più
alto del suo diretto competitore, la Pepsi, una compagnia in cui
l’antisindacalismo è ancora più diffuso”.
(Rassegna sindacale, n. 29, 24-30
luglio 2003)