ISTITUTO DI STUDI
COMUNISTI
KARL MARX – FRIEDRICH ENGELS
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Lettere
dell’Istituto 5
Innalzamento età pensionabile e deficit Inps: LA SCIENZA: UNICA
RESPONSABILE!
Il Sole 24Ore giustifica l’aumento dell’età pensionabile con l’aumento
dell’aspettativa di vita che si è avuta negli ultimi trent’anni. Questa teoria
è alla base sia della visione delle scelte del governo che della Confindustria.
Il Sole 24Ore riporta, infatti, i dati sul rapporto tra aspettativa di vita ( età
media di vita ) ed età pensionabile.
Nel periodo 1960-65 l’aspettativa di vita era in media di 64,7 anni
e si andava in pensione in media a 64,5 anni; nel periodo 1995-2000 l’aspettativa
media di vita è salita a 75 anni e l’età pensionabile si è abbassata
a 60,6 anni. Questo significa che il lavoratore che aveva contribuito per
35anni alla pensione negli anni ’60-’70 non andava in media oltre i tre-quattro
anni di pensione; adesso invece il lavoratore in media percepisce per almeno 10anni la
pensione.
Il vice presidente dell’Inps ha dichiarato che occorre adeguare l’età
pensionabile all’aspettativa di vita.
La questione è tutta qui.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico, in modo particolare la Scienza Medica e
la Genetica e tutta la strumentistica e diagnostica mediche, unitamente al
miglioramento nell’alimentazione hanno determinato un innalzamento dell’età
media da 65 a 75anni, ossia negli ultimi trent’anni la vita media degli uomini
si è innalzata di dieci anni
La questione è tutta drammaticamente
qui.
Nella società capitalistica la Scienza si ritorce contro l’Uomo, la Scienza che
è la più sicura amica dell’uomo e che gli consente di migliorare diviene la
pesante mannaia contro gli uomini.
Se la ricerca scientifica non fosse avanzata e l’età media di vita fosse
rimasta a 58-60anni non si poneva il
problema del deficit dell’Inps e dell’innalzamento dell’età pensionabile.
E’ già tutta qui la mostruosità del sistema di produzione capitalistico, del
sistema basato sulla proprietà privata: lo sviluppo della conoscenza umana
diviene dannazione per gli uomini.
Merita solo per questo il lavorare al superamento di questa società disumana
basata sulla proprietà privata.
Sul piano puramente economico le motivazioni addotte non trovano alcun riscontro
documentale.
Innanzitutto la società è più ricca e non più povera, questo significa che la
produttività del lavoro, grazie allo sviluppo scientifico e tecnologico è più
alta: si produce in un’ora una quantità di ricchezza sociale maggiore di quella
che si produceva 30 anni fa in una settimana e più.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha consentito, e consente sempre di più,
con l’introduzione di macchine ed altri processi di razionalizzazione della
produzione, di ottenere una quantità maggiore di ricchezza sociale con un massa
minore di operai e lavoratori.
Il Prof. Massimo D’Antona ha in maniera precisa sintetizzato questa situazione
scrivendo:
“Il
lavoro se ne va, ma la società è più ricca.”
Quindi non solo è possibile abbassare l’età pensionabile, ma è anche possibile
ridurre le ore di lavoro a 30-34 a parità si salario (pagate quaranta).
Occorre considerare che in otto ore di lavoro nei primi 40minuti l’operaio
produce una ricchezza sociale pari al valore del suo salario giornaliero e le
restanti 7ore
e 40minuti costituiscono plusvalore. In concreto se nei primi
40minuti l’operaio produce una ricchezza 100, nelle restanti 7ore e 20minuti
produce circa 1100 in plusvalore.
L’operaio produce cioè un plusvalore che è paria 12 volte il suo salario giornaliero.
Ancora.
La situazione economica è una situazione di sovrapproduzione, c’è, quindi, una
massa enorme di merci che non vengono vendute. Il mercato dei paesi
capitalistici non è in grado di assorbire questa massa di merci, perché lo
sviluppo degli anni Novanta è avvenuto attraverso un indebitamento delle
famiglie: indebitamento della busta paga e delle imprese che sono ricorse o ad
accumulazioni monetarie precedenti o alle banche. E così le imprese non
rientrando i capitali investiti per la merce non venduta non sono in grado di
far ripartire il processo produttivo. Le famiglie non possono acquistare beni
di consumo semi durevoli e durevoli perché non possono esporre la busta paga ad
ulteriore indebitamento. Questa situazione si riflette sul mercato più generale
giacché le famiglie rimandano l’acquisto di beni anche se usurati e
diversificano il consumo sia tagliando quelli di lusso: viaggi, gite, ecc. e
sia scegliendo generi di consumo di minore qualità per un prezzo inferiore.
In una situazione tale non ha alcun senso lo spremere il lavoratore per fargli
produrre di più a meno costo, giacché la merce prodotta viene unicamente ad
aggiungersi a quella invenduta.
Tutta la questione diviene chiara sulla base della teoria economica marxista.
Nella grave situazione di crisi, ciascun singolo capitalista conduce una lotta
spietata contro tutti gli altri capitalisti per accaparrarsi, attraverso
l’abbassamento del costo di produzione, quote di mercato a danno di tutti gli
altri, cacciando via tutti gli altri.
Questa guerra – indica K. Marx ne “ Il Capitale”, vol. 1° - in una prima fase
viene condotta a colpi di innovazioni tecnologiche, in una seconda fase con la
guerra dei prezzi e relativa guerra commerciale, nella terza fase nella guerra
ai lavoratori sul salario e per estendere il plusvalore. La fase attuale è,
appunto, l’ultima.
Più in generale.
Le innovazioni scientifiche e tecnologiche a partire in modo particolare dalla
metà degli anni Settanta hanno eroso fortemente la base della produzione del
profitto, contraendolo decisamente. Inoltre la massa di capitale da investire
per attuare la forma più semplice della riproduzione, la riproduzione semplice,
appunto, richiede una massa maggiore di capitali e questo comporta che il
saggio di profitto che viene ricavato, in rapporto ad una sempre maggiore massa
di capitali da investire, viene drasticamente abbattuto.
In questo quadro allora la classe dei capitalisti, organizzata nella
Confindustria, conduce una battaglia mortale contro il movimento dei lavoratori
e le sue organizzazioni sindacali al fine di potere imporre la sua dittatura in
fabbrica ed avere così le condizioni per attuare uno sfruttamento sfrenato
della forza lavoro e garantirsi al tempo stesso contro lotte ed opposizioni
operaie.
La lotta allora intrapresa dal movimento sindacale italiano, a partire dalla
difesa dell’articolo 18 e contro la logica del mercato del lavoro della
Confindustria ed ora contro il piano della Confindustria di innalzamento
dell’età pensionabile diviene momento centrale per imporre alla
Confindustria di cambiare strada e
sottrarre il paese da una tale morsa mortale.
La lotta dei lavoratori e del movimento sindacale italiano costituisce al tempo
stesso un esempio ed uno stimolo all’estensione della lotta nell’Europa comunitaria
intera, ove qui i lavoratori hanno già approntato una organizzazione sindacale
all’altezza dei nuovi compiti: la Confederazione Europea Sindacale.
Nasce da qui l’importanza di dare il massimo sostegno ed impegno a questa lotta
e lo schierarsi n maniera netta con il Sindacato e con il Movimento dei
Lavoratori.
Napoli, 24. ottobre. 2003