Verso una nuova concertazione
Una traccia di discussione e proposta per le
delegate ed i delegati Rsu
E’ evidente l’attuale accelerazione
verso un nuovo patto sindacale unitario basato sulla rivalutazione e sul
rilancio dell’ipotesi concertativa. L’accelerazione che questo processo ha
avuto negli ultimi mesi, e la facilità con cui si stanno realizzando le
necessarie convergenze, dimostra come la confusione e l’illusione concertativa
non fosse affatto sopita, neppure in Cgil.
D’altra parte, a ben guardare, essa
non è mai stata messa veramente in discussione. L’esperienza di questi anni
della stessa Cgil lo sta a dimostrare.
Dopo il congresso di Rimini,
conclusosi con un documento unitario i cui propositi erano un forte recupero
salariale e un forte contrasto alla precarietà lavorativa, la pratica della
Cgil si è in realtà sviluppata su un piano divaricato.
1. Da un lato durissima ed indisponibile verso
il Governo di centro destra (contrastato per le sue politiche iper-liberiste ed
accusato di non essere affidabile per nessuna ipotesi concertativa). La
debolezza della così detta svolta della Cgil era però evidente dal fatto che
essa non è mai stata supportata da nessuna ipotesi vertenziale concreta. E’
mancata, e manca tutt’ora, una piattaforma di lotta con obiettivi chiari e
verificabili. Una azione tutta giocata sulla critica, orientata e condizionata
evidentemente dall’illusione che una forte contestazione sociale potesse
accelerare la caduta del Governo ed impedire la nascita di un nuovo blocco
sociale capace di assorbire al proprio interno anche il consenso di Cisl e Uil.
2. Dall’altro, ancora durissima ed
indisponibile verso la linea Confindustriale di D’Amato ma con aperture
consistenti verso quelle categorie imprenditoriali disponibili a praticare,
nonostante tutto, una forma di concertazione sindacale. Come spiegare
altrimenti il fatto che, sempre nel periodo di massima mobilitazione della
Cgil, la stessa firmava accordi con Cisl e Uil come quelli delle Poste, dei
chimici, del Turismo ecc. addirittura al di sotto dello stesso accordo
concertativo del 23 luglio e tra i peggiori firmati negli ultimi 10 anni.
L’accelerazione unitaria di questi
mesi ha reso ancora più evidente l’ambiguità, tutta politicista, di una Cgil
che non ha mai in realtà negato l’obiettivo di un ritorno alla concertazione.
L’accelerazione ha tappe importanti,
quali l’accordo sui contratti di inserimento (che fa cadere l’atteggiamento di
indisponibilità della Cgil verso la legge 30), l’accordo sul trasporto locale e
l’accordo sul Ccnl dell’Artigianato (che di fatto aprono verso un nuovo modello
contrattuale che riduce il peso del contratto nazionale a favore di un maggiore
sviluppo e peso della contrattazione decentrata e territoriale).
Non ultima, l’assemblea nazionale Cgil
Cisl Uil del 10 marzo scorso che di fatto ha avviato il percorso per un nuovo
Patto sindacale unitario con l’obiettivo esplicito di riaffermare (e riformare)
l’ipotesi concertativa.
La piattaforma unitaria del 10 marzo
in realtà dice poco di concreto.
- Sulle Pensioni non c’è una vera piattaforma
e non si vede una strategia di continuità dopo lo sciopero del 26 marzo.
- Sulle politiche industriali siamo di fronte
alle tante e ovvie dichiarazioni e critiche di “buon senso” che non si
sostanziano in nessun obiettivo concreto (non c’è una piattaforma sulla Fiat,
sulle privatizzazioni, nulla sui disastri nei settori come quello chimico o
siderurgico, nulla sul piano di impresa delle Poste che punta alla
esternalizzazione ed alla privatizzazione dei servizi, ecc. ecc)
- Sulle tariffe e sui servizi pure ci si
limita a rivendicare una politica più attenta ai redditi ed ai diritti dei
cittadini, ma anche qui manca una piattaforma, mancano obiettivi minimi come
quello di sottoporre a regime controllato e amministrato una serie di prezzi,
manca una esplicita piattaforma di lotta contro la privatizzazione della sanità
e dell’istruzione
In realtà, dietro all’assemblea Cgil
Cisl Uil del 10 marzo e dietro alle mobilitazioni senza piattaforma che si è
voluto lanciare, ci troviamo di fronte ad una operazione di celebrazione della
ritrovata unità, i cui veri contenuti saranno in realtà definiti nei ristretti
incontri di segreteria, al di fuori di un vero confronto con i lavoratori e le
loro rappresentanze di base, con un occhio attento alla nuova Confindustria di
Montezzemolo ed un altro aperto sulla necessità di dare una spalla sindacale ai
sacrifici ed ai tagli che comunque un eventuale nuovo governo di centrosinistra
dovrà realizzare.
In questa situazione si giocano inoltre
partite importanti che riguardano in primo luogo la questione del nuovo modello
contrattuale e la questione delle nuove regole sulla rappresentanza. In altre
parole la nuova politica dei redditi, le nuove relazioni sindacali (con la
rivalutazione del Patto di Natale del 1998 rimasto fino ad ora lettera morta) e
le forme di controllo sindacale sulle Rsu che devono in qualche modo operare in
un nuovo quadro di regole che ne subordino maggiormente la dipendenza alle
organizzazioni presentatrici di lista.
L’urgenza e la facile convergenza con
cui Cgil Cisl Uil stanno procedendo su questa strada poggia ovviamente sulla
particolarità della fase attuale.
- Da un lato il blocco sociale che Berlusconi
e D’Amato hanno cercato di costruire non regge la gravità e la lunghezza della
crisi economica. Perde consensi anche tra gli industriali. Tutti si aspettano
una probabile sconfitta al prossimo turno elettorale con un ritorno al Governo
del Centro sinistra. I primi ad abbandonare il collateralismo con l’illusione della
ripresa Berlusconiana sono Cisl e Uil, che come sono stati tra i primi a dare
credito al nuovo blocco sociale di centro destra (Patto per l’Italia ecc) sono
oggi tra i primi ad abbandonarlo avendo ben compreso l’aria di cambiamento che
tira.
Dall’altro canto la stessa
Confindustria, ben contenta di essere intanto riuscita a smontare tutto
l’impianto normativo e contrattuale precedente, ha oggi urgenza di “incassare”,
rendendo stabili e strutturali le conquiste di questi anni in materia di
modello contrattuale, flessibilità e precarietà del lavoro. L’elezione di
Motezzemolo e la sua ritrovata disponibilità verso un nuovo modello
concertativo nasce da questa necessità. Possiamo quindi arrivare a concludere che
questa nuova fase di rilancio del processo unitario tra Cgil Cisl Uil sembra
rappresentare l’avvio di una fase per riportare a sintesi la confusione e le
divisioni sindacali di questi anni, all’interno di un nuovo quadro
collaborativo e concertativo che la nuova gestione Montezzemolo sembra rendere possibile.
- Dall’altro, ancora, Cgil Cisl Uil devono
riposizionarsi verso un quadro di nuove ed esplicite aperture in materia di
salari, servizi, mercato del lavoro, modello contrattuale, pensioni ecc, che da
un lato mantenga la critica alle modalità con cui il centro destra pensa di
affrontare questi temi, ma dall’altro comprenda la necessità per un eventuale
nuovo governo di centro sinistra di mettere comunque mano a queste questioni,
sia perché si cerca il consenso di Confindustria sia perchè è fortemente
presente nella coalizione di centro sinistra la convinzione che non si potrà
fare a meno di comprimere in qualche modo salari e diritti per far fronte ad
una crisi che si preannuncia ancora lunga.
Stiamo parlando di un processo ormai
chiaramente orientato verso un nuovo modello sindacale concertativo e
neo-corporativo che non risponde in alcun modo ai bisogni che il mondo del
lavoro esprime ed ai rischi di una nuova e più pesante subordinazione del
lavoro all’interesse di impresa.
Un processo che comunque incontra
sulla propria strada alcune soggettività contraddittorie che potrebbero
condizionarne lo svolgimento. I principali soggetti sindacali che oggi si muovono
in contraddizione con le tendenza prima descritte sono:
Il congresso anticipato della Fiom
Cgil
Nei
due documenti, alternativi tra loro, si confrontano abbastanza chiaramente due
possibili risposte. Da un lato (documento Nencini) viene proposta una
valutazione positiva in merito all’uscita esplicitamente orientata in senso
concertativo che la Cgil sta dando alla sua recente esperienza di opposizione
formale, e dall’altro il documento (Rinaldini, Cremaschi) che sottolinea il
fallimento dell’esperienza concertativa e ne propone il superamento attraverso
la riconquista di una maggiore ed esplicita autonomia della contrattazione
sindacale da qualsiasi vincolo. Pur potendo sollevare alcune osservazioni di
merito, resta il fatto che il documento Rinaldini - Cremaschi assume un peso
non piccolo nel dibattito in Cgil soprattutto perché agisce in chiaro contrasto
con le scelte che invece la maggioranza della Cgil sta portando avanti. Non è
un caso che la maggioranza della Cgil (anche grazie ad una non comprensibile e
sbagliata diffidenza di parte della sinistra sindacale Cgil) stia di fatto
operando per una ghettizzazione del congresso Fiom in modo da impedire
qualsiasi contaminazione del dibattito nel resto dell’organizzazione. Ciò non
di meno, non fosse altro che per il peso quantitativo che il congresso Fiom ha,
questo fatto agisce e condiziona concretamente i tentativi Cgil di orientare
esplicitamente l’organizzazione verso una nuova deriva concertativa. Sostenere
il documento Rinaldini – Cremaschi nel congresso Fiom e lavorare perché ciò
condizioni tutto il dibattito in Cgil è quindi fondamentale, e ciò va fatto
battendo ogni sottintesa o esplicita diffidenza o contrarietà di parte della
sinistra sindacale in Cgil che semplicemente avverte (non senza ragione) la
marginalità della sua efficacia, se confrontata con la portata della
contraddizione aperta dalla Fiom.
La sinistra sindacale Cgil
che,
seppur attraversata e condizionata da politicismi e tatticismi che ne riducono
ruolo ed efficacia, rimane comunque, sul piano formale, portatrice e
rappresentante di un documento congressuale alternativo che va nella direzione
da noi auspicata e verso il quale andrebbe riconquista una adeguata coerenza.
Il problema oggi presente nella sinistra sindacale Cgil non è la semplice
“assenza di critica” nei confronti dei rischi di una deriva
neo-concertativa/corporativa ma l’incapacità (e spesso la non volontà) di
trasformare questa critica in battaglia congressuale, limitandosi purtroppo e
spesso a semplici osservazioni tecnicistiche sulla bontà delle singole e
particolari soluzioni contrattuali che la deriva neo-corporativa propone. Manca
alla Sinistra sindacale in Cgil la capacità e la volontà di “fare come la Fiom”
e di dare valenza di battaglia congressuale sul merito di quella che potremmo
chiamare “l’abbandono da parte della Cgil” della stessa debole e pasticciata
mediazione unitaria uscita dal congresso di Rimini. In altre parole, la
sinistra sindacale Cgil, dovrebbe chiedere oggi (come fatto dalla Fiom) un
congresso straordinario/anticipato della Cgil per chiamare gli iscritti tutti
ad essere protagonisti di una battaglia di contrasto alla deriva
neo-corporativa che la Cgil sta imboccando. Nel contempo dovrebbe (cosa che non
fa) contrastare questa deriva all’interno di ogni categoria e contrattazione
aperta o in preparazione. La battaglia per riportare la Sinistra Sindacale Cgil
sulle coerenze e sui compiti che ci siamo assegnati con la presentazione del
documento alternativo all’ultimo dibattito congressuale è quindi oggi una
questione fondamentale e non rinviabile.
Il sindacalismo di base,
che seppur limitato nella sua efficacia da politicismi, settarismi e limiti
quantitativi opera esplicitamente per la liquidazione di ogni illusione
concertativa e che comunque ha al suo interno delle sensibilità unitarie e
capaci di una visione confederale ed unitaria della lotta sindacale che vanno
sostenute e rafforzate. Occorre quindi lavorare per l’unità di tutti i soggetti
sindacali che si riconoscono nella necessità di un sindacalismo contrattuale,
rivendicativo e partecipativo. Occorre proporre e sostenere la necessità di una
unità di azione, tra sindacalismo di base e soggettività critiche presenti in
Cgil, su piattaforme unitarie e condivide, esplicitamente orientate in senso
anticoncertativo.
Le rappresentanze sindacali di
base (Rsu)
che
seppur limitate nella loro autonomia dall’essere contraddittoriamente (per via
dei regolamenti e degli accordi sindacali che ne regolano l’elezione e la
nomina) sia rappresentanti di organizzazione sindacale (votazioni su lista) che
espressione diretta dei lavoratori (votazione per preferenze) hanno dinamiche
non ancora organicamente subordinate alle politiche di organizzazione e possono
ancora esprimere una loro autonoma valutazione in rappresentanza ed in
espressione del sentire dei lavoratori nei loro luoghi di lavoro. Occorre quindi
riproporne il protagonismo, sia sul merito delle questioni aperte
(contrattazione e battaglia contro la concertazione) che sul modello sindacale
che si vuole sostenere (democrazia, maggiore autonomia nella rappresentanza,
contrasto nei confronti di nuove regole sulla rappresentanza).
In questo senso si avanzano alcune
proposte a cui chiamiamo tutto il movimento sindacale che si riconosce nella
necessità di mettere in campo una forte, democratica e partecipata iniziativa
contro la deriva neoconcertativa verso cui sembrano ormai avviarsi Cgil Cisl
Uil.
Sul nuovo modello
contattuale
Il percorso per una nuova unità tra
Cgil Cisl Uil, la necessità del sindacato concertativo di recuperare un
confronto stabile con Confindustria, la convinzione su un possibile cambio di
Governo, spingono a mettere le mani su una piattaforma che rimetta la
concertazione, necessariamente mediata con i cambiamenti peggiorativi già
realizzatisi in questi anni, al suo posto.
Di certo non sarà più il 23 luglio.
Sarà probabilmente una nuova e peggiore concertazione con un peso maggiore per
la contrattazione decentrata e/o territoriale, con conseguenze sulla tenuta
dello strumento del Ccnl e sui vincoli entro cui la contrattazione deve
muoversi.
La nuova direzione di Montezemolo in
Confindustria non si distinguerà da quella di D'Amato se non per un fatto.
D'accordo che la vecchia concertazione andava fatta saltare, d'accordo a
smontare tutto l'apparato normativo e contrattuale esistente (a guardare la
recente stagione contrattuale salta subito all'occhio il disordine contrattuale
che è stato prodotto). Ora, pensa la Confindustria di Montezemolo, è venuto il
momento di riportare tutto a sintesi, di ridefinire le regole a partire dal
disordine esistente, su una base normativa e contrattuale che incassi i
cedimenti già affermatisi e che sia più rappresentativa del maggiore bisogno di
flessibilità (occupazionale e salariale) e di precarietà che il mercato
richiede.
La questione non è quella se il
riferimento debba essere o meno l'inflazione programmata (va bene anche quella
congiuntamente e bilateralmente concordata tra le parti .. inflazione attesa,
prevista, ipotizzata .. sempre un vincolo è). Il riferimento deve essere che il
CCNL non deve più da solo recuperare tutta l'inflazione ma che parte di questa
vada decentrata localmente. Il problema non è quindi pagare meno o di più, il
problema è rompere l'unità salariale, rendere concretamente flessibile e
variabile il salario ed il lavoro, rompendo la centralità del contratto
nazionale. Poi da cosa nasce cosa, e piano piano la contrattazione decentrata
e/o territoriale prenderà preminenza sul contratto nazionale.
Questa cosa non sembra
essere ben compresa in Cgil che risponde in merito al modello
contrattuale secondo le seguenti ipotesi (già oggetto di confronto anche con
Cisl e Uil):
Difesa del Ccnl, accettandone però un
possibile snellimento su alcune materie (orari, inquadramenti, mercato del
lavoro ecc ... ) da decentrare a livello locale.
Difesa del potere d'acquisto dei
salari attraverso una maggiore contrattazione sulle voci del salario sociale
(tariffe, sanità, scuola, trasporti ecc) compensando così i limiti della
contrattazione sul salario diretto (retribuzione - contratti)
Possibilità di contrattare a livello
locale/territoriale, quote di inflazione, da compensare poi sucessivamente
comunque a livello nazionale in modo da riportare tutto a uniformità.
Se questi sono i riferimenti l'accordo
con Confindustria è già belle che fatto, proprio a partire dal modello appena
definito per il contratto degli artigiani.
L'assoluta inutilità di queste ipotesi
è dimostrata dal fatto che secondo la Cgil queste modifiche dovrebbero produrre
un maggiore sostegno ai salari ed al lavoro. Cosa per altro realizzabile in
centinaia di altri modi.
Infatti:
Non c'è alternativa tra una
contrattazione più spiccata e convinta sulle voci del salario sociale e la
necessaria lotta per l'incremento delle retribuzioni. In tempi andati ciò era
la prassi normale dell'azione sindacale. Il fatto di considerare
"compensativa" la contrattazione, in parte delle retribuzioni ed in
parte del salario sociale, servirà solo a mantenere compressa la contrattazione
sulle retribuzioni dentro ai vincoli che gli saranno imposti.
L'accettazione di mettere mano allo
snellimento dei contratti su alcune materie (orario, ecc) non farà che produrre
inevitabili differenziazioni al ribasso che spingeranno altrettanto in basso la
tenuta dello stesso contratto nazionale, frantumandone la capacità di
innovazione e tutela.
L'accettazione dell'idea (secondo
l'esempio degli artigiani e del trasporto locale) che non tutta l'inflazione
potrà essere recuperata dal contratto nazionale ma che parte di questa potrà
essere oggetto di contrattazione decentrata, è di fatto il là alla
regionalizzazione della contrattazione e delle nuove gabbie salariali, che
certo potranno non affermarsi compiutamente subito ma che lo saranno nel tempo.
A nulla serve affermare nel contempo
che la Cgil è per l'incremento del potere d'acquisto dei salari poichè i
modelli su cui si sta lavorando vanno esattamente nella direzione opposta.
A questo punto una discesa in campo di
una forte piattaforma in materia di modello contrattuale è quanto mai urgente.
Paradossalmente, sull'esempio della Fiom, è di un congresso Cgil di cui oggi ci
sarebbe bisogno, Come si diceva prima, non servono proposte di alchimia tecnica
(quadriennio o triennio, inflazione programmata, reale, attesa, PIL ecc) ma
proposte “alternative”, fortemente ancorate a obiettivi di forte tenuta e
rilancio dell'autonomia contrattuale sindacale.
La tutela dei salari dall'inflazione
reale deve tornare ad essere un fatto dovuto, esigibile. Non è un fatto
categoriale ma interessa nella stessa misura tutti i lavoratori che in questo
senso devono rivendicare unitariamente il soddisfacimento di questo obiettivo.
E' quindi un fatto intercategoriale che può e deve essere risolto in un quadro
di negozziazione confederale che porti ad un meccanismo di tutela certo,
periodico ed automatico di adeguamento dei salari all'inflazione reale.
La contrattazione nazionale, così
liberata dal compito di inseguire costantemente il dato inflattivo, deve
operare senza vincoli per la redistribuzione della ricchezza prodotta
Il contratto nazionale va
salvaguardato nella sua unicità e nessuna materia che concorre a definire le
condizioni di lavoro e della prestazione va decentrata a livello
locale/territoriale.
La contrattazione decentrata
(aziendale e/o territoriale) deve perseguire il recupero di quote di
produttività superando la variabilità del risultato che invece va integralmente
consolidato in busta paga.
E’ a partire da queste riflessioni che
può scendere in campo una proposta alternativa a quella che Cgil Cisl Uil stanno
apprestandosi a concordare con Confindustria.
Ritorna quindi valida la proposta, avanzata in occasione del
coordinamento nazionale delle Rsu tenutosi presso la sede della Rsu del Comune
di Milano lo scorso 30 gennaio, di organizzare col massimo coinvolgimento e
consenso di tutte le delegate e delegati Rsu, una assemblea nazionale
autoconvocata-
Partiamo dalle oltre 300 adesioni già
pervenute (vedi sito Rsu) a questa proposta e la rilanciamo oggi con
l’obiettivo di arrivare a questa assemblea nazionale autoconvocata entro il
prossimo mese di maggio. Una assemblea che naturalmente dovrà affrontare anche
le questioni della democrazia e della rappresentanza, nonché le questioni
legate alla necessità di una vera vertenza, piattaforma generale su pensioni, prezzi,
tariffe e stato sociale.
Proprio sulla questione della democrazia e della
rappresentanza la necessità che abbiamo di fronte non può più
semplicemente limitarsi a ribadire l’urgenza di una legge che ne renda
esigibile il diritto (Battaglia comunque fondamentale e da tenere sempre attiva
per la conquista di un diritto esigibile da parte dei lavoratori a votare sia
le piattaforme che gli accordi).
L’operazione nuova che, su richiesta
della Cisl si sta oggi cercando di
portare a sintesi, è quella di mettere mano alle regole della rappresentanza
chiaramente orientata verso nuove forme di subordinazione delle Rsu alle
organizzazioni esterne.
Si vuole cioè affermare nuove regole
in materia di composizione delle liste e di nomina che rendano esplicita l’impossibilità
per le Rsu di assumere posizioni divaricanti rispetto alle linee delle
organizzazioni presentatrici di lista.
Ciò su cui occorre riaprire la
discussione, contestualmente alla questione della legge, è quindi la necessità
di proporre regole di nomina della rappresentanza svincolate dalla necessità di
appartenenza ad una organizzazione (tornare alla scheda bianca .. tutti i
lavoratori sono elettori ed eleggibili, … superamento delle elezioni per liste
sindacali?) e orientata a rappresentare con maggiore efficacia la struttura
organizzativa aziendale ed il processo lavorativo (elezioni per reparto … per
gruppi omogenei ?).
Ciò risponderebbe a due questioni
principali:
In primo luogo si recupererebbe una
formazione della rappresentanza strettamente ancorata al reparto, al gruppo
omogeneo, ridando così maggiore efficacia alla capacità delle Rsu di essere
soggetti di contrattazione e controllo dell’organizzazione del lavoro
In secondo luogo si espliciterebbe,
senza più ambiguità alcuna, la diretta rappresentanza delle Rsu dei lavoratori
che li hanno eletti e l’esplicito collegqaento tra l’azione delle Rsu ed il
mandato ottenuto dai lavoratori a rappresentarne i bisogni e le proposte.
Una specie di ritorno ai “Consigli di
fabbrica” che non ha nulla di nostalgico ma che molto ha a che fare con la
necessità di dare forma e regole diverse ad una rappresentanza oggi schiacciata
sulla predominanza che la mediazione tra le organizzazioni ha nella libera ed
autonoma necessità dei lavoratori di organizzarsi liberamente a partire dai
propri bisoni e di esprimere le proprie posizioni.
A riguardo, si pensa di lavorare per
un incontro
nazionale (una tavola rotonda) da organizzare a Roma entro il mese
di maggio con l’obiettivo primario di mettere le mani avanti nei confronti di
un ipotetico ma possibile accordo Cgil Cisl Uil in merito a nuove e più
subordinanti regole unitarie sulla nomina e sul funzionamento delle
rappresentanze sindacali unitarie di base.