Da www.cub.it
comunicato stampa Cub
Entra nel vivo il processo di
appello sul Petrolchimico di Porto Marghera: domani, 22 giugno, inizia la
requisitoria del Pubblico Ministero, Felice Casson
Porto Marghera: Chiediamo
nuovamente verita’ e giustizia
Tiboni, CUB: “Dal
momento in cui si è chiuso il processo di primo grado, sono morti altri 40
operai che si sommano ai 157 deceduti in precedenza. L’appello non potrà
chiudersi ancora con l’assoluzione dei vertici di Montedison, Enimont Enichem e Montefibre anche se i loro
avvocati hanno già tentato di tutto. E’ una questione di civiltà, non solo di
giustizia: si tratta di affermare che non si possono provocare stragi e
disastri ambientali per un po’ di profitto in più”.
La fine è
nota: un processo terminato con un’assoluzione che ha chiuso in modo lacerante
un’epoca di menzogne e di decessi.
La storia è
quella di migliaia di donne e di uomini affetti da tumore. In 200 sono morti.
Uccisi dal cloruro di vinile monomero e avvelenati dal Pvc. Operai che hanno lavorato
duramente negli impianti-killer di Montedison,
Enichem, Enimont e Montefibre.
Non sono
incidenti di percorso. Si poteva evitare. Ma la sentenza ha decretato che non
ci sono responsabili. Mentre le responsabilità aziendali sono enormi. E gli
operai continuano a morire. E’ grazie alla tenacia di uno di loro, Gabriele
Bortolozzo (deceduto nel 1995) e all’immenso lavoro di ‘Medicina Democratica’
che ha condotto una lunga battaglia per la verità, che tutto questo è venuto
alla luce. Ed è grazie a loro che si è arrivati alla stesura del più grande
studio sugli effetti della produzione chimica dal dopoguerra ad oggi. E al più
grande processo (durato quattro anni) intentato contro gli ex dirigenti del
Petrolchimico di Porto Marghera: cinquecento parti civili, centoventi avvocati,
novantanove consulenti e mille pagine di motivazioni della sentenza. Di
assoluzione. Incredibile ma vero.
“Era dalla
seconda metà degli anni Sessanta – afferma Luigi Mara, responsabile della
sezione veneziana di “Medicina Democratica” - che studi scientifici
dimostravano che concentrazioni atmosferiche molto alte di cloruro di vinile
producevano tumori maligni: primi tra tutti gli esperimenti di Pier Luigi
Viola, medico di fabbrica della Solvay. Ma vere misure precauzionali non sono
mai state adottate. Nemmeno per la pulitura delle autoclavi, che espone alle
più alte concentrazioni di Cvm. L’altissima incidenza di angiosarcomi del
fegato non ha colpevoli. E nemmeno il disastro ambientale. E’ allucinante. Il
processo di secondo grado è iniziato il 20 gennaio ma i difensori degli
imputati hanno fatto di tutto per impedire l’appello. Con una serie di
eccezioni hanno infatti tentato di bloccare il processo dimenticando che era
stato richiesto anche dal dott. Cefis, uno dei più noti imputati, perché non
era contento che i reati fossero stati prescritti ma voleva un’assoluzione
completa (sic!). Però il Prof. Padovani di Pisa e il Prof. Stella di Milano e
un’altra cinquantina di avvocati si sono associati a questa richiesta di
opposizione al processo d’appello. Poi un’ordinanza ha respinto questa visione
aberrante della giustizia. Poi hanno proposto istanza di astensione per uno dei
giudiciaccusato di non
essere giudice terzoperché nel 1989
aveva emesso una sentenza contro l’Inail. L’istanza è stata respinta. Ma non è
finita perché era già scritto che se questa istanza fosse stata respinta doveva
esserci la ricusazione del giudice che è stata accolta. Quindi c’è un nuovo
giudice a sua volta poi accusato di aver convalidato un decreto di sequestro di
uno scarico in laguna.
Poi la Corte
d’appello ha respinto tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento, dove
c’erano tutte le memorie tecniche sulla produzione delle diossine e tutti gli
altri veleni e cancerogeni dal 1958 in poi. Era importante riportare tutto
questo materiale perché la sentenza di primo grado l’aveva ignorato. Ma questo
respingere le richieste di rinnovazione è un atto neutro. E’ sempre così.
Comunque le memorie tecniche sono state depositate. Ma è giusto parlare anche
del secondo capo di imputazione, quello di disastro ambientale. In laguna ci
sono 5 milioni di tonnellate di rifiuti tossici tumulati dentro e fuori il
Petrolchimico. Gli impianti di produzione, obsoleti, sono stati potenziati,
causando l’ecocidio della laguna e dell’entroterra.
Ci battiamo
– sottolinea Mara - per ridare dignità a un pezzo di umanità, la classe operaia
devastata da questi impianti killer (le loro morti sarebbero rimaste
invisibili, il servizio sanitario Montedison diceva addirittura che la loro
aspettativa di vita era maggiore di altri operai). Chiediamo nuovamente
giustizia e verità perché la sentenza di primo grado ha stravolto i fatti. E’
stato stracciato il diritto. Questa è una premessa indispensabile perché possa
essere condotta anche la battaglia ambientale e perché si possa impostare il
processo di bonifica e riqualificazione. Ma nella storia delle epidemie dei
cancri da ambiente di lavoro – continua Mara - quello del petrolchimico di
Porto Marghera non è un caso isolato. C’è l’Enichem di Manfredonia, il
Petrolchimico di Brindisi, quello di Ravenna, e non dimentichiamo il processo
in atto a Ferrara. A Verbania ne inizia uno il 23 giugno per le morti degli
operai di Pallanza. E ancora ci sono le morti del Petrolchimico di Mantova. Ma
c’è un silenzio agghiacciante su tutto questo”.
E’ d’accordo
Pier Giorgio Tiboni, coordinatore nazionale CUB, che aggiunge: “Dal momento in
cui si è chiuso il processo di primo grado, sono morti altri 40 operai che si
sommano ai 157 deceduti in precedenza. L’appello non potrà chiudersi ancora con
l’assoluzione dei vertici di Montedison, Enimont, Enichem e Montefibre anche se
i loro avvocati hanno già tentato di tutto. E’ una questione di civiltà e non
solo di giustizia: si tratta di affermare che non si possono provocare stragi e
disastri ambientali per un po’ di profitto in più – sottolinea Tiboni - Il
silenzio su questo tema è assordante anche da parte dei partiti. Ne avete
sentito parlare in campagna elettorale? No. Per non parlare dei sindacati
confederali. Noi come CUB, e ALLCA, insieme a Medicina Democratica siamo parte
civile nel processo. Continueremo a lottare perché venga fatta giustizia”.