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Mercato del lavoro / La legge 30 compie un
anno
Meno di tutto
di Alessandro Genovesi
Dipartimento politiche attive del lavoro Cgil nazionale
Sull'ultimo numero di Rassegna
sindacale uno speciale sulla legge 30 a un anno dall'entrata in vigore. Per
informazioni: vendite@rassegna.it
A un anno dall’emanazione del decreto 276/2003, attuativo della legge 30 sulla
riforma del mercato del lavoro, si è in grado di trarre un primo bilancio sui
principali interventi che il governo di centro-destra ha portato avanti in
materia. Un bilancio che non può non partire dal primo atto significativo
dell’esecutivo e che è stato propedeutico a molte delle «innovazioni»
introdotte poi con la legge 30. Il riferimento è alla liberalizzazione del
contratto a termine e al superamento del principio dell’eccezionalità (nelle
causali e nelle caratteristiche organizzative e temporali) di un contratto di
lavoro rispetto al «normale» lavoro subordinato a tempo indeterminato. Non a
caso il primo atto di rottura in tema di mercato del lavoro tra Cgil e governo
Berlusconi è da rintracciare proprio nel dlgs 368/2001.
A tre anni da questa prima riforma, è rilevabile una tendenza che ha visto nel
2002 e nel 2003 (in un contesto di crescita più generale dell’occupazione)
stabilizzarsi a quota un milione e mezzo circa i lavoratori coinvolti (poco
meno del 10 per cento della forza lavoro, una proporzione identica a quella del
periodo ’98-2001, dati Istat) e una tendenza più recente (confronto 2004 su
2003) addirittura di segno negativo, con una diminuzione netta di 113.000
contratti a termine in un anno (meno 7,1 per cento). Nel mondo del
«subordinato» il contratto a tempo indeterminato rimane la forma tipica scelta
dalle aziende e dal «mercato» per assumere, anche in fase di forte
rallentamento della crescita economica e occupazionale (dei 163.000 nuovi
occupati registrati nel primo semestre 2004, 91.000 sono subordinati a tempo
indeterminato, al netto di 204.000 tempi indeterminati assunti e dei 113.000 a
termine venuti meno). La liberalizzazione voluta a tutti i costi dal governo
non ha prodotto un solo posto di lavoro in più, ma ha solamente diminuito le
tutele di questa porzione del mondo del lavoro.
Per quanto riguarda le novità introdotte direttamente dalla legge 30 (e dai
numerosi interventi legislativi e interpretativi successivi), il bilancio che
oggi si può effettuare (e le prime tendenze che si possono indicare) è in
relazione solo ad alcuni istituti già praticabili. Ci riferiamo ai contratti
d’inserimento, che hanno sostituito i contratti di formazione lavoro nel
settore privato (anche in questo caso solo parzialmente, visto che il dlgs 251
del 2004 ha di fatto prorogato la possibilità di stipula di ulteriori cfl,
assicurando i contributi previdenziali solo ai primi 16.000 contratti accesi),
al «nuovo part time» (ora liberalizzato nelle clausole elastiche e flessibili),
ai contratti di collaborazione a progetto, ex Co.co.co. Per quanto concerne la
somministrazione a tempo determinato (ex interinale, tuttora vigente fino al
completamento della nuova disciplina) e a tempo indeterminato (per cui però i
ccnl sono intervenuti per non darvi seguito), il lavoro intermittente, il
lavoro accessorio, il lavoro ripartito (o job sharing), i nuovi contratti
d’apprendistato (si attende l’intervento legislativo delle Regioni), occorrerà
aspettare almeno l’anno prossimo per una prima, attendibile stima.
Iniziamo dai contratti di collaborazione coordinata e a progetto, con alcune
precisazioni. Non sono 2,5 milioni, come il grosso dei media riporta, ma «solo»
un milione circa. Non si dispone, evidentemente, di dati precisi: come ha
ricordato anche recentemente Nidil, andrebbero prese in considerazione prima di
tutto non le aperture delle posizioni previdenziali (l’unico numero disponibile
lo fornisce l’Inps), ma quelle posizioni ove regolarmente vengono accantonati
contributi (quelle che sono realmente attive) e in maniera esclusiva. L’Inps,
infatti, non cancella le posizioni di collaborazione anche se non giungono più
contributi. Ma quanti Co.co.co sono divenuti lavoratori a tempo indeterminato,
come pomposamente propaganda il governo? Alcune ricerche e sondaggi (l’Istat,
Italia Oggi e l’Assolombarda) ci dicono che siamo intorno al 3-4 per cento (l’8
per cento in base a una recente ricerca dell’Ires Cgil, che traccia anche un
importate identikit del Co.co.co italiano). Una percentuale fisiologica che si
registra da anni (a forza di conoscerti prima o poi un’azienda su 20 ti assume
per fidelizzarti).
Il restante universo è suddiviso in tre aree (in questa ripartizione,
ovviamente, non sono considerati i Co.co.co della pubblica amministrazione, a
cui la legge 30 non si applica). Una parte maggioritaria sembra essere rimasta
Co.co.co: ai sensi dell’articolo 86 dello stesso decreto attuativo della legge
30, vi sono stati accordi sindacali che hanno prorogato fino al 24 ottobre 2005
lo status quo (nella maggior parte dei casi, sono state le stesse aziende a
sollecitare tali proroghe, vista la complessità e l’indeterminazione delle
nuove norme). Un’altra parte è stata trasformata in contratti a progetto,
mentre per una terza quota di Co.co.co è scattata la trasformazione in
contratti di associazione in partecipazione o in partite Iva (senza quindi
neanche quella copertura del 17,8 per cento di contributi previdenziali e
assicurativi che avevano i vecchi contratti). A conferma di quest’ultimo dato,
che la dice lunga sulla portata effettiva delle nuove norme, basti citare due
recenti rapporti pubblicati dall’Agenzie delle entrate e dal sistema
Unioncamere (l’associazione che riunisce le Camere di commercio) e riferiti ai
primi sei mesi del 2004. A fronte di un milione circa di posizioni Iva in più
nel 2004 rispetto alla media tendenziale, si registrano meno di 700.000 nuove
posizioni imprenditoriali. Fatte 100.000 le nuove «libere professioni», in
un’approssimazione molto alla buona, sarebbe logico chiedersi chi sono le
200.000 persone rimanenti. Un interrogativo che ha spinto Carlo Dell’Arringa
sul Sole-24 ore, la presidente dei giovani di Confindustria Anna Maria Artoni e
il tuttologo Pietro Ichino (all’inizio grande sponsor della legge 30) a
dichiarare fallita l’operazione di contrasto ai falsi Co.co.co e quanto mai
perniciosa l’idea di una deregolamentazione come strada per far emergere
situazioni di lavoro irregolare.
Capitolo «nuovo part time»: occorre registrare come (anche se numerosi ccnl
hanno di fatto regolamentato nuovamente quanto la legge liberalizzava o poneva
in capo al solo datore di lavoro e non più a entrambi i contraenti in materia
di lavoro supplementare, clausole elastiche e flessibili, diritto al
consolidamento ecc.) il numero totale dei contratti a orario ridotto sia
diminuito di 70.000 unità dal 2003 al 2004. Un dato da molti osservatori
sottovalutato nella sua negatività. La crescita occupazionale negli ultimi anni
(e con un 2004 che comincia a far registrare il segno meno in primo luogo al
Sud) è stata infatti trainata da una maggiore presenza femminile (che di fatto
è quella che ha permesso saldi occupazionali totali in attivo) e da un
reinserimento di lavoratori over 50, proprio dove il part time svolge una
funzione considerevole di ritorno sul mercato del lavoro.
Per quanto riguarda i contratti d’inserimento, anche se non è ancora possibile
stimare con certezza quanti ne sono stati accesi (i contratti di formazione
lavoro erano circa 581.000 nel 2001 e 605.000 nel 2002: stiamo parlando dei cfl
autorizzati, non di quelli realmente accessi, dati ministero del Lavoro),
nell’ultimo anno, anche per effetto della proroga prevista dal recente decreto
legislativo 251 e della sopravvivenza dell’istituto nelle pubbliche
amministrazioni, al di là dei diversi accordi sindacali aziendali e di settore
(per un numero comunque non superiore alle 7.000 unità), si possono già
avanzare alcune prime ipotesi (confermate, peraltro, da un sondaggio compiuto
dall’Associazione delle imprese lombarde): in molti casi (nei nuovi contratti
d’inserimento, per i giovani tra i 18 e i 29 anni, vengono meno gli incentivi
contributivi previsti dalla vecchia normativa) il contratto d’inserimento sarà
probabilmente sostituito dal contratto d’apprendistato, vista anche la sua
durata potenziale (sei anni) e il lungo sotto-inquadramento (fino a due
livelli).
Il target a cui il vecchio cfl si rivolgeva (giovani, spesso alla prima
esperienza) è oggi coperto dal nuovo apprendistato. Non è chiaro, tuttavia,
cosa succederà (e cosa sta succedendo) rispetto a quei giovani «più fortunati»
(rispetto alle false partite Iva o ai Co.co.co) che fino a ieri accedevano
attraverso questa tipologia al mercato del lavoro, in una fase di transizione
che rischia di perdurare ancora a lungo e che certo non potrà essere resa più
agevole dall’esigua copertura assicurata dal decreto correttivo del 276 (16.000
cfl ancora agevolati sono infatti una goccia nel mare). Stando alle rilevazione
del sistema di monitoraggio regionale (cosiddetta «tecnostruttura»), il numero
di apprendistati accesi nel primo semestre 2004 è di circa 286.000 nuovi
contratti, in media con gli anni passati (479.737 nel 2002 e 471.071 nel 2003).
Il dato non fa quindi ben sperare: di fatto, mentre il nuovo apprendistato
(peggiorativo di quello passato) ancora non decolla, è stato abrogato un
contratto che, pur con molti difetti, assicurava l’ingresso a lavoro di molti
giovani.
Nel completare il nostro ragionamento circa l’operato del governo in materia di
mercato del lavoro, meritano di essere citati i recenti dati forniti dal Censis
sul lavoro nero (uno degli obbiettivi dichiarati delle legge 30 è quello di
favorire l’emersione). In Italia il numero di lavoratori coinvolti nel fenomeno
risulta essere nella prima metà del 2004 identico a quello del 2003 (circa il
15,9 per cento della forza lavoro, calcolata sulla base di 40 ore settimanali
di prestazione media). Una stima, quella del 2003, che registrava però
(confermata anche da Svimez e Istat) una crescita rispetto al 2002 di quasi un
punto percentuale (ovviamente, per più cause: dalla congiuntura economica
negativa che ha ristretto i vincoli di bilancio in imprese border line a un
clima più generale di illegalità). Anche da questo punto di vista, non si può
dunque parlare di «effetto legge 30». In conclusione, se occorre aspettare
ancora un po’ per un bilancio definitivo sull’intera normativa, una cosa appare
chiara: la legge 30 (e più in generale la legislazione targata centro-destra)
non solo riduce diritti e tutele, ma si conferma per quello che è: una cattiva
legge, fatta più per legalizzare la precarietà e l’irregolarità esistente che
non per aumentare la quantità e la qualità del lavoro.
(Rassegna sindacale, n.41,
novembre 2004)