Da Rassegna Sindacale - www.rassegna.it
18 novembre 2004
Raffica di chiusure a Torino e nella regione
L'industria divorzia dal Piemonte
D.O.
Torino e il Piemonte si ritrovano nella morsa della
deindustrializzazione. La Embraco, la Oliit, adesso lo spettro della chiusura
di Alenia, la Sicme: le fabbriche smantellano, annunciano licenziamenti, aprono
"le procedure di mobilità" per i dipendenti, come si dice in questi
casi nella lingua impersonale e asettica dell'azienda. E i lavoratori si difendono
come possono, occupando le fabbriche, bloccando le arterie ferroviarie e
stradali, organizzando assemblee permanenti e presidi. Il tutto accade, non
dimentichiamolo, all'ombra della Dismissione con la maiuscola, quella della
Fiat e della sua Mirafiori, minaccia che pende ormai da anni sul capo del
capoluogo piemontese e di tutta la regione.
La desertificazione industriale del Piemonte trova le sue cause -come rileva il
sociologo Luciano Gallino sulle pagine di
Repubblica- in un
"sistema economico irrazionale" nei cui "meandri è impossibile
risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede". I dirigenti della
Embraco decidono che è più conveniente produrre in Slovacchia o addirittura in
Cina. L'Alenia s'appresta a trasferire armi e bagagli in Puglia. La Fiat va a
costruire i motori in Argentina. E' la cosiddetta delocalizzazione, un processo
"patologico" (ancora Gallino) nel quale si mostra l'ultima faccia
della globalizzazione e dinanzi al quale - lamentano i sindacati - le
istituzioni locali e nazionali stanno mostrando un'impotenza e indifferenza
allarmanti.
La vicenda della Embraco è in
primo piano da giorni. Lunedì la multinazionale brasiliana ha annunciato la
chiusura dello stabilimento di Riva di Chieri, dove si producono compressori
per i frigoriferi Whirlpool. Se ciò avverrà, 812 lavoratori perderanno il posto
e, quando terminerà il periodo di mobilità, non potranno andare in pensione
perché ancora troppo giovani. Siamo ormai al licenziamento di massa, con
ricadute più che probabili sui lavoratori dell'indotto, circa 600 persone, e di
conseguenza su un'intera comunità di poche migliaia di abitanti. Da qui la
disperazione e la protesta dei lavoratori, che chiedono il blocco immediato
delle procedure di mobilità, ma anche che la Whirpool ripensi e diversifichi le
produzioni. La fabbrica è presidiata, per due giorni consecutivi è stata
occupata la linea ferroviaria Roma-Torino e sono stati effettuati blocchi
stradali. Questa mattina una delegazione di lavoratori e di sindacalisti ha
incontrato l'arcivescovo Severino Poletto, mentre il pomeriggio le parti
sociali e gli enti locali sono stati convocati dall'assessore regionale al
Lavoro, Gilberto Pichetto.
Come se non bastasse, si è aperto il fronte Alenia.
In questo caso l'azienda non ha fatto ancora alcun annuncio, ma l'allarme è
stato lanciato dai sindacati metalmeccanici e da Pichetto. Secondo Fim, Fiom e
Uilm c’è il rischio che lo stabilimento Alenia di corso Marche sia
depotenziato, con la conseguente perdita di 600 posti di lavoro tra impiegati e
progettisti. Per questa ragione i sindacati hanno indetto una sorta di
"sciopero preventivo", venerdì 19, per quattro ore, con un corteo che
si concluderà davanti alla sede della Regione. Il nuovo piano industriale
dell'azienda - hanno spiegato i sindacalisti - prevede che il nuovo aereo “7E7”
"venga realizzato in un nuovo stabilimento a Grottaglie, in Puglia".
"Se così fosse - proseguono i sindacati - ci sarebbe un cambio di missioni
tra gli stabilimenti: il civile si sposterebbe dalla Campania alla Puglia mentre
in Campania per compensazione verrebbe costruita un’area di eccellenza per
logistica, ingegneria di produzione, laboratori e ricerca di fabbricazione,
tutti enti oggi presenti a Torino". Una soluzione inaccettabile per i
sindacati. Perché ciò non accada, sostiene Giorgio Airaudo della Fiom, "è
necessario che intervengano gli enti pubblici locali in questa vicenda. E'
incredibile che il Piemonte sia l'unica regione dove non ci sono accordi con
gli enti locali". Aggiungono i sindacati: "Non vogliamo che lo stabilimento
di corso Marche venga sfogliato come un carciofo fino alla chiusura".
Nuove chiusure, annunciate o solo ipotizzate, che s'aggiungono a fallimenti
industriali ormai consumati. Come quello della Oliit di Scarmagno (ex Olivetti, poi Op Computers), i cui 280
dipendenti presidiano lo stabilimento da tre settimane, e della gemella Csm (anch'essa ex Olivetti) con 250
lavoratori in cassa integrazione.
Infine c'è la vicenda della Sicme,
azienda che produce macchine per lo smaltimento dei fili di rame. Quindici
giorni fa la sua fabbrica di via Cigna, a Torino, è stata dichiarata fallita.
120 operai hanno perso il posto; alcuni di loro, oggi, sono saliti sul tetto
della fabbrica in segno di protesta contro le procedure di sgombero stabilite
dalla magistratura. Nello stesso tempo i sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno
incontrato il prefetto di Torino e hanno chiesto alla magistratura di
sospendere l'ordinanza di sgombero. La richiesta tuttavia è stata rigettata.
"L'incontro di oggi col magistrato non ha dato il risultato sperato".
Lo ha detto Airaudo. "Ci è stato spiegato - ha aggiunto - che ci sono
problemi di sicurezza nella fabbrica. Quindi è probabile che già oggi si
proceda allo sgombero".
"Purtroppo si sta scoperchiando una pentola - afferma il segretario
generale della Cgil Piemonte, Vincenzo Scudiere - un rischio che avevamo da
tempo segnalato. Siamo in presenza della parte più critica della crisi
industriale perché stanno arrivando al pettine nodi che non possono essere
gestiti nel modo tradizionale. C'é il rischio alto di tensione sociale perché
cresce la disperazione dei lavoratori. Bisogna mettere in campo tutte le azioni
istituzionali, a partire dai sindaci e dalla Regione, ma anche il governo deve
considerare queste situazione come eccezionale e intervenire'.