www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 27-11-04

da http://www.rassegna.it/2004/lavoro/articoli/metalm2.htm

Metalmeccanici / Torino e il futuro dell'industria italiana

In dieci anni salari decurtati


di Claudio Stacchini
Segretario responsabile dell’ufficio sindacale Fiom di Torino

Sono state 180 le aziende metalmeccaniche che il 22 ottobre scorso sono scese in sciopero a Torino manifestando davanti all’Unione industriale, per difendere il diritto alla contrattazione e per portare a conclusione le vertenze integrative ancora aperte. E sono stati quasi 100.000 i lavoratori del capoluogo piemontese in sciopero il 5 novembre, in occasione della giornata di protesta nazionale indetta dal sindacato alla Fiat e in tutte le aziende dell’indotto e della filiera autoveicolistica. Si tratta di due facce della stessa medaglia, che impegna i metalmeccanici torinesi e che, a partire dalla crisi del suo più grande insediamento industriale, quello di Mirafiori, ha permesso a tutte le organizzazioni sindacali di ritrovare le condizioni dell’unità per aprire una vertenza che impegnasse tutta la categoria per il futuro della città. Le lotte che nei mesi scorsi hanno visto coinvolte Fim, Fiom, Uilm, prima alla Fiat, con gli scioperi contro l’intensificazione dei ritmi di lavoro determinati dall’introduzione del Tmc2, e poi di fronte alle crisi di molte aziende della componentistica, come delle macchine utensili o dell’informatica (fino all’ultima di questi giorni con il fallimento della Oliit, figlia dello “spezzatino” Olivetti), hanno un tratto comune con i due appuntamenti citati prima: contrastare la svalorizzazione del lavoro che da anni pesa sui lavoratori italiani dell’industria e che a Torino colpisce in modo particolare i metalmeccanici.

L’ossessione industriale della competizione sui costi e sui prezzi è un alibi perfetto per nascondere i ritardi di prodotto, innovazione e di qualità, che sono il tratto comune dei comportamenti di molte imprese, nel tentativo velleitario di ricostruire margini di profitto e capacità competitiva e che sta schiacciando diritti e salari dei lavoratori in tutte le imprese. L’iniziativa unitaria dei sindacati metalmeccanici, in difesa dei due livelli di contrattazione e a sostegno delle vertenze integrative ancora aperte, vuole denunciare il tentativo delle imprese e delle loro associazioni di cancellare questa tornata contrattuale, per guadagnare con il tavolo sulle “regole” una posizione di vantaggio, magari per sancire con un accordo che la produttività non deve andare in nessun modo ai salari, come di fatto è largamente avvenuto in questi anni. A dimostrazione di questa tendenza, abbiamo preso a misura di quanto è avvenuto nell’ultimo decennio (1994-2004) sui salari e gli stipendi a Torino non le statistiche, ma quattro buste paga: di un’operaia Fiat di terzo livello, di un operaio specializzato quinto livello alla Pininfarina, di un’impiegata di un’azienda dell’indotto e di un operaio di terzo livello di una piccola azienda meccanica.

Il risultato è allarmante, ma chiarificatore ed è largamente omogeneo a tutte e quattro le condizioni. Il salario lordo è leggermente sotto l’inflazione (è aumentato del 35 per cento in media, contro un’inflazione del 35,9 per cento in dieci anni), ma non bisogna dimenticare che stiamo parlando di aziende che, nel peggiore dei casi, hanno rinnovato almeno un contratto aziendale (se non due) e che quindi difendono il salario lordo dall’inflazione con una quota di salario aziendale e, com’è noto, il 60-65 per cento della nostra categoria applica solo il contratto nazionale di lavoro. Il salario netto in busta paga invece è stato falcidiato, perché perde da un minimo di 6 fino a 10 punti rispetto all’inflazione in tutti e quattro i casi, con una pressione fiscale sulle buste paga che in dieci anni è salita mediamente dal 25-26 al 30-31 per cento. Naturalmente, di fronte a questi dati, quando si confronta l’aumento del Pil conseguito in questi dieci anni dal paese (che è stato nominalmente del 61 per cento e sul piano reale di circa il 25 per cento), si scopre che neanche una lira prima e neanche un euro oggi della ricchezza prodotta dal paese sono finite nelle tasche dei lavoratori metalmeccanici.

Difficile pensare che si possano rilanciare i consumi e gli investimenti con redditi come questi: tra 950 e 1.050 euro al mese per operai di terzo livello con 15-20 anni d’anzianità, o tra 1.100 e 1.200 euro al mese per operai e impiegati di quinto livello. Il successo dello sciopero a Torino ha in questi dati una delle sue ragioni essenziali: la questione salariale non è più rinviabile e com’è chiaro chiama tutti a una battaglia per un nuovo sviluppo che scelga innanzitutto la strada dell’innovazione, della qualità e della valorizzazione del lavoro. Non è un caso che nella grande maggioranza degli 89 accordi integrativi raggiunti dalle Rsu nelle aziende metalmeccaniche torinesi siano stati raggiunti risultati importanti soprattutto sul salario e contro la precarietà. Sul salario gli aumenti sono per lo più fissi sulle voci di busta (paga base, superminimi, maggiorazioni ecc.), o legati nel caso di premi di risultato a indici verificabili, come la produttività e la qualità, e vanno da un minimo di 400 fino a 800 euro d’aumento. Un risultato importante, se si considera che nel quadriennio precedente (1999-2003) nelle aziende torinesi, a fronte di un premio atteso di 650 euro medie per addetto, l’aumento effettivo a fine corsa è stato appena di 250 euro, con un taglio di oltre il 60 per cento. Per quanto riguarda invece la precarietà, le Rsu hanno ottenuto negli accordi di fissare i limiti quantitativi e qualitativi al ricorso al lavoro precario, introdotto con la legge 30: • c’è un veto generalizzato all’utilizzo del lavoro a somministrazione a tempo indeterminato e del lavoro a chiamata; • si fissa tra il 12 ed il 15 per cento del totale dei dipendenti il numero massimo di contratti non a tempo indeterminato; • si fissa in 12-18 mesi il tempo massimo di questi contratti, dopodiché si passa a tempo indeterminato.

Nei prossimi giorni si apriranno altre 40 vertenze integrative, tra cui la Microtecnica, l’Olivetti Tecnost, la Pininfarina, l’Alenia e l’ex Fiat Avio. L’obiettivo che si sono proposti i sindacati metalmeccanici torinesi è quello di aprire il maggior numero possibile di trattative di secondo livello, indipendentemente dai tempi del contratto nazionale: anzi, con l’obiettivo di difendere meglio, con queste iniziative, il diritto alla contrattazione e lo stesso contratto nazionale, in scadenza a fine anno. Ora inizia la preparazione dello sciopero generale dell’industria dell’auto. Da Mirafiori, già in sciopero negli scorsi giorni, viene la richiesta di un’assemblea nazionale dei delegati della Fiat per lanciare una vertenza nazionale. È molto tempo che non si convoca un appuntamento di questo tipo: nel recente passato la Fiat è riuscita, nonostante la lotta di Termini Imerese e quella più recente di Melfi, a dividere i lavoratori con gli accordi separati, ma anche con le promesse distribuite territorio per territorio e stabilimento per stabilimento, impedendo così una vertenza di carattere nazionale, alibi straordinario che ha consentito il disinteresse del governo e della politica alle richieste dei lavoratori e del sindacato. Quella strada è fallita. Fallita per la Fiat, perché l’ultima “ricetta” Demel è durissima: dei 1.600 milioni di euro che l’azienda vuole risparmiare nei prossimi tre anni, la metà, 800 milioni, deve arrivare dai materiali e dalla componentistica, tant’è che il nuovo amministrazione delegato della Fiat ha già dichiarato che la gran parte dell’indotto sarà spostato fuori dall’Europa.

Non deve sorprendere che proprio il giorno successivo all’incontro del 6 ottobre con i sindacati, la Valeo di Melfi decida di chiudere, dopo aver perso la commessa per la Punto finita in Turchia, perché questa è la strada che rischia di prendere gran parte del sistema della componentistica italiana. Però il piano di Demel, ancora non del tutto esplicitato, già dice che il futuro per la Fiat è  più piccolo, con un’azienda che sceglie d’abbandonare il segmento alto delle automobili (quello a più alto contenuto tecnologico e  a più alta redditività), non prevedendo sostituzioni per vetture, come la Lybra, che finirà a metà 2005, e come l’Alfa 166 e la Thesis, che cesseranno la produzione l’anno successivo. E, anche simbolicamente, dopo 100 anni di storia il 2004 è il primo anno nel quale gli stabilimenti Fiat fuori dall’Italia producono più vetture di quelle realizzate nel nostro paese: 970.000 all’estero, contro le 950.000 fatte in Italia, e non per far fronte a una crescita delle vendite in quei mercati, ma molto più banalmente per il calo delle quote in Europa e in Italia.

La strada delle “soluzioni locali” è finita anche per quelle strutture sindacali e quelle comunità politiche e istituzionali che avevano giocato questa carta, sperando di salvarsi o di ridurre i danni: forse ancora oggi non tutti l’hanno compreso, ma Termini continua a fare tantissima cassa integrazione e Cassino non è da meno. A Pomigliano si comincia a fare i conti con un mercato dell’Alfa in grave difficoltà, sostenuto “disinvoltamente” dall’azienda con il solito trucco delle “kilometri zero”, mentre la cassa ora arriva anche a Melfi, dove per fortuna i sindacati, tutti, hanno cominciato a dire dei no alla Fiat. Anche a Torino, la scelta di Fim, Uilm e Fismic d’assecondare il piano della Fiat (firmando i licenziamenti), puntando ad avere in cambio garanzie per chi rimaneva al lavoro, con la promessa della Nuova Punto e della New Large assegnate a Mirafiori, è rapidamente tramontata e oggi Mirafiori senza motori (l’ultimo è stato portato in Argentina poche settimane fa) e senza le vetture di gamma alta, con una produzione di 800 vetture al giorno e 2.500 lavoratori in cig al mese aspetta, come quasi tutti a Torino, le Olimpiadi per chiudere il conto.

Il 5 novembre è stata una grande manifestazione quella che a Torino davanti alle Meccaniche di Mirafiori ha ascoltato gli impegni dei quattro segretari nazionali di Fim, Fiom, Uilm e Fismic. Ma, allo stesso tempo, la data del 5 deve costituire l’inizio di una vertenza nazionale, altrimenti non ci sono (con il governo Berlusconi oggi), né ci saranno (con la Gad, se batterà la destra) santi in paradiso che salveranno l’industria dell’auto italiana, l’ultima grande industria in grado di fare sistema che è rimasta al nostro paese. A Torino i metalmeccanici stanno provando a difendere se stessi e con loro il valore del lavoro e le prospettive di un’intera comunità sociale ed economica. All’appello manca ancora il sistema politico e istituzionale subalpino, avvinghiato in uno scontro di potere sulle Olimpiadi e tentato dagli appetiti di una discussione sulle aree che la Fiat libererebbe a Mirafiori, diventando più piccola. Ma un ritardo c’è anche nel sindacato, quello confederale. Gli sforzi profusi dalla Cgil per costruire una “vertenza Torino” e per affrontare i nodi di una struttura industriale che sta capitolando dall’auto all’Itc, dalle macchine utensili all’areospazio, dalle telecomunicazioni al tessile e così via, si sono fino a ora scontrati con una “resistenza” di Cisl e Uil torinesi, che non ha francamente giustificazioni e che non può costringere i lavoratori ad affrontare la crisi ognuno nella sua azienda. Perché cosi perderemo.

(Rassegna sindacale, n. 42, novembre 2004)