Liberazione del
16/12/2005
Quei sondaggi scemi che servono ad attaccare i diritti
di Giorgio Cremaschi
La flessibilità secondo gli industriali
Le agenzie di stampa lanciano un sondaggio dell’“Espresso” secondo il quale la
grande maggioranza degli italiani sarebbe felice di lavorare al sabato. Il
sondaggio andrà esaminato oltre i lanci pubblicitari, ma intanto è giusto
rispondere a come esso viene presentato all’opinione pubblica. La domanda «Sei
disposto a sacrificare il sabato per lavorare o mantenere il lavoro?» è
assolutamente scema. E’ evidente, infatti, che qualsiasi persona, posta di
fronte all’alternativa tra la disoccupazione e il lavoro nel weekend, non
avrebbe dubbi su cosa scegliere. E infatti ci sono milioni e milioni di
lavoratori che lavorano nei giorni festivi e altri che addirittura lavorano
solo i giorni festivi, sottopagati e supersfruttati.
La domanda giusta, ma è davvero troppo pretendere che siano certi sondaggi a
rivolgerla, sarebbe: «Credete che facendo lavorare di più e peggio chi già
lavora, ci sarà l’occupazione di chi non lavora?». Ho l’impressione che a
questa seconda domanda gran parte degli interlocutori risponderebbero in modo
ben diverso. Come minimo, sarebbe alto il livello dei “non so”, se non altro
perché non è mai stato dimostrato, né scientificamente né praticamente, che il
peggioramento delle condizioni di lavoro produce più lavoro. Eppure anche dalle
domande sceme emerge la realtà. Quella di un capitalismo italiano che, alla
fine delle chiacchiere e dei convegni, pensa sempre di affrontare la propria
crisi con l’attacco ai diritti e alle condizioni di lavoro.
Il presidente degli industriali, nella cui fabbrica si è scioperato 8 ore
perché un consulente esterno ha investito con la macchina un lavoratore in
sciopero per il contratto, ha spiegato che per reggere la competizione ci
vogliono etica e flessibilità. La prima parola immagino sia rivolta verso la
nuova cordata perdente del capitalismo italiano. Come altre volte è successo,
chi tenta l’assalto al salotto buono delle imprese e dei poteri economici,
finisce male. Da Schimberni a Fiorani, a conclusione degli sgarbi alle famiglie
che contano, c’è la galera. Il fatto naturalmente i reati andranno appurati e
puniti dalla magistratura, ma decisiva è sempre quell’azione parallela svolta
dalle campagne culturali e politiche, che finiscono sempre per scatenarsi
contro i capitalisti ultimi arrivati. Il capitalismo etico a me pare un
classico ossimoro, a meno di non scomodare l’articolo 41 della nostra
Costituzione.
Quello che stabilisce che l’impresa privata è ammessa solo se realizza una
profonda utilità sociale. Se è così, se bisogna guardare ai posti di lavoro
distrutti dalle grandi imprese del salotto buono, ai profitti non reinvestiti,
alla crescita della speculazione, allora bisogna dire che questa etica sociale
non è mai stata neppure nell’anticamera delle scelte e dei programmi dei gruppi
di vertice del capitalismo italiano. Come dimostra anche il gran polverone
sollevato sull’altra parola magica che oggi viene sbandierata dalle imprese: la
flessibilità. E’ bene ricordare che ciò che pretendono gli industriali
metalmeccanici, non è semplicemente la flessibilità degli orari, ma il governo
autoritario di tutto il tempo di lavoro. Dovete lavorare 60 ore quando serve e
stare a casa quando lo dico io. Questo pretendono gli industriali
metalmeccanici, soprattutto sottolineando che il tutto deve avvenire senza la
contrattazione aziendale. Non vengano le rappresentanze aziendali dei
lavoratori a rompere le scatole con i problemi della salute e dell’ambiente,
con il salario, con il lavoro precario e la professionalità, in fabbrica si
lavora, non si contratta.
Anche qui sarebbe interessante un sondaggio che chiedesse a lavoratori e
cittadini: «Siete disposti ad accettare di lavorare il sabato, la domenica, la
notte, a comando delle aziende, senza poter neppure discutere sui vostri tempi
di lavoro e di vita, oppure preferireste che la flessibilità fosse decisa con
accordi sindacali attraverso i vostri rappresentanti?». Sono convinto che,
ancor di più rispetto a questa domanda, le risposte sarebbero ben diverse da
quelle che vengono ora utilizzate per dar ragione ai padroni contro i
metalmeccanici. La verità è che l’offensiva contro il diritto dei lavoratori a
contrattare i propri orari di lavoro, strumentalmente presentata come questione
del sabato, è la dimostrazione di quanto il padronato italiano affronti la
crisi con l’ottusità e la miopia di sempre. Certo, è più facile, vista la
disponibilità di sondaggi e mass-media, far credere che il problema della
competizione si risolva facendo lavorare al sabato lavoratori che magari al
sabato già lavorano. Certo è facile presentarsi come esponenti del rinnovamento
morale del capitalismo, dopo che gli sconfitti nelle scalate finiscono in galera.
Questa però è la storia di sempre, quella di un capitalismo italiano che non
cresce perché non ha mai davvero messo in discussione se stesso, i suoi centri
di potere più antichi, le sue abitudini e ideologie di sempre. Il presidente
della Confindustria ha spiegato che bisognerà dare nuovo impulso alla
flessibilità, oltre la stessa Legge 30, superando gli arcaismi nel sindacato. A
me pare che non ci sia niente di più arcaica della superficialità con la quale
i padroni italiani affrontano la crisi italiana. Proporrei un sondaggio sulla
credibilità di questi industriali e su quanto hanno stufato le loro arcaiche
litanie.