di Giuliano Cappellini
Il declino industriale italiano (di uno dei grandi paesi industrializzati del mondo) è il problema centrale della crisi sociale e politica in atto. Col “declino” riemergono le storiche contraddizioni strutturali dell’economia (e dell’industria) italiana con le quali, però, la “sinistra” rifiuta di misurarsi. Il movimento operaio, in particolare quello sindacale, è invece costretto a confrontarsi col problema nazionale centrale e ad indagarne il rapporto con i suoi obiettivi.
Confinare la causa del declino industriale italiano nella mancanza di capacità innovativa del sistema produttivo, ossia nella carenza di strutture e investimenti per la ricerca industriale, è un modo semplicistico di affrontare il problema. La mancanza di capacità innovativa del sistema produttivo italiano è, infatti, un effetto e non la causa delle difficoltà dell’industria italiana, è cioè, il prodotto dei suoi squilibri. È ben noto, ad esempio, il ruolo fondamentale della grande impresa nella promozione dei processi di innovazione di prodotto, razionalizzazione organizzativa e programmazione economica, con ricadute a cascata su tutto il tessuto economico. Bisognerebbe, allora, chiedersi perché la grande industria scompare dal paese, qual è la grande industria che manca, qual è la grande industria che potrebbe attirare grandi capitali, in quali settori, a quali condizioni. Ma la politica che non si pone questi quesiti e che preferisce deviare sugli effetti piuttosto che sulle cause, è semplicemente conservatrice, e ciò che intende conservare è il sistema industriale italiano così com’è.
Il fatto è che i sistemi produttivi si determinano in relazione alla condizione in cui operano, e specie nel mondo globalizzato, queste sono prevalentemente di natura sociale. Il sistema produttivo italiano opera in una condizione di bassi salari e alti profitti. Gli enormi profitti industriali, favoriti da una lunga stagione di mortificazione contrattuale del lavoro, hanno inevitabilmente orientato gli investimenti verso le produzioni di lusso o di beni che devono essere scambiati con oggetti di lusso (C. Marx, Salario, prezzo, profitto, 1865), ossia verso produzioni che soddisfano il mercato ove la domanda è generata “dai profitti e dalle rendite”[1]. Non per niente, anche se le tradizionali aree industriali italiane del tessile e dell'abbigliamento (Biella, Prato ecc.) attraversano una crisi senza precedenti a causa della concorrenza asiatica, i gruppi italiani del lusso continuano la loro avanzata. Secondo un'inchiesta dell'associazione Altagamma, l'industria del lusso in senso allargato (moda, gioielleria, industria nautica, ecc.) resiste al primo posto mondiale, con il 26% di un mercato valutato intorno ai 75 miliardi di euro, prima di Francia (22 %), Svizzera (19,4%) e Stati Uniti (13,9%). Il mercato italiano del lusso, cioè, corrisponde al 14% del PIL (valutato in 140 miliardi di euro). Ma questa quota è molto più alta se consideriamo l’edilizia di lusso e l’indotto (legno, alluminio, ceramiche, ecc.). Tutte queste produzioni si realizzano in quel sistema di piccole e micro imprese a basso contenuto di ricerca, bassi salari e alti profitti, che costituisce il modello industriale italiano. Un modello che funziona come il cane che si morde la coda (i profitti). Gli automatismi economici che orientano gli investimenti, hanno mantenuto basso e concorrenziale il costo delle merci che incontrano la domanda generata dai profitti e che si conclude dentro quel mercato. Alla fine, però, una struttura produttiva di piccole e micro imprese e concorso trascurabile della ricerca industriale, perde competitività in un mercato in cui ladomanda è insidiata dal pericolo di caduta del tasso di profitto con effetti che, in Italia, rimbalzano dalla situazione internazionale. Ciò mette a nudo l’inadeguatezza di una struttura industriale che non fa sistema e non può essere sinergica con lo sviluppo delle tecnologie, dei nuovi prodotti, dell’organizzazione e della programmazione, che la sfida internazionale propone. Il “made in Italy” perde colpi e la bilancia commerciale diventa passiva.
Il riflesso politico di questa situazione è immediato: per proteggere la domanda nei mercati interni ed esteri del made in Italy, il capitalismo italiano non solo punta a smantellare il sindacato, ma aderisce totalmente alla lotta planetaria dell’imperialismo americano contro il lavoro. Tuttavia, nella misura in cui il disegno americano trova intoppi difficilmente superabili, non può che cercare di risolvere i propri affanni spostando il centro-sinistra verso una deriva moderata, conservatrice e saldamente atlantica. È consentito solo un accordo antiberlusconiano e non lo sviluppo di un programma decente per affrontare, anche parzialmente, i problemi strutturali dell’economia nazionale.
In questo quadro, la ”politica” non trova più la stanza dei bottoni e, per stare nel gioco, spinge le componenti di sinistra ad omologarsi reciprocamente. Ciò definisce una sorta di conventio ad escludendum in primo luogo della rappresentanza istituzionale e degli interessi dei lavoratori. Anche a sinistra del centro-sinistra si finisce solo a cercare spazi dentro un orizzonte del tutto auto-referenziale (il milione a libro paga della politica di C. Salvi).
Gli “equilibri” dell’Unione esprimono, dunque, la stagnazione di un quadro politico che rifiuta di leggere la realtà perché non gli serve, e non gli serve perché accetta di muoversi dentro l’orizzonte che contempla “il modello del cane che si morde la coda”, e non propone nuovi equilibri per consentire una più equa contrattazione dei salari perché teme di tagliare un pezzo della coda, ossia dei profitti.
La destra, invece, ha interpretato le esigenze della struttura economica nazionale offrendosi di proteggerne minuziosamente le condizioni di esistenza. Ma è andata fuori misura e ha accentuato le contraddizioni complessive del sistema economico. Alle difficoltà delle grandi produzioni di massa, fa riscontro un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Alla fuoriuscita dell’Italia dal controllo e dalla produzione dei beni e sistemi per le infrastrutture – settori strategici[2] che le privatizzazioni hanno consegnato nelle mani dei monopoli stranieri – fa riscontro l’obsolescenza continua delle infrastrutture civili che viene pagata da tutto il paese. Alla crisi dello “stato sociale” non corrisponde un adeguamento dei salari che, invece, scontano una perdita secca.
Sono gli esiti stessi di questa politica a spingere verso un ritorno degli investimenti nei settori finora trascurati. Così si spiegano i nuovi orientamenti politici di Confindustria, che trova, però, ostacoli immensi nel quadro politico e normativo che la stessa organizzazione padronale ha fortemente voluto nell’illusione di sfruttare impunemente la stagnazione della politica, che, però, proprio perché stagnante non più garantire granché. Inoltre, nella situazione sociale conseguente al declino del paese, è più facile immaginare la ripresa su larga scala del movimento rivendicativo del mondo del lavoro che il suo contrario, il prolungamento, cioè, di una stagione di mortificazione contrattuale e normativa.
Oggi la logica dei processi di sostituzione dell’egemonia politico-culturale della destra, più che altro generati dal riflusso della virulenza che ha portato al governo Berlusconi, ci propina la frenetica difesa di tutti i capisaldi – e tanti ne sono stati costruiti da quindici anni a questa parte – per impedire una qualsiasi “fruizione” in chiave popolare e democratica del mutamento in atto. È sbagliato sottovalutare i pericoli e i ritardi, anche letali, insiti in una soluzione moderata della crisi delle destre, ma è anche miope non capire che, comunque, il movimento operaio dovrà mettere concretamente in discussione l’egemonia del profitto, come questione nazionale prioritaria. In questa situazione la lotta rivendicativa diventa squisitamente politica, rompe l’attuale ed eccessivamente protratto equilibrio politico, fino a delinearne un altro più avanzato. In questa ottica la “sinistra omologata” si esaurisce rapidamente, e non serve ad altro che a dilazionare lo sviluppo di un processo che il movimento operaio deve innescare, dal momento che è in gioco il suo futuro politico e la condizione materiale stessa dei lavoratori.
[1] Dalla metà degli anni ’80 ad oggi la quota salari sul PIL è diminuita in media di circa l’1,7 l’anno e sono saliti i profitti che ora superano i salari. Nello stesso arco di tempo, la grande industria, sia nei consumi che nei beni strutturali, ha ceduto il passo alla piccola e micro impresa del “made in Italy”.
[2] Che fino agli anni ’80 sostenevano circa il 70% della ricerca industriale nazionale