da
http://www.rassegna.it/2006/lavoro/articoli/precariopubblico.htm
Pubblico impiego: Cresce il precariato
di Sara Farolfi
Non c’è la legge 30, eppure i livelli di precarietà nel pubblico impiego sono
decisamente elevati. Secondo i dati della Ragioneria dello Stato, al 31
dicembre 2003 sono oltre 300.000 i lavoratori che, tra collaborazioni,
contratti a progetto e part time obbligatori, hanno nella pubblica
amministrazione un rapporto di lavoro non a tempo indeterminato. Con una
percentuale di crescita del 2003 sul 2002 che supera il 30 per cento e che, con
il blocco delle assunzioni del 2004 e 2005, lascia immaginare un dato analogo
per il trascorso biennio. “Si può parlare di mezzo milione di precari”, secondo
Carlo Podda, segretario generale della Fp Cgil. Dove? Ovunque, dagli enti
locali alla sanità, fino ai dipartimenti centrali e ministeriali. Qualche
esempio: all’Agenzia per il territorio (ex Catasto) sono 1.500 gli addetti con
contratto a tempo determinato rinnovato di anno in anno da otto anni; al
dipartimento nazionale per la Protezione civile, i geologi sono tutti a tempo
determinato.
Senza dimenticare che, nell’ultima Finanziaria, il governo ha stabilito che il
livello di spesa per il rinnovo di questi rapporti di lavoro dev’essere uguale
a quello del 2004. Una vera mannaia, se solo si considera che tutti questi
lavoratori, inquadrati come collaboratori o con contratti a tempo determinato,
svolgono in realtà funzioni essenziali all’interno della pubblica
amministrazione. “È a loro che si deve quel po’ di Welfare locale che c’è”,
stigmatizza ancora Podda. “La verità è che c’è stato un uso improprio del
pacchetto Treu – prosegue il leader della Fp –, motivato come risposta alle
esigenze di flessibilità che lavori temporanei possono richiedere. Alla fine,
tuttavia, è stato usato per altre esigenze. Il combinato disposto del taglio
delle risorse agli enti locali del 16 per cento nell’ultimo triennio, insieme
al blocco delle assunzioni, ha prodotto il ricorso massiccio a queste forme di
lavoro. Quasi sempre all’interno dei servizi cosiddetti essenziali. Come
facilmente immaginabile, questo ha portato non solo alla precarizzazione della
prestazione, ma anche a quella del servizio”.
Un’interruzione del ciclo dell’organizzazione del lavoro che, spiega ancora
Podda, “se al sindacato pone problemi di rappresentanza, per la difficoltà
della ricomposizione dell’elemento lavoro, all’utente pone un problema di
efficacia della prestazione resa”. Un caso eclatante è quello del Servizio
sanitario nazionale. “Nella sanità pubblica – argomenta Rossana Dettori,
responsabile sanità per la Fp –, tra tempi determinati, collaboratori, liberi
professionisti e consulenze, figure che per lo più riguardano le dirigenze, si
contano circa 28.000 lavoratori precari. Per la maggior parte, si tratta di
contratti a tempo determinato, rinnovati ogni due anni in media. Anche qui, il
combinato disposto dal blocco delle assunzioni e da quella norma inserita nella
Finanziaria per cui, rispetto a una figura carente come può essere quella degli
infermieri, solo il 50 per cento del turnover può essere assunto, ha portato le
aziende a esternalizzare pezzi sempre più consistenti di servizi. Assistenza
domiciliare in testa”.
Secondo un’indagine condotta dalla Cgil interna all’Ifo (Istituti fisioterapici
ospedalieri), nei reparti, per ogni infermiere strutturato, ce n’è uno
dipendente da una cooperativa. Al Sant’Andrea di Roma, si apprende da un’altra
ricerca, sono 400 i precari tra il personale di reparto. Ma c’è di più. Mentre
fino a non molto tempo fa, a essere esternalizzati erano i servizi accessori,
come la mensa e la pulizia, ora il fenomeno riguarda l’assistenza diretta. “Un
fenomeno diffuso e preoccupante – commenta Dettori –, per cui in uno stesso
reparto trovi diverse persone dipendenti da strutture differenti”. A Torino, è
stato lo stesso collegio degli infermieri a denunciare il fenomeno, che vede
coinvolto un buon numero di lavoratori stranieri. “Le esternalizzazioni non
sono certo nate ieri – spiega ancora Dettori –. Negli ultimi anni però la
situazione è peggiorata, per l’incapacità di questo governo di rispondere con
adeguate politiche alla necessità di personale”.
Il fatto che in uno stesso reparto possano trovarsi addetti dipendenti da
diversi datori di lavoro, non è cosa di poco conto. Basti pensare al dumping
contrattuale che ne viene così generato. I lavoratori di una cooperativa,
infatti, percepiscono un salario che in media si aggira sugli 800 euro, mentre
quello di un infermiere non esternalizzato è di 1.200 euro. E diverso è anche
il trattamento per quanto riguarda malattia, maternità (che dalle cooperative
viene pagata il 20 per cento in meno) e pensioni. “Per un lavoratore di una
cooperativa – afferma Dettori – i contributi pensionistici sono versati in base
alle ore lavorate e al salario medio convenzionato, mentre per un lavoratore
non esternalizzato i contributi sono proporzionali al salario percepito”. Il
risultato è una “prestazione spezzettata”, che offre all’utenza garanzie
minori, “chiaramente non perché i lavoratori siano meno bravi, ma per il fatto
che operano in condizioni peggiori”. “Come sindacato – conclude Dettori –,
chiediamo che a questi addetti venga applicato integralmente il contratto
nazionale, ma soprattutto che tutti i servizi appaltati ritornino nell’ambito
del servizio sanitario”.