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La lotta per la scala mobile e il nostro essere comunisti
di Simone Oggionni
01/06/2006
Intervista a Leonardo Masella, capogruppo PRC regione Emilia-Romagna
- Come capogruppo di Rifondazione Comunista in Emilia-Romagna hai recentemente
presentato un progetto di proposta di legge alle Camere per l’istituzione di
una nuova scala mobile. Qual è il significato politico di questa iniziativa?
Noi vorremmo contribuire, dal nostro livello istituzionale regionale, a
sostenere questa importantissima campagna nazionale per introdurre una nuova
scala mobile. Questo movimento va sostenuto e rilanciato senza alcuna
esitazione a maggior ragione dopo l’esito elettorale. Il risultato
risicatissimo dell’Unione rende infatti il nuovo governo Prodi esposto ai
ricatti e alle pressioni dei poteri forti, come Confindustria, il Fondo
Monetario Internazionale, l’Unione Europea di Maastricht e del Patto di
Stabilità, il Vaticano, gli Usa, la Nato, etc.. E’ necessario controbilanciare
queste spinte, rilanciando i più forti movimenti sociali nel Paese a partire
dai problemi più sentiti dalla gente: la disoccupazione al Sud, la precarietà
per i giovani al Nord e, innanzitutto, il vero e proprio dramma del potere
d’acquisto per la stragrande maggioranza degli italiani.
- La proposta di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni
all’inflazione non è contenuta nel programma dell’Unione. Non credi sia un
azzardo uscire dal programma?
A questa domanda rispondo con un’altra domanda: e la proposta avanzata dai
ministri liberisti Padoa Schioppa e Bersani di una nuova manovra antipopolare è
per caso contenuta nel programma dell’Unione? Non scherziamo. Rifondazione fa
parte di una coalizione di governo, non di un partito unico. L’Unione non è il
partito democratico: sarebbe inaccettabile una sorta di disciplina che volesse
impedire a Rifondazione Comunista di stare con i movimenti, come per esempio
pretende, con la nota arroganza, il Sindaco di Bologna Cofferati.
Capisco che non si possa pretendere oggi dal governo ciò che non è scritto nel
programma, ma Rifondazione, a maggior ragione nella difficilissima situazione
in cui siamo, deve dotarsi di un profilo programmatico anticapitalistico e di
classe e di una iniziativa autonoma nella società.
- Tu pensi che ci siano, nel Paese, forze sufficienti per imporre al nuovo
Parlamento quantomeno una discussione a riguardo?
Lo dico con franchezza: allo stato attuale non credo ci siano nel ceto politico
le condizioni per imporre l’introduzione di una nuova scala mobile, così come
credo che sul piano culturale il paese sia spostato a destra, come dimostra
l’esito delle ultime elezioni. Ma una cosa è l’orientamento culturale, molto
spostato a destra, un’altra è l’orientamento sociale. La stragrande maggioranza
dei lavoratori e la maggioranza del popolo italiano potrebbero condividere la
proposta di una nuova scala mobile: questo è il filo da tirare per ricostruire
rapporti di forza favorevoli al movimento dei lavoratori e alla sinistra.
Esistono argomenti formidabili che dimostrano che la maggioranza dei lavoratori
si è impoverita mentre altri ceti hanno fatto soldi a palate. Cito un fatto per
tutti: gli scandali Ricucci e Moggi dimostrano che ci si è arricchiti persino
con la corruzione; contemporaneamente milioni di lavoratori non arrivano alla
quarta settimana. Io penso che rimettendo al centro del dibattito politico
queste problematiche sia possibile spostare i rapporti di forza e anche gli
equilibri parlamentari. A riguardo noto, invece, prudenze eccessive.
- Pensi che la contraddizione di classe tra capitale e lavoro sia ancora
centrale?
No, non è ancora centrale. È sempre più centrale. La globalizzazione
capitalistica, con la crescita vertiginosa del proletariato su scala mondiale,
ha messo al centro con sempre maggiore evidenza questa contraddizione. Ciò è
vero anche in Italia, paese in cui è sempre più acuto il divario tra salari dei
lavoratori e profitti dei grandi industriali.
È d’altra parte evidente che questa contraddizione, affinché non sia qualcosa
di astratto al di fuori del tempo e dello spazio e sia invece una guida per
l’azione, deve essere aggiornata alla fase e intrecciata con le altre
contraddizioni che il capitalismo oggi genera in un paese come l’Italia,
diverso, radicalmente diverso da quello ottocentesco e diverso, radicalmente
diverso, per esempio, dal capitalismo indiano.
È evidente, per esempio, che la contraddizione di classe intreccia oggi in
Italia la precarizzazione del lavoro, così come l’immigrazione, essi stessi
fenomeni della contraddizione tra capitale e lavoro.
- Ti faccio la domanda più difficile: cosa vuol dire, allora, essere
comunisti?
Vuol dire “fare” i comunisti. Non basta autoproclamarsi tali. E ciò che vale di
più, soprattutto per i giovani, è l’esempio. Significa, cioè, essere, nel
concreto, l’avanguardia reale nella lotta contro il capitalismo in tutti i suoi
effetti. Essere comunisti significa essere alla testa della lotta per il
salario e per una nuova scala mobile e contemporaneamente essere alla testa
della lotta dei giovani contro la precarietà, per i diritti degli immigrati, a
partire da quello di voto, per la chiusura dei Cpt. Vuol dire essere alla testa
del movimento contro la guerra, effetto classico del capitalismo; contro la
devastazione ambientale (vedi la Val di Susa); per l’affermazione dei diritti
delle donne e degli omosessuali schiacciati dall’invadenza del neointegralismo
cattolico; contro la corruzione dilagante in tutti gli ambiti della società e
contro la devastazione delle coscienze e della cultura prodotta dalla
mercificazione assoluta di tutti gli aspetti materiali e spirituali della vita.
Sapere intrecciare a quella di classe tutte queste contraddizioni, anche quelle
latenti e potenziali, con l’obiettivo di unificarle nella lotta contro il sistema,
è compito dei comunisti. Non tutti gli anticapitalisti sono comunisti, ma non
si può essere comunisti senza essere anticapitalisti. Altrimenti cosa significa
essere “partito comunista”? Essere “avanguardia” sia nell’analisi sia nella
lotta contro il capitalismo, in tutti i suoi aspetti, così come si manifestano
oggi: questo dà il senso dell’essere comunista, questo rinnova e rilancia
l’identità e la funzione di un partito comunista. Il quale esiste, è comunista,
al di là degli aspetti nominalistici e simbolici, se è l’avanguardia di fatto
in grado di dirigere realmente la lotta contro il sistema.
In questo sta la differenza oggi, non solo strategica e di prospettiva, ma
anche politica ed organizzativa, con le forze riformiste, socialiste e
socialdemocratiche.
- Ritieni che la struttura organizzativa di Rifondazione sia all’altezza di
questi compiti necessari per fronteggiare il capitalismo in tutti i suoi
aspetti?
Noi abbiamo da un lato un gruppo dirigente ormai fondamentalmente
istituzionalizzato e dall’altro strutture organizzative, i circoli
territoriali, spesso emarginate dai conflitti sociali in atto o in potenza.
È necessario ripensare radicalmente tanto i gruppi dirigenti quando
l’organizzazione di base. Ti chiedo: nella campagna per la scala mobile hanno
avuto un qualche ruolo i circoli territoriali? Per non parlare delle vertenze
contro la precarietà, del movimento contro la guerra, della lotta degli
immigrati. I circoli territoriali possono ancora avere un ruolo, come punto di
incontro nei piccoli comuni. Ma nelle realtà metropolitane, che sono il fulcro
trainante dei movimenti e del conflitto, è necessario pensare a ben altre
strutture organizzative se vogliamo rifondare nell’Italia di oggi un moderno
partito comunista, cioè il fulcro della lotta anticapitalistica in tutti i suoi
molteplici aspetti.