www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 29-07-06

Una nota del Coordinamento Rsu su DPEF ed azione sindacale

 

Del documento di programmazione economica e finanziaria (DPEF) presentato dal Governo Prodi tutto si può dire (visti i commenti entusiastici e positivi delle diverse forse della coalizione governativa) ma non che non sia un piano "lacrime e sangue" unicamente orientato dalle compatibilità imposte dall'europa.

 

In termini numerici si parla di un piano (vedremo poi la legge finanziaria) da 35 miliardi di euro unicamente orientato all'abbattimento del debito pubblico. Un obiettivo non da poco che può essere realizzato solo accumulando per diversi anni consistenti avanzi primari e che il DPEF indica come raggiungibile attraverso:

 

·                     L'abbattimento della spesa pubblica (con riduzione dell'attuale 6% sul PIL della spesa per la sanità, e del 5% sul PIL delle spese correnti).

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·                     L'innalzamento dell'età pensionabile (ma qualcuno già parla anche di riduzione dei rendimenti) per ottenere risparmi sulla previdenza pubblica (salario differito accantonato dai lavoratori nel corso della loro vita) per liberare risorse per finanziare l'assistenza (quella che dovrebbe invece essere sostenuta dalla fiscalità generale).

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·                     Il sostegno alla previdenza integrativa, necessaria per procedere allo smantellamento della previdenza pubblica

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·                     Un rallentamento delle dinamiche contrattuali per i lavoratori del pubblico impiego.

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Obiettivi generali (che dovranno essere definiti nella prossima finanziaria e nei decreti allegati) ma che già danno il senso delle scelte effettuate.

 

Di sicuro, nel DPEF presentato, c'è solo un numero, quello del 2% di inflazione programmata (quando si sà che l'inflazione già viaggia sul 2,4%) che sottintende l'imposizione di un lungo periodo di moderazione salariale.

 

Già così si capisce come i principali finanziatori dell'operazione di risanamento finanziario e di sostegno alle imprese, saranno ancora una volta i lavoratori ed i pensionati.

 

Si è fatta la scelta di non aumentare il prelievo fiscale sui redditi da capitale e sulle rendite, anche se tale scelta viene adulcorata con le solite proposizioni di battaglia all'evasione ed elusione fiscale e previdenziale, cosa questa che sarà bene verificare nelle prossime concrete determinazioni.

 

 

Su tutto questo pesa inoltre come un macigno la promessa fatta da Prodi agli industriali di riduzione del cuneo fiscale. Un salasso non indifferente per le casse pubbliche che dovranno subire una massiccia riduzione di entrate visto che l'obiettivo dichiarato e quello di abbassare nei prossimi anni il costo del lavoro dal 45,4% al 37%.

 

Chi finanzierà questa operazione, e chi subirà l'aumento dei costi nei servizi pubblici, sanitari e di assistenza, la loro riduzione qualitativa e quantitativa, conseguenza inevitabile dei minori introiti in tema di fiscalità, se non ancora una volta i lavoratori ed i pensionati ?

 

 

In sintesi c'è da prendere atto (come già altri hanno avuto modo di sottolineare) che le indicazioni presenti nel DPEF non si discostano dallo scenario di "moderazione concertata della contrattazione salariale" e di "compartecipazione" alla spesa sociale (tickets sanitari, addizionali regionali e comunali, allungamento dell'età pensionabile con riduzione del coefficiente di calcolo sulle pensioni) tipico del "liberismo temperato" in ogni modo preoccupato di risanare un debito causato più che altro dalle enormi spese sostenute per finanziare l'impresa e di finanziare quella "riduzione del cuneo" che piace tanto a Confindustria.

 

 

Così è che le tendenze del nuovo liberismo (così detto temperato) non si annunciano sostanzialmente diverse da quelle che abbiamo combattuto negli anni precedenti.

 

·                     Il salario diretto sarà sempre più ridotto ad un semplice assegno di sussistenza (sempre più impossibilitato anche solo a recuperare l'inflazione reale, della produttività e ricchezza prodotte non parliamo)

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·                     Il salario indiretto sarà sempre più autofinanziato (con l'aumento dei tikets e con l'aumento delle tasse comunali, regionali ecc)

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·                     il salario differito, con la riduzione della pensione pubblica e lo sviluppo di quella integrativa (privata o contrattuale poco o nulla cambia) sarà sempre più un investimento finanziario in fondi pensione tutt'altro che remunerativi e soggetto alle speculazioni di borsa.

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·                     Il lavoro (l'occupazione) sarà sempre più precario (invece di un lavoro grazie al quale potersi organizzare il proprio futuro, tanti lavoretti occasionali e temporanei in assenza di sicurezza) e subordinato alle leggi del supermarket per cui solo la merce giovane e fresca, che costa poco, sarà utilizzata fino a che le convenienze lo giustificheranno e comunque per il solo tempo utile all'impresa.

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I fautori della concertazione sono oggettivamente imbarazzati. Sanno benissimo che le scelte economiche e le tipologie di intervento proposti in questo DPEF portano con se un ulteriore e pesante attacco alla sfera dei diritti ed alle condizioni di vita di milioni di lavoratori. Già alle politiche di Berlusconi di nuovi interventi sull'allungamento dell'età pensionabile, e di ulteriori tagli alla spesa sociale avevano dovuto contrapporre un secco rifiuto. Oggi balbettano la loro soddisfazione di aver alzato di 0,2 punti l'inflazione programmata (sapendo già che anche con il 2% si decide una effettiva riduzione del salario), si dichiarano preoccupati ed attenti per i nuovi interventi sulle pensioni o per la riduzione della spesa sociale, plaudono alla decisione di riduzione del cuneo fiscale senza sapere con che cosa questo sarà finanziato.

 

Questa incertezza sindacale è preoccupante perchè denota l'assenza di coerenza rivendicativa rispetto alle parole d'ordine tenute in piedi fino a pochi mesi fa e perchè dimostra la scarsa autonomia della burocrazia sindacale dal quadro politico del "Governo amico".

 

Proprio questa situazione dimostra ulteriormente la crisi definitiva di ogni velleità concertativa. Se concertazione sarà, sarà per moderare le pretese dei lavoratori, per convincerli a nuovi e più pesanti sacrifici, e per dare a loro l'impressione di compartecipare alla salvezza di una ipotesi liberista che non sa rastrellare risorse se non dalle tasche dei lavoratori.

 

I sindacati sono oggi chiamati ad una verifica importante e definitiva. Rappresentare i lavoratori ed i loro bisogni (qualsiasi sia il governo) o farsi risucchiare nella falsa razionalità concertativa che di razionale ha solo che deve sostenere il Governo ed il rilancio dell'economia (che poi vuol dire sostegno dei profitti e delle rendite).

 

Diamo pure la colpa agli anni del Governo Berlusconi, quando parliamo di indebitamento pubblico, ma non dimentichiamoci che una grandissima responsabilità dello sfascio economico sta anche nella debolezza e nell'assenza di progetto da parte del Capitalismo nostrano che ha saputo fino ad ora fare soldi solo grazie al contenimento dei costi salariali ed occupazionali. Lo stesso capitalismo che anche oggi è a battere cassa al nuovo Governo.

 

A parte il sindacalismo di base e, in Cgil, la sola Rete 28 aprile, nessuno sta mettendo in campo analisi critiche e proposte diverse da quanto prospettato con questo DPEF. Lavoro e Società (dopo il karakiri congressuale) è ormai estinta (da qualche debole segno di vita solo quando si parla di posti e di apparati). La nuova maggioranza della Cgil è tutta impegnata a dimostrare la sua responsabilità (in cambio di un riconoscimento formale del metodo concertativo). Cisl e Uil balbettano più di tutti, passando da dichiarazioni di fuoco e moderatissime prese d'atto, quasi a voler rivendicare una rinnovata autonomia dal Governo, quasi a voler far dimenticare la loro opportunistica subordinazione al precedente Governo (Patto per l'Italia e altre facezie come gli accordi separati).

 

Ancora una volta manca una piattaforma. Manca la volontà di andare dai lavoratori per ascoltarli ed insieme a loro decidere le risposte da dare e le richieste da avanzare.

 

E questa è la questione urgente che abbiamo di fronte, tornare a far contare i lavoratori.

 

27 luglio 2006   Da  Coordinamento RSU