www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 28-11-06

Da Rete 28 Aprile
 
Sintesi dell’intervento di Giorgio Cremaschi al Direttivo della Cgil del 22 novembre 2006
Roma, 22 novembre 2006
 
Esprimo il mio netto disaccordo con la relazione di Epifani. E questa volta non si tratta solo di riconfermare i diversi giudizi sulla finanziaria o sull’accordo sui call-center o su quello sul Tfr. Mi pare che oggi la questione principale non stia in questo ma nel metodo e nella questione sollevata sui limiti del dissenso. E’ su questo che c’è oggi il mio più netto disaccordo e anche la preoccupazione per quello che io considero un vero e proprio errore politico contenuto nella relazione di Epifani.
 
Voglio subito chiarire che per me il dissenso è il dissenso pubblico, considero per fortuna alle nostre spalle una storia che distingueva tra dissensi interni e dissensi esterni. Anzi, io credo che il vero dissenso utile è quello che si esprime verso l’esterno e che può così essere conosciuto e valutato. Se qualcuno pensa che questa sia violazione dello Statuto, agisca, io a una discussione sui limiti del dissenso e su chi ha il diritto di decidere quali sono i limiti non sono minimamente disponibile.
 
Il nodo però è un altro. L’errore è trasferire in una discussione sui comportamenti interni all’organizzazione quello che è un problema politico grande come una casa: le difficoltà enormi che abbiamo nel rapporto con i lavoratori e nella costruzione di un’iniziativa adeguata alla situazione. E’ inutile nasconderci dietro le difficoltà di comunicazione, per cui non siamo capaci di spiegare. Se tantissime lavoratrici e lavoratori pensano che non stiamo facendo quello che sarebbe necessario fare e che non ci sono quei cambiamenti sociali per i quali si erano battuti, non possiamo solo dire che non hanno capito. Mi colpisce che nel sondaggio elettorale commissionato da La7, quasi la metà degli elettori di centrosinistra diano un giudizio negativo sull’operato del Governo sul lavoro. Vuol dire allora che il problema esiste e che andrebbe affrontato con un’iniziativa ben più forte e diversa da quella che abbiamo sviluppato sino ad ora. 

Per questo io considero positiva e di grande valore la manifestazione del 4 novembre e sono stupito che in Cgil ci si soffermi soprattutto su questioni, slogan, dichiarazioni, che non abbiamo condiviso, ma che sono marginali rispetto al valore della manifestazione. Ce ne vorrebbero anzi molte altre per fermare l’offensiva moderata della Confindustria e dei poteri forti che vogliono condizionare da destra la politica del governo. La verità è che temo che la realtà sia esattamente il contrario di come viene presentata dalla grande stampa. Non è vero che siamo noi a dare la nostra impronta alle scelte del governo, quando piuttosto sono le debolezze e le contraddizioni del governo a costringerci a un’iniziativa debole e di rimessa, che ci viene rimproverata profondamente dai lavoratori. Considero inoltre sbagliato fare un fascio comune di scelte sbagliate di Cobas o altri movimenti. Soprattutto non possiamo nemmeno indirettamente lasciare incombere la tematica della violenza e del terrorismo su tutto questo. Anche perché anche noi abbiamo dovuto fronteggiare questi modi di affrontare le questioni quando siamo scesi in piazza nel marzo del 2002. Io sono per un linguaggio che elimini la logica amico-nemico, anche all’interno della nostra organizzazione, ma intendo applicarlo a tutti, a Damiano, a Maroni, a Sacconi. A me pare fuorviante questo modo di discutere perché bisogna andare alla questione vera: cosa facciamo di fronte alle difficoltà attuali. L'opinione diffusa sulla finanziaria non è quella che qui abbiamo deciso. Sul Tfr abbiamo un accordo che cambia la funzione di un istituto strategico per i lavoratori. Giusta o sbagliata che sia questa scelta, che io non condivido, non abbiamo avuto il coraggio di sottoporla al voto dei lavoratori. Siamo convinti che questa è la scelta migliore per essi, però non chiediamo loro se anch’essi la pensano così.
 
Come affrontiamo la futura trattativa sulle pensioni, il confronto su precarietà, flessibilità e contratti, senza una forte base di consenso, costruita con indipendenza nelle scelte e partecipazione dei lavoratori nelle decisioni? Qui c’è il problema di fondo. La questione centrale è quindi questa: se affrontiamo questa fase di crisi e difficoltà della Cgil con un giro di vite della democrazia interna o se invece ci apriamo al confronto e alla partecipazione dei lavoratori, che è sempre scomodo perché può portarci a cambiare posizioni che avevamo creduto perfette e immodificabili. E’ un passaggio che altre volte ha vissuto la Cgil nella sua storia, e che altre volte ha prodotto aspre discussioni. Siamo di nuovo a uno di quei passaggi, in cui la Cgil può chiudersi in se stessa, oppure può fare delle difficoltà uno strumento per estendere la democrazia e la partecipazione. A me interessa solo la seconda ipotesi.