Da: Radio Città Aperta
"Adesso ci facciamo sentire anche noi ". Alcune valutazioni sui fischi a Mirafiori
Intervista con Giorgio Cremaschi (Fiom) e Piergiorgio Tiboni ( CUB )
Giorgio Cremaschi: beh, è così. Siamo di fronte al fatto che i lavoratori cominciano di nuovo a farsi sentire. A me sembra solo un fatto positivo. Siamo di fronte al fatto che in tutti questi mesi si sommano due questioni: da un lato, è evidente, e lo ha detto anche il Ministro Paolo Ferrero, si fischiava anche il governo, si fischiava cioè una Finanziaria che ha deluso sicuramente il mondo del lavoro. Ma non c’è dubbio che si criticava molto il sindacato confederale per questa situazione, perché non si fa tutto quello che dovrebbe essere fatto. C’è una situazione di lavoro che peggiora, i salari sono stagnanti, e in questa situazione invece che esserci nel paese un clima di dibattito politico con al centro il modo di far star meglio i lavoratori, riparte la discussione sui sacrifici; anche oggi Padoa Schioppa ha lanciato ben 6 riforme sul terreno delle privatizzazioni, della fiscalità, ma anche sul terreno delle condizioni di lavoro e delle pensioni, insomma si ripropone un modello logoro, quello del liberismo più o meno corretto, quando i lavoratori chiedevano un’inversione di tendenza, quindi mi pare giusto che i lavoratori poi si rivolgano al sindacato e gli dicano “cosa stai facendo?”.
Piergiorgio Tiboni: credo che i lavoratori, agli osservatori attenti, abbiano già manifestato non fischiando ma scioperando il 17 novembre, parliamo di qualche milione di lavoratori, contro la Finanziaria, e manifestando in numerose città di questo paese. La novità è rappresentata da Mirafiori, perché lì non è che i tre segretari generali sono andati per farsi fischiare, sono andati perché pensavano, conoscendo Mirafiori, di avere in qualche modo un via libera rispetto al consenso che avevano dato alla Finanziaria. Quindi la novità è data dal fatto che perfino i lavoratori di Mirafiori ritengono che il comportamento seguito da CGIL, CISL, UIL, i contenuti della Finanziaria, le misure concordate sulle pensioni, cioè il taglio delle pensioni e l’allungamento dell’età lavorativa, rappresentino una misura ormai colma. Questa cosa fa notizia, ripeto, perché probabilmente era stato costruito come un percorso per veicolare invece la Finanziaria fino alla trattativa che deve partire a gennaio. Poi ci sono 1 milione di lavoratori che non hanno le televisioni, che sono lavoratori delle medie e delle piccole aziende che manifestano in modo meno appariscente la loro forte contrarietà alle misure e ai comportamenti di CGIL, CISL e UIL, perché ormai nutrono più che dubbi sul ruolo e la natura di queste organizzazioni.
Si, però su un punto sono d’accordo con Tiboni: Mirafiori ha dato voce perché c’erano televisioni, giornali, e un sentimento diffuso che c’è da tempo e che purtroppo non veniva reso esplicito. Vorrei aggiungere che Mirafiori però ha dato un segnale positivo; in questi giorni sto girando un po’ e ho visto che così è stato preso perché i lavoratori hanno segnalato di volere farsi sentire, vedere e ascoltare. Ho visto che è stato preso benissimo nelle fabbriche questo atteggiamento, anzi ho sentito dire in molti luoghi di lavoro “adesso ci facciamo sentire anche noi”. E’ chiaro, siamo di fronte al fatto che la politica sta andando complessivamente in una direzione completamente diversa da quella che i lavoratori ritengono necessaria, e mi sembra anche giusto dopo tanti anni in cui oscilliamo tra politiche di attacco frontale ai diritti come quelle che ha fatto Berlusconi per 5 anni, e politiche che non sono di attacco frontale, sono di erosione dei diritti, quindi con qualche compensazione qua e là, però che non mettono in discussione l’impianto di fondo della politica liberista, cioè quella che dice che per avere lo sviluppo bisogna tenere bassi i salari, bisogna aumentare la flessibilità del lavoro, bisogna ridurre il peso dello stato sociale. Dopo tanti anni in cui si oscilla tra quello che si chiama il “liberismo hard” di Berlusconi, e il liberismo più socialmente temperato dei governi di centro-sinistra, mi pare che dai lavoratori venga la domanda di un’altra politica, questa ancora non c’è e quindi ci si arrabbia, si dice al sindacato, ripeto, “devi fare di più, devi fare diversamente, quindi devi mettere in campo l’iniziativa, non devi farti condizionare da quella che abbiamo chiamato “la sindrome del governo amico”, cioè dal fatto che, essendo al governo il centro-sinistra hai un atteggiamento un po’ diverso rispetto a come lo avresti se ci fosse al governo la destra.
Giorgio Cremaschi, le divergenze tra FIOM e CGIL sono sempre più numerose; il richiamo all’unità sindacale non rischia di essere un impedimento ad una conflittualità che dovrebbe dar voce ai lavoratori?
Beh, si, se è un’unità di vertice, si. La questione dell’unità è sempre contraddittoria perché da un lato i lavoratori ovviamente sanno perfettamente che più le posizioni sindacali, di tutti i sindacati, sono unite e più queste pesano, e la divisione fa sempre paura ai lavoratori; dall’altro lato però noi oggi abbiamo un modello di unità sindacale che non è fondato sulla democrazia, sulla partecipazione dei lavoratori, è fondato spesso su accordi di vertice, e quindi questo provoca scontento. Voglio sottolineare che una delle rivendicazioni fondamentali che sono venute dalle assemblee di Mirafiori si riferiva proprio alla volontà di poter decidere sulle scelte che fa il sindacato. Ci conosciamo da tanti anni con Tiboni, quindi sappiamo anche le nostre diversità; io do un giudizio parzialmente differente da quello che dà Tiboni sulla situazione sindacale, non perché non la critichi a sufficienza, chi mi conosce sa che la critico abbastanza, ma perché penso che nei lavoratori ancora l’idea e la speranza che si possa ricostruire una partecipazione sindacale, anche rispetto al sindacato confederale, non è morta. Altrimenti le assemblee direbbero altre cose, sono dure e pesanti ma dicono ancora “cambiate”. Io penso anche che d’altra parte se vogliamo davvero cambiare le cose in Italia, fronteggiare una politica che non riesce a schiodarsi dal liberismo, adesso anch’io non faccio sottigliezze, non riesce a schiodarsi dall’impianto liberista, noi abbiamo bisogno di rimettere in moto un po’ tutto. Io sono stato anche molto criticato dentro la mia organizzazione perché ho espresso solidarietà allo sciopero dei sindacati di base del 17 novembre, ma l’ho fatto con convinzione perché penso che il movimento deve crescere e c’è bisogno un po’ di tutte le forze, c’è bisogno che cambi la situazione, c’è bisogno che cresca la mobilitazione dei lavoratori, c’è bisogno del sindacalismo di base ma c’è bisogno anche il più possibile che si sposti il sindacalismo extra-confederale perché con le forze isolate è tutto più difficile. Detto questo, si, tra FIOM e CGIL c’è una discussione in piedi ed è una discussione che nasce da lontano ma si è concretizzata in particolare attorno alla manifestazione del 4 novembre; la maggioranza della FIOM, non tutta, perché come si sa c’è anche una parte di FIOM che condivide totalmente le posizioni della CGIL, ma la maggioranza che oggi guida la FIOM ha una posizione critica verso l’andamento del sindacato confederale, e tenta anche con qualche difficoltà di fare delle altre cose, a volte ci riesce a volte no. Ma non rinuncia all’idea di poter cambiare questa situazione, anche dentro il sindacato.
Se le riforme del governo Prodi dovessero andare in senso sempre più liberista, cosa succederà nelle fabbriche? I fischi degli operai si moltiplicheranno?
Piergiorgio Tiboni: io non credo che siamo di fronte a una stagione immediatamente esplosiva. Penso che si giocherà una partita assolutamente importante nei prossimi mesi sulla questione dello scippo del Tfr a favore dei fondi pensione, sulla questione dell’intervento sui trattamenti pensionistici; credo che crescerà il numero dei lavoratori che prenderanno atto che devono organizzarsi dal basso per tutelare i propri interessi, però non siamo di fronte a una spallata, la situazione, credo, si sta evolvendo in modo positivo ma i tempi di maturazione a livello di massa dei lavoratori non sono sempre coincidenti con i tempi politici delle questioni. Quello che è sicuro è che questa vicenda della Finanziaria contribuisce, attraverso le posizioni che stanno esprimendo i lavoratori, ad accelerare un processo di costruzione di un forte sindacato alternativo e di un’iniziativa di lotta. Devo dire che le iniziative di lotta vanno bene, ma senza un’organizzazione che dia un respiro politico si rischia di non andare molto lontano. Dopodichè io rispetto il lavoro che fa Giorgio Cremaschi dentro la FIOM e la battaglia coraggiosa che conduce, ma rimane anche una diversa valutazione, nel senso che personalmente, ma come CUB in generale, riteniamo che non esiste più nessuna possibilità di far giocare alle tre organizzazioni confederali un ruolo che sia fondato sull’effettiva democrazia sindacale, ma anche sull’effettiva modifica dell’impostazione sindacale in cui si parli dei problemi dei ceti popolari e non delle compatibilità generali del sistema, e anche che superi effettivamente questa “sindrome del governo amico” perché sulla Finanziaria non è che CGIL CISL UIL non hanno avuto niente, hanno sacrificato gli interessi dei ceti popolari ma in cambio possono mettere le mani sulle liquidazioni e dare spazio a una Finanziaria con altri elementi che snatureranno definitivamente il ruolo e la funzione di queste organizzazioni. Noi continueremo con il nostro percorso di lotta, faremo altre iniziative e se sarà possibile incontrarci nel merito non ci sarà nessun problema, vedo però con difficoltà, stante la discussione e tutto quello che è successo sulle dichiarazioni di Giorgio Cremaschi, la possibilità che la FIOM possa concretamente assumere un terreno di lotta per contrastare le scelte delle centrali confederali.
Giorgio Cremaschi: con Tiboni ci conosciamo da più di trent’anni, è chiaro che c’è un rispetto reciproco, ed chiaro che c’è una differenza tra di noi; se io la pensassi come lui sarei nella CUB, se lui la pensasse come me sarebbe nella CGIL. Né l’uno né l’altro la pensa su queste cose allo stesso modo, però credo che possiamo, detto questo, fare percorsi comuni, alcuni ne abbiamo già fatti e credo che altri ne possiamo fare perché abbiamo tutti un obiettivo. Sono reali le difficoltà di cui parlava Piergiorgio, che è un sindacalista coi piedi per terra, quindi valuta sempre i rapporti di forza che ci sono, perché poi mentre noi parliamo vanno avanti processi di ristrutturazione. È’ chiaro che l’offensiva contro la condizione concreta dei lavoratori per indebolirli va avanti, quindi, davvero non siamo negli anni ’70 per costruire rapidamente un movimento, e anche le rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro, le RSU, non sono uguali ai vecchi consigli di fabbrica: in alcuni casi sono in grado di costruire un protagonismo, in altri no. Quindi le difficoltà ci sono tutte. Tuttavia penso che abbiamo un obiettivo, che dobbiamo lavorare tutti per impedire che da qui ad aprile ci sia un nuovo accordo di concertazione su questi contenuti, e credo che qualche possibilità di mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio ce lo abbiamo. Ad esempio penso che la sensibilità dei lavoratori sulle pensioni è altissima, e penso che sulle pensioni, se ci fossero forzature, i lavoratori potrebbero scendere in campo, anche se non ci fosse una precisa indicazione del sindacalismo confederale. Su altri temi, certo, è più difficile metterlo in moto, penso alle questioni dei contratti, che sono peraltro altrettanto rischiose, la flessibilità degli orari, ma ho l’impressione che noi possiamo pesare su quello che succederà nei prossimi mesi e dobbiamo provare a farlo, ognuno dalle sue differenti collocazioni, perché è chiaro che se noi riusciamo a impedire che ci sia un nuovo 23 luglio, per essere chiari, un nuovo accordo di concertazione da qui all’estate dell’anno prossimo, beh, a quel punto si apre una prospettiva più favorevole per tutto il mondo del lavoro nella quale poi ognuno può costruire le sue iniziative