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da: Il manifesto

Lettera a Prodi: nel Sud gli stessi disagi di Mirafiori

13 Febbraio 2007
 
Dopo 26 anni i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sono tornati a Mirafiori e hanno potuto constatare la critica profonda e il disagio che sale dalla classe operaia, sia verso il governo Prodi che verso le Confederazioni sindacali. La lontananza per 26 anni, da un cuore operaio come Mirafiori, è in sé la metafora della pericolosa distanza che si è determinata tra sindacato, lavoratori e lavoratrici. Non solo per gli interessi del movimento operaio complessivo, ma per la salvaguardia della stessa democrazia, occorre che tale distanza sia colmata. Questo nostro appello, dopo quello degli operai di Mirafiori, vuole rimettere al centro le gravi questioni del lavoro e responsabilizzare il governo Prodi e le Confederazioni sindacali.
 
Il grande capitale italiano ha registrato negli ultimi quindici anni il più alto picco di profitti dell’intera storia della Repubblica. Assieme a ciò abbiamo assistito ad una sorta di “legalizzazione” dell’evasione e dell’elusione fiscale – su vastissima scala - da parte dei poteri economici forti, oltrechè ad un ingente spostamento dei profitti nei vari “paradisi fiscali” internazionali, fenomeno particolarmente degenerante poiché impedisce quegli investimenti necessari, specie nel nostro disgraziato sud d’Italia, alla messa in campo di nuove imprese e alla produzione di nuovi posti di lavoro.
 
Nell’ultimo quindicennio, a fronte dei grandi guadagni dei padroni, abbiamo assistito ad una erosione continua del valore reale dei salari, degli stipendi e delle pensioni, erosione conseguente sia alle nuove contraddizioni intercapitalistiche tendenti ad abbattere il costo delle merci attraverso l’abbattimento dei salari e dei diritti dei lavoratori, e la cancellazione della “scala mobile” che attraverso l’arrivo dell’euro e delle “nuove leggi economiche” iperliberiste dettate dal Trattato di Maastricht.
 
Si sono formate nel nostro Paese vastissime aree di miseria sociale; circa dieci milioni di persone sono state stabilmente collocate dalle politiche liberiste nell’oscuro spazio sociale della povertà; il salario medio del cosiddetto lavoro “garantito” è di circa 900 euro al mese ( 1.100 circa al nord e 800 circa al sud); il lavoro precario rappresenta ormai il 30% dell’intera area del lavoro e la media salariale nazionale del precariato è di circa 400 euro mensili ( tra i 500 e i 600 euro al nord e tra i 250/300 al sud). E’ ormai notorio che una famiglia di stipendiati o salariati non giunge alla “terza settimana” come è ormai conosciuto il fatto che le famiglie italiane sono le più indebitate d’Europa, per l’esigenza che hanno di “tirare avanti” attraverso mutui e prestiti bancari pesantissimi.
 
Oltre ciò, in questi anni ( in virtù della “nuova legge” generale applicata in tutti gli ambiti del lavoro - da una fabbrica ad un ufficio postale; da una scuola ad una corsia di ospedale- e volta ad ottenere il massimo sfruttamento dei dipendenti pubblici e privati ) sono gravemente peggiorate le condizioni dei lavoratori in ogni luogo della produzione, sia di servizi che di merci.
 
Il governo Berlusconi aveva portato un ulteriore attacco alle condizioni operaie e il governo Prodi aveva suscitato, anche tra noi lavoratori, nuove speranze. Diciamo con chiarezza, però, che purtroppo questa prima fase del governo Prodi, che non avrebbe vinto senza il sostegno del movimento operaio, del popolo della pace e del popolo di sinistra, sta deludendo profondamente le attese.
 
Ci aspettavamo, e ne abbiamo assoluta necessità, una vera politica di redistribuzione del reddito, con uno spostamento significativo di ricchezza dagli elevati profitti del capitale ai miserevoli salari operai; pensavamo alla possibilità di riaprire positivamente – con un governo di alternativa- la questione della scala mobile; ci aspettavamo un rilancio ed un rafforzamento dello Stato sociale; una politica popolare per la casa e l’abolizione dell’ICI sulla prima casa; ci aspettavamo una stagione nuova per i diritti dei lavoratori ; una politica volta a far uscire dalla miseria milioni di pensionati; un progetto di tassazione sulle grandi fortune; ci aspettavamo una politica di pace e l’abbattimento delle spese militari a favore del welfare.
 
Ciò che invece abbiamo visto è stato il riemergere della vecchia politica diretta al “contenimento salariale generalizzato”; il nuovo attacco allo Stato sociale e agli Enti locali;  la vecchia politica della “priorità del risanamento del bilancio “ e dell’osservanza cieca e per molti versi subordinata al Patto di Stabilità e ai vincoli di Maastricht; la rimessa in discussione delle pensioni e l’attacco al TFR; l’inviolabilità del grande capitale e l’”impossibilità” di una politica fiscale che tocchi anche le rendite e i potentati economici; una politica internazionale subordinata agli Usa e alla NATO , un processo di militarizzazione imponente del nostro Paese ed una spesa militare cresciuta del 15% rispetto al governo Berlusconi.
 
 La “fase uno” del governo Prodi ci ha profondamente deluso. Ora chiediamo una “fase due” di giustizia sociale e diritti; non vogliamo sentire parlare di patto di produttività ed innalzamento dell’età pensionabile, di ulteriori privatizzazioni, di altri sacrifici, volendo invece recuperare quanto già ampiamente dato nell’ultimo quindicennio.
 
Le Confederazioni sindacali, peraltro, non possono più imbrigliarsi nella rete del “governo amico”: in questi mesi esse hanno dato parere favorevole alla Finanziaria; firmato l’accordo sui call-center, il memorandum sulle pensioni, l’accordo sul TFR, mai ponendosi il problema di che cosa pensassero i lavoratori, mai consultandoli e men che mai mettendo al voto tra la base le scelte delle segreterie generali. Anche da questo punto di vista mai come ora è necessaria la legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro, un nuovo protagonismo operaio.
 
La disaffezione verso il governo Prodi, le Confederazioni sindacali, le forze della sinistra si va allargando tra le file dei lavoratori: se si ha a cuore la democrazia in questo Paese, se si vuole davvero e strategicamente battere le destre, occorre che il governo cambi linea, lanci una politica per gli interessi popolari e per la pace, iniziando ad uscire dall’Afghanistan e a negare l’allargamento della base Nato a Vicenza. E occorre che le Confederazioni sindacali assumano un impegno preciso: nessun negoziato deve essere più avviato, nessun impegno deve essere più sottoscritto, nessun accordo firmato, nessun contratto siglato, senza il mandato dei lavoratori.
 
Fosco Giannini, Senatore Prc eletto in Calabria
Giovanni Patania, Rsu Delegato sicurezza Italcementi -Vibo Marina
Giacomo Nicola Borrello, Rsu Italcementi -Vibo Marina
Adriano Figliucci, Rsu Italcementi - Vibo Marina
Francesco Comerci, Rsu Carnet – Vibo Marina
Francesco Mantino, Rsu Proserpina – Vibo Valentia
Michele Corona, Rsu Proserpina – Vibo Valentia
Luigi Marchese, Rsu Proserpina – Vibo Valentia
Seguono firme di 100 operai.