www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 22-03-07

Proponiamo un interessante contributo dei compagni e delle compagne del settore credito della Federazione di Torino del PRC, in merito all'operazione che ha dato vita al colosso bancario "Intesa San Paolo"
 
Conferenza di organizzazione della federazione di Torino
17-18 Marzo 2007
 
Contributo tematico
 
Non è stato difficile scegliere l’argomento sul quale incentrare il contributo delle compagne e dei compagni del settore credito ed assicurazioni ai momenti di riflessione proposti dalla Commissione Lavoro in occasione della Conferenza di Organizzazione della Federazione torinese del PRC.
 
La fusione per incorporazione del Sanpaolo in Banca Intesa è, infatti, un evento d’importanza assoluta che non solo rivoluziona il panorama del settore bancario a livello locale e nazionale ma rappresenta un passaggio di fase fondamentale nel riassetto del sistema capitalistico italiano e dei suoi equilibri di potere.
 
Sulle strategie che hanno motivato l’operazione, sulla sua matrice politica, sulle sue principali criticità crediamo sia utile riproporre (vedi allegato) il documento predisposto dall’Ufficio Credito del Partito già a fine agosto (pochi giorni dopo l’annuncio della fusione).
 
Naturalmente, si tratta di un testo per tanti aspetti superato dagli eventi: la superbanca nel frattempo è nata; sono stati delineati gli equilibri proprietari e manageriali; è stato “liquidato” il Credit Agricole con la cessione di circa 700 sportelli; è intervenuto l’Antitrust che ha imposto la vendita di ulteriori 200 sportelli e pesanti limiti operativi nei comparti del risparmio gestito e delle assicurazioni, sono stati siglati i primi accordi sindacali e così via… E, tuttavia, crediamo che quel documento mantenga appieno la sua validità, proprio perché, scritto in un momento nel quale si sperticavano le lodi sulla fusione, ha saputo interpretarne adeguatamente il contesto di riferimento ed indicarne quei rischi e quelle ricadute negative (per lavoratori, clientela e territori) che oggi risultano assai più evidenti. Naturalmente, gli aggiornamenti sono indispensabili e, vista l’occasione per la quale viene predisposto questo testo, concentreremo l’attenzione sugli aspetti di maggior impatto per il territorio torinese e per i lavoratori.
 
1)    Gli assetti di controllo della superbanca sono ancora in corso di definizione, anche se il quadro complessivo (di partenza, per lo meno) appare sempre più delineato. Di certo vi è la marginalizzazione e la fuoriuscita dalla stanza dei bottoni dei precedenti soci forti esteri (Credit Agricole e Santander) e la creazione di un “nocciolo duro” di comando attorno alle quattro Fondazioni ex-bancarie che detengono complessivamente circa il 21% del capitale (Compagnia di Sanpaolo, Cariplo, Cariparo, Carisbo) anche se solo parzialmente conferito al patto di sindacato. Altre Fondazioni (da quelle friulane a Cariforlì e Carifirenze) potrebbero presto essere coinvolte e questo scenario (sia detto per inciso) non può che riaprire prepotentemente la discussione attorno alla natura ed alla funzione delle fondazioni ex-bancarie.
 
La partita (decisiva) è molto complessa e non è per niente scontato che la Compagnia di San Paolo riesca a svolgere, nel tempo soprattutto, quel ruolo centrale e riequilibratore (rispetto allo strapotere del management ex-Intesa ed in particolare del duo Bazoli-Passera) che il ruolo di primo singolo azionista con quasi l’8% sembrava assegnarle. Significativo dei dubbi e dei contrasti esistenti è il catvo dei dubbi e dei contrasti esistenti il voto contrarioio Bazoli-ore rispoetto nia di sanpaolo, cariplo,. cavano le lvoto contrario espresso da Bruno Manghi (uno dei rappresentanti del Comune di Torino) nel Comitato Esecutivo della Compagnia dello scorso 2 febbraio, proprio in relazione ai primi passi del costituendo “blocco” delle Fondazioni.
 
Fondamentale, sarà la scelta “sul se” e “su quali” soci privati saranno coinvolti nel patto di controllo. E, a questo proposito, tra gli elementi più preoccupanti dello scenario vanno segnalate le scorrerie del finanziere franco-polacco Romain Zaleski (ormai primo azionista privato con quasi il 5%), un personaggio dal profilo incerto (….) ma da sempre vicino a Bazoli ed il cui ruolo potrebbe essere decisivo nell’alterare definitivamente gli equilibri di potere nella superbanca in favore della finanza cattolica sull’asse Milano-Brescia.
 
Infine, Generali, le cui ambizioni sono state al momento congelate dalle decisioni dell’Antitrust e le cui prossime mosse (legate al futuro di Eurizon, il polo assicurativo e di risparmio gestito ex-Sanpaolo) condizioneranno non poco l’evolversi della situazione nei prossimi mesi.
 
2)    Per quanto riguarda la gestione strategica ed operativa della banca, la propagandata “fusione alla pari” non è semplicemente mai esistita. Il comando è saldamente nelle mani dell’AD Corrado Passera e del suo ristretto gruppo di fedeli e strapagati top manager, molti dei quali erano già con lui prima in Poste (e/o in Mc Kinsey) e poi al momento della nascita di Banca Intesa.
 
Il progressivo sgretolamento del management Sanpaolo è sembrato all’inizio inarrestabile. Già a novembre l’AD Iozzo (a parole uno dei principali sostenitori dell’operazione) è inopinatamente fuggito, pilotato dai DS (fassiniani) alla presidenza della Cassa Depositi e Prestiti, lasciando allo sbando la propria cordata di comando. Non pochi dirigenti di medio-alto livello se ne sono poi andati o hanno visto pesantemente ridimensionato il loro ruolo e, in gennaio, ha annunciato la propria uscita dal Gruppo persino l’ex-potente capo del personale Sanpaolo.
 
Per tutta una fase si sono susseguite voci di ulteriori dimissioni che hanno coinvolto, prima o poi, tutti i vertici della Banca di matrice Sanpaolo. E’ sembrato di rivivere (era il primo governo Prodi….) la storia dell’incorporazione in Banca Intesa di Comit (la storica Banca Commerciale Italiana) che in pochi mesi venne letteralmente annientata nella sua identità aziendale.
 
La situazione è oggi più stazionaria e, in taluni settori, non mancano alcuni segnali di controtendenza alimentati, ad esempio, dalle scelte sul sistema informatico della rete sportelli che sarà quello del Sanpaolo.
 
3)    Sul fronte sindacale. Un primo importante accordo è stato siglato, già in dicembre, per l’attivazione del “fondo esuberi” di settore (max cinque anni dalla "finestra”) su base volontaria e con incentivazioni (modeste) all’esodo. Sono coinvolti a livello di gruppo circa 6.700 lavoratori (di cui circa 8-900 in provincia di Torino). Ricordiamo che la superbanca conta in Italia su oltre 100mila dipendenti.
 
L’intesa prevede anche assunzioni (con contratto di apprendistato professionalizzante della durata di 4 anni) nel rapporto di una ogni due prepensionamenti di personale impiegato nella rete sportelli con mansioni commerciali (potrebbe trattarsi di circa 800-1.000 assunzioni) e con una corsia preferenziale per i figli degli “esodati” che peraltro, nel caso, dovrebbero rinunciare all’incentivo (scandaloso!).
 
L’accordo (accettabile per gli standard di settore) ha però un gravissimo limite: è stato infatti concesso all’azienda prima della definizione del Piano Industriale (che sarà reso noto solo ad aprile) lasciando così alla controparte enormi margini di flessibilità nel fissare, in quella sede, un numero di esuberi ancora più elevato. Naturalmente se per giugno (data limite dell’accordo) il numero di lavoratori che avrà accettato di andarsene volontariamente (attualmente circa 2.500) sarà inferiore alle attese (pari al numero di aventi diritto) è probabile che l’azienda cercherà di imporre una fuoriuscita obbligatoria in linea con quanto avvenuto in Banca Intesa negli anni passati.
 
Ai primi di gennaio è stata avviata la difficilissima trattativa di fusione che coinvolge unitariamente le 9 sigle sindacali firmatarie di contratto (dalla Fisac-Cgil all'Ugl) e che procede per ora molto a rilento; sono stati per ora siglati un accordo di percorso ed un protocollo sulle relazioni sindacali di Gruppo.
 
Preliminarmente, tuttavia, il Contratto Integrativo Sanpaolo (che prevede condizioni normative e salariali decisamente superiori a quelle mediamente vigenti in Banca Intesa) è stato prorogato sino a fine 2007. A questo proposito occorre ricordare che in Banca Intesa non è mai stato stipulato un Integrativo e che, oltre al CCNL, vigono per i lavoratori una pluralità di normative derivanti dalle banche preesistenti.
 
Le Relazioni Sindacali ed il Personale sono tra i settori della superbanca ormai totalmente in mano al management ex-Intesa e, in particolare, a Francesco Micheli, l’uomo-forte di Passera.
 
Così, pur in regime di prorogatio del CIA Sanpaolo, non sono mancati i primi attacchi agli “usi e consuetudini” vigenti nella banca acquisita. Segnaliamo per la loro importanza la sospensione del contributo aziendale al Circolo Ricreativo (una vera e propria istituzione) peraltro poi parzialmente rientrata e la mancata proroga (in attesa di nuove elezioni) all’attività degli RLS del Sanpaolo, il cui mandato è scaduto il 31/12; il vero problema è che in Banca Intesa gli RLS non sono mai stati eletti…
 
Infine, tra gli aspetti più negativi di questi primi mesi post-fusione, va sicuramente annoverato il repentino smantellamento del sistema di assunzioni vigente al Sanpaolo, in parte eredità del vecchio istituto di diritto pubblico, che era interno all'azienda e prevedeva procedure selettive con buone garanzie di oggettività e presenza sindacale di controllo. Da gennaio, in linea con quanto già avveniva in Banca Intesa, le selezioni sono invece affidate ad una società specializzata esterna.
 
Il livello di attenzione e le preoccupazioni delle lavoratrici e dei lavoratori sono ovviamente molto forti e Torino, naturalmente, ne è l'epicentro.
 
L'assemblea generale convocata dalle organizzazioni sindacali per il pomeriggio del 26 febbraio al Teatro Colosseo ha visto la partecipazione di circa 3.000 bancari (1.600 dentro e quasi altrettanti fuori) e la chiusura di pressoché tutti gli sportelli. Significativo l'impatto sui mass media (locali e nazionali) per quella che è stata una delle più importanti manifestazioni mai organizzata dalla categoria.
 
Sul piano dei contenuti, molte le critiche alla linea delle 9 sigle trattanti, giudicata troppo attendista, e tra queste in prima fila quelle del Sallca-Cub, il sindacato di base nel quale militano la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori torinesi di Intesa Sanpaolo iscritte/i al PRC.
 
Lo scenario descritto rappresenta la cornice nella quale è più facile comprendere le ricadute per la città e per i lavoratori (non solo della banca). Anche in questo caso ci limitiamo ad alcuni flash.
 
·       Nonostante le dichiarazioni tranquillizzanti (e talvolta un po’ stupide) di Chiamparino (che fa il suo mestiere e si accontenta di avere in casa la sede sociale della cassaforte del nuovo Partito Democratico, con relative tasse di soggiorno e promesse di finanziamenti per le grandi opere) è evidente che Torino “ha perso un altro pezzo” ed un pezzo davvero importante. Tramonta, in particolare, l’idea ed il progetto di una centralità finanziaria subalpina che, lo diciamo per inciso, aveva subito non molti mesi fa un altro colpo con l’acquisizione di Toro Assicurazioni da parte di Generali.
 
·       Tornando alla superbanca, è del tutto evidente che la sede “reale” è Milano. Lì sono ubicate già oggi molte delle principali Direzioni centrali e lì tendono inesorabilmente a gravitare anche quelle che transitoriamente (e con flebili garanzie statutarie) sono state assegnate a Torino.
 
Nel breve periodo, ciò imporrà soprattutto disagi (pendolarismo, trasferimenti) ai tanti lavoratori di sede centrale che non vorranno perdere le loro attuali mansioni ed il loro status aziendale. Ma le conseguenze peggiori si misureranno ovviamente nel medio periodo (2-3 anni) con una continua emorragia di posti di lavoro diretta ed indiretta (anche la banca ha il suo indotto). E non si tratta solo di grandi numeri ma anche (e forse soprattutto) di qualità: la maggior parte di quelli che la città perderà saranno, infatti, posti di lavoro specializzati e di livello retributivo medio-alto [1].
 
·       Il "grattacielo" probabilmente si farà (troppo forte sarebbe lo schiaffo) ma occorre non farsi distrarre dal feticcio e pensare alla sostanza (a prescindere dalle preoccupazioni ambientaliste…). Un conto, infatti, è il progetto iniziale che prevedeva 2-3 mila posti (anche con arrivi da Roma e Milano) per una delle sedi decisionali dell’allora Sanpaolo; altro è l’investimento immobiliare (con ristorante panoramico e mostre d’arte…) e solo circa 800 posti di lavoro, peraltro trasferiti da altri palazzi cittadini che saranno dimessi.
 
·       La scelta del sistema informatico Sanpaolo come piattaforma unitaria per la rete delle 5.500 filiali italiane della superbanca, avvenuta a fine febbraio, rappresenta indubbiamente una notizia positiva per il territorio torinese in quanto dà "sostanza" all'impegno statutario che prevede il mantenimento a Moncalieri di un polo tecnologico con gli attuali livelli occupazionali (peraltro non meglio definiti).
 
Ricordiamo che presso il Centro di Moncalieri lavorano attualmente circa 450 bancari ed altrettanti “esterni” e molto rilevante è l'indotto alimentato (software house, consulenti, fornitori) che potrebbe essere il primo a subire le ripercussioni della fusione (che comunque ci saranno, seppur probabilmente più diluite nel tempo).
 
·       Per quanto concerne la rete-sportelli, la provincia di Torino è ovviamente una di quelle nelle quali le sovrapposizioni derivanti dalla fusione sono maggiori e dove è stata abbondantemente superata la soglia massima di concentrazione (in termini di quote di mercato di raccolta e impieghi) prevista dall’Antitrust.
 
Banca Intesa ha già ceduto a Credit Agricole una trentina di sportelli e Intesa Sanpaolo dovrà venderne altri per ottemperare agli obblighi Antitrust (il o i compratori sono ancora ignoti). In questo caso, quindi, non si registrerà una perdita di posti di lavoro quanto una cessione forzosa di lavoratori ad altre aziende. Quanto delle condizioni normative e salariali pregresse verrà mantenuto è ovviamente uno dei punti centrali della trattativa sindacale.  
 
·       Naturalmente, non è ancora possibile valutare quale sarà l’impatto della fusione in termini di rapporto con il territorio torinese e piemontese, sia per quanto concerne le politiche creditizie nei confronti degli operatori economici locali, sia con riferimento alle strategie commerciali verso la clientela privata. Tuttavia, per sgombrare il campo da equivoci, va precisato che tutti i finanziamenti e le iniziative realizzate dalla Compagnia di Sanpaolo (nei settori della ricerca, dell'istruzione, dell’arte, della sanità e dell’assistenza alle categorie sociali deboli) non sono in discussione, in quanto realizzati appunto dalla Fondazione e non dalla banca.
 
Pur avendo prevalentemente dedicato questo contributo alle ricadute che la nascita della superbanca avrà per il territorio torinese riteniamo comunque necessario ribadire, in conclusione, che le ragioni profonde della nostra opposizione alle modalità concrete con le quali si sta realizzando la fusione non risiedono in motivazioni localistiche (anche se un maggior equilibrio territoriale sarebbe comunque auspicabile) ma di carattere generale.
 
Il top management cui è affidata la gestione della banca è, infatti, quanto di peggio il capitalismo manageriale finanziario nostrano possa oggi esprimere sotto una pluralità di profili: la compressione dei diritti normativi e salariali dei lavoratori (con un’ispirazione in qualche modo neo-vallettiana); la spoliazione sistematica della clientela (sia privata, sia della piccola medio imprenditoria) attraverso politiche commerciali e di vendita aggressive e predatorie; la banalizzazione delle specificità territoriali; la negazione della funzione sociale del credito e del risparmio; l’esaltazione ossessiva ed esasperata di un’unica funzione obiettivo dell’impenditorialità bancaria: la ricerca del massimo profitto a breve termine da riconoscere agli azionisti di riferimento e, in primo luogo, a se stessi (non a caso i top manager di Banca Intesa figurano massicciamente nelle graduatorie dei più ricchi percettori di stock options recentemente diffuse dalla stampa).
 
Infine, qualche breve considerazione sul Partito.
 
A livello nazionale, l’interesse per la fusione Intesa Sanpaolo è stato piuttosto limitato o, quanto meno, nulla è stato fatto trapelare in dichiarazioni pubbliche o richieste di informazioni nel merito.
 
Solo ai primi di febbraio, nel corso della riunione del Coordinamento Nazionale dell’Ufficio Credito, è stato concordata con il compagno Zipponi (Responsabile Economia e Lavoro) la necessità di un primo momento di approfondimento (peraltro non ancora avvenuto….)
 
Certo, sarebbe facile addebitare questo gravissimo disinteresse alla nostra collocazione governativa (in alleanza con quanti hanno voluto e sostenuto questa operazione). Pur tuttavia il problema è più complesso ed attiene alla “storica” sottovalutazione delle dinamiche del capitalismo finanziario italiano che Rifondazione (salvo alcuni felici momenti) non ha mai voluto (o potuto) affrontare con un impianto veramente alternativo e critico.
 
A livello locale l’attenzione del Partito è stata sicuramente più elevata (poteva essere altrimenti?) soprattutto per quanto riguarda i Gruppi istituzionali e la commissione lavoro della federazione torinese.
 
In particolare, va sottolineata l’importanza del ruolo svolto dal compagno Beppe Castronovo (Presidente del Consiglio Comunale di Torino, ma anche lavoratore e per anni sindacalista Sanpaolo…) sia sul terreno prettamente istituzionale (non senza contrasti all’interno della maggioranza), sia nel rapporto con la cittadinanza, i mass media e quelle organizzazioni sindacali della banca che hanno voluto ricercare un’interlocuzione.
 
Tra le iniziative assunte con il sostegno del nostro Partito, di particolare interesse appare l'istituzione di un Osservatorio "pubblico", con la partecipazione di tecnici ed esponenti delle amministrazioni e dei gruppi consiliari di Comune e Provincia (la Regione si è per il momento defilata), che avrà il compito di monitorare, per un periodo di tre anni, le conseguenze della fusione sul territorio (e in primo luogo sull'occupazione) ed il rispetto delle garanzie statutarie e degli impegni assunti dai vertici di Intesa Sanpaolo e della Compagnia di Sanpaolo.
 
Se funzionerà, l'Osservatorio potrà essere il luogo nel quale saranno poste a confronto le informazioni ufficiali fornite dalla banca con notizie e segnalazioni provenienti da organizzazioni sindacali, associazioni dei consumatori e dell'imprenditoria locale.
 
[1] In parziale controtendenza, segnaliamo anche una notizia positiva per Torino. Unicredit, secondo gruppo bancario nazionale nel quale, a suo tempo, era confluita la Cassa di Risparmio di Torino, ha recentemente inaugurato in città il proprio nuovo polo di formazione manageriale che dovrebbe ospitare a rotazione circa 5 mila dirigenti all'anno con evidenti positive ricadute sull’indotto alberghiero, della ristorazione, commerciale.