www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 22-04-07

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Assemblea Nazionale Rete28aprile
 
Relazione di Giorgio Cremaschi
 
Milano, 21 aprile 2007
 
Siamo a fianco di Emergency e chiediamo la liberazione di Ramatullah Hanefi. Quello di Emergency è l’intervento umanitario all’estero che dovrebbe essere sostenuto e fatto crescere. E’ inaccettabile invece che dall’Afghanistan debbano venir via i volontari dell’organizzazione umanitaria, mentre debbano essere inviati gli elicotteri Mangusta e gli aerei Predator.
 
Rifiutiamo la guerra
 
Nella storia del movimento operaio e dei sindacati il rapporto con la guerra, il suo rifiuto o la sua accettazione nel nome di un superiore interesse nazionale, sono sempre stati discriminanti. Noi ripudiamo la guerra e consideriamo questa posizione coerente con la nostra idea di emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, di pace e democrazia. Siamo contro la militarizzazione della società e contro l’aumento delle spese militari, che avviene anche in Italia. E proprio perché siamo indipendenti dal quadro politico diciamo che le guerre sono sbagliate sia se le fa il governo di centrodestra, sia se le fa il governo di centrosinistra. Ci fa orrore il terrorismo internazionale, ma ci fa orrore anche chi pensa di rispondere ad esso con la guerra globale permanente.
 
La sinistra nella Cgil ha come punto comune il rifiuto, nel 1999, della guerra umanitaria per il Kosovo, giustificata da Cgil, Cisl e Uil come contingente necessità. Noi confermiamo quel rifiuto e per questo chiediamo il ritiro delle truppe italiane da tutti gli scenari di guerra, a partire dall’Afghanistan. Se è vero che è l’attuale politica del governo italiano è diversa da quella di Berlusconi perché più vicina all’Europa e all’Onu e più lontana da quella degli Stati Uniti, questo non basta. Bisogna cancellare la guerra in quanto tale dalla politica e per questo bisogna dire no sia alle guerre unilaterali di Bush sia a quelle della Nato, magari condivise dall’Unione Europea e coperte dalle Nazioni Unite. Se a giugno il presidente degli Stati Uniti sarà ospite a Roma, si dovrà scendere in piazza per dire no alla guerra.
 
Gli omicidi bianchi
 
C’è un’altra guerra che in questi giorni, grazie anche ai puntuali interventi del Presidente della Repubblica, ha finalmente conquistato un po’ di spazio nell’informazione. Quella della competitività contro il lavoro. Questa guerra ha già fatto più di 300 morti, 8.000 invalidi, oltre 300.000 infortuni gravi in Italia, dall’inizio dell’anno. Non c’è nulla di casuale in questa strage continua. Anzi, fortuito e casuale è solo il fatto che essa non sia ancora più grave. Perché i lavoratori sono esposti all’aggressione alla loro salute come se fossero al fronte. Il fronte della competitività, della flessibilità, della precarietà che impone di lavorare oltre i limiti di sicurezza, oltre le regole, di stressare persone, impianti, ambiente pur di ottenere il profitto.
 
Noi diciamo basta con l’ipocrisia sugli omicidi bianchi, è l’organizzazione del lavoro attuale, il ricatto continuo che i lavoratori subiscono sulla conservazione del posto di lavoro, che uccidono le persone o ne danneggiano la salute. Altro che produttività, bisogna cambiare radicalmente l’organizzazione del lavoro e ripristinare dentro di essa la centralità della persona, della lavoratrice e del lavoratore. Sosteniamo con forza la richiesta della Fiom di uno sciopero generale di tutte le categorie per la salute e la sicurezza del lavoro.
 
La campagna contro gli assenteisti appena avviata è un vero e proprio depistaggio e puzza di bruciato lontano un miglio. Non a caso la Federmeccanica ci si è subito buttata, chiedendo l’abolizione della conquista storica del pagamento da parte delle imprese dei primi 3 giorni di malattia. E’ lo spirito dei tempi: la gente muore e si ammala e i titoli dei giornali sono dedicati all’assenteismo. E’ evidente, allora, che non si difende la salute se non si cambia il quadro attuale di priorità e compatibilità, che subordina tutto al profitto. Essere incompatibili oggi è condizione indispensabile per difendere la salute e la sicurezza dei lavoratori.
 
Una nuova ondata di privatizzazioni
 
Oggi siamo di fronte a una nuova campagna per le privatizzazioni. In Europa, in particolare, si vogliono conquistare nuovi campi per la crescita del profitto nei beni pubblici, nei servizi sociali. Questi “beni comuni” subiscono così un processo simile a quello che ha portato nel XVI secolo, in Inghilterra, alla recinzione delle terre comuni da parte dei proprietari per creare contemporaneamente accumulazione di capitale e forza lavoro da sfruttare. Oggi si vogliono mettere a profitto beni che nel passato erano a disposizione di tutti. In questo modo, da un lato si costruiscono nuovi campi dove investire - energia, infrastrutture, pensioni, sanità prima di tutto - dall’altro si creano le condizioni per mettere sul mercato come consumatori e produttori nuove generazioni di persone, in particolare i più anziani e tutti i precari. Basti pensare, ad esempio, che con l’attuale politica a favore dei fondi pensionistici integrativi noi non abbiamo una diminuzione della spesa previdenziale, ma un suo aumento, con il trasferimento di risorse dal pubblico al privato. Lo stesso avviene sulla sanità e su tutti i servizi sociali. La privatizzazione non diminuisce il loro peso e il loro costo, ma anzi lo aumenta, facendolo però pagare di più alle lavoratrici e ai lavoratori, costringendoli a utilizzare una parte del loro sempre più basso salario, per pagare servizi che una volta erano garantiti dal pubblico.
 
Le politiche di liberalizzazione e privatizzazionevanno avanti, nonostante cresca la consapevolezza che esse favoriscono la presa delle multinazionali e del mercato globale sull’economia italiana. Nonostante che sia ormai chiaro che il capitalismo italiano non è stato capace di prendere il posto della proprietà pubblica, senza svendere e speculare. Nonostante il fatto che le scalate si facciano con gli stessi soldi delle aziende che vengono comprate e che vengono, quindi, riempite di debiti. Nonostante che con il sistema delle scatole cinesi si diventi grandi capitalisti senza rischiare il capitale. La vicenda Telecom è l’ultima a dimostrare la catastrofe industriale delle privatizzazioni. Fino a che non si dirà che quel processo è stato sbagliato e dannoso, che ha distrutto più ricchezza di quella che ha recuperato, non si andrà da nessuna parte. E del resto questo è dimostrato dal fatto che si voglia ancora privatizzare la Fincantieri, con il rischio della sua distruzione, mentre l’Alitalia è messa all’asta. E il disegno di legge Lanzillotta ci propone la versione italiana della Bolkestein per tutti i servizi pubblici. A tutta questa logica della privatizzazione noi oggi ci opponiamo con forza e partecipiamo a tutte le lotte che contrastano questa deriva.
 
Imprese, profitto, mercato, competitività, produttività, non sono mai stati termini neutri. Essi hanno sempre definito interessi, poteri, persone definite. Oggi invece diventano l’interesse generale della società. Al contrario, gli interessi del mondo del lavoro diventano privilegio oppure, nei momenti buonisti, problemi di equità. L’impresa e il mercato contro il mondo del lavoro, sembrano così quella pubblicità televisiva che mostra diverse centinaia di giocatori contro undici sullo stesso campo di calcio. E’ questa la finta parità della politica di patto sociale che, cominciata alla fine degli anni Settanta, è giunta fino ai giorni nostri con l’accordo del luglio ’93. A quella politica noi oggi diciamo basta sulla base dei risultati negativi che essa ha portato al mondo del lavoro.
 
Anche la dialettica politica cancella gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori. Pensiamo alla discussione nel governo tra la sinistra liberista, che dice che bisogna dare i soldi alle imprese, e la sinistra sociale, che invece sostiene che vadano dati alle famiglie. Il lavoro non c’è mai, in quanto tale non ha diritto alla redistribuzione del reddito, può solo avere qualcosa se si nasconde sotto il sostegno alla famiglia.
 
Le politiche liberiste dell’Unione Europea
 
Anche la costruzione dell’Europa oggi è uno strumento fondamentale dell’affermazione delle politiche del mercato e di competitività estrema. L’Unione europea si presenta come sostanzialmente avversaria di qualsiasi ipotesi di crescita del potere reale del mondo del lavoro, è l’Europa della finanza, della Bolkestein, della competitività contrapposta a quella dei diritti del lavoro. Il “Libro verde” sul mercato del lavoro realizza in pieno questa ipotesi, mettendo in discussione lo stesso concetto di contrattazione collettiva. Senza la critica radicale a una costruzione europea che ha come modello sociale ed economico di riferimento gli Stati Uniti, è difficile che si possa sviluppare una politica economica alternativa o semplicemente diversa da quella dominante. Per essere indipendente il sindacato deve avere un punto di vista opposto a quello dell’impresa, del mercato, della cultura liberista. E per rafforzare questo punto di vista deve confrontarsi con tutte le esperienze di critica concreta del liberismo. Per questo ci sentiamo parte, da Genova 2001 in poi, di tutti i movimenti sociali e dei cittadini che lottano per la democrazia e contro il liberismo. Per questo siamo al fianco dei No Tav in Vallesusa e dei No Base a Vicenza.
 
Il bilancio del governo Prodi
 
E’ passato un anno da quando una risicata maggioranza (dovuta soprattutto a operai che hanno cambiato il loro voto perché delusi da Berlusconi), ha permesso al governo Prodi di governare. Il risultato, dopo un anno, è totalmente insufficiente e deludente. E lo diciamo partendo proprio dall’investimento che una parte non piccola del mondo del lavoro ha fatto sul cambiamento di governo. La politica economica e sociale del governo finora non ha risposto alle richieste di cambiamento che venivano dal mondo del lavoro e che erano alla base del movimento di lotta che ha contrastato il governo della destra e ha il merito principale della vittoria alle elezioni del centrosinistra. Il sistema delle imprese ha ricevuto sostegni senza precedenti con la Finanziaria e con le varie misure annunciate sulle liberalizzazioni. Ciò nonostante la Confindustria continua a rivendicare una politica economica ancora più a suo favore, mentre pretende tagli allo stato sociale e ulteriore flessibilità del lavoro. I salari non hanno usufruito di alcun vero risarcimento rispetto al passato e la finanziaria, sulla quale c’è stato un colpevole giudizio positivo iniziale della Cgil, ha continuato nella politica dei due tempi a carico del mondo del lavoro. Nemmeno si parla più di superamento, non diciamo di abrogazione, della Legge 30. Anche nella scuola il cambiamento necessario non c’è stato, qualche ritocco alla legge Moratti, ma la sostanza è ancora tutta lì. Si assumono in parte i precari, ma si aumentano gli alunni per classe e si tagliano i contributi alla ricerca e all’università. Resta la situazione di umiliazione della scuola di fronte al mercato. Ci si propone giustamente di cambiare la legge Bossi-Fini, ma lo si fa con tempi biblici, e intanto i migranti continuano a fare la fila e a subire vessazioni di tutti i tipi, compresa la scandalosa tassa pagata agli uffici postali. La tassazione sulle rendite finanziarie, motivo conduttore della campagna elettorale, è stata abbandonata. A tutto questo si aggiunge il fatto che, nonostante la minaccia del ritorno di Berlusconi rivolta a chi critica troppo il governo, nessuna delle leggi ad personam né il tema del conflitto di interessi è stato toccato. Dopo un anno siamo ancora come se non fosse successo nulla.
 
La sindrome del governo amico
 
Il sindacato confederale subisce la sindrome del governo amico, che ha logorato il rapporto con i lavoratori, come è dimostrato dalle assemblee di dicembre a Mirafiori. La questione centrale dell’indipendenza del sindacato dalla politica, da noi posta al congresso, non ha avuto ancora risposta. Si sono diffuse ancor di più pratiche di vertice nella gestione della contrattazione. I memorandum, gli accordi, le piattaforme confederali non vengono sottoposte alla consultazione con il voto dei lavoratori. I contratti nazionali, esclusi quelli dei metalmeccanici, non vengono più sottoposti al voto dei lavoratori. In generale c’è un restringimento delle pratiche democratiche e della partecipazione nella vita del sindacato.
 
Di fronte a questi fenomeni negativi possiamo dire che erano valide le previsioni da noi fatte al congresso della Cgil, che sottolineavano il rischio del ritorno a una concertazione di vertice persino peggiore di quella degli anni Novanta.
 
Ora la politica economica e sociale del paese sta andando a una nuova stretta. La ripresa economica e i miglioramenti dei conti dello Stato vengono utilizzati non per aprire una fase di profonda redistribuzione delle ricchezze e di allargamento reale dei diritti, ma per “pagare” nuove riforme liberiste. D’altra parte la crisi di governo si è conclusa, almeno sul piano delle politiche economiche e sociali, con uno spostamento in senso moderato dell’asse della maggioranza, sanzionato dai 12 punti che, complessivamente, risolvono in senso liberista tutte le incertezze o le ambiguità del programma dell’Unione.
 
Per questo noi pensiamo che debba ripartire il movimento che ha portato alla manifestazione del 4 novembre. L’abrogazione della Legge 30, la lotta al pacchetto Treu e a tutta la legislazione che ha precarizzato il lavoro devono tornare ad essere un punto centrale del conflitto sociale.
 
Contro il taglio delle pensioni
 
Lo stesso deve avvenire contro il taglio delle pensioni. Non c’è nulla sul piano dei conti pubblici che giustifichi l’innalzamento dell’età pensionabile o il taglio dei coefficienti. La spesa pensionistica pubblica in Italia è in ordine, al netto delle tasse perché i pensionati le tasse le pagano, ed è tra le più basse d’Europa.
 
L’attacco sulle pensioni è quindi un disegno di politica economica liberista, che punta a ridimensionare la spesa pubblica sociale e a privatizzare i servizi. Lo ha ben detto il governatore della Banca d’Italia che, tempo fa, a un convegno al Forex di Torino ha proposto che sulle pensioni ci sia la stessa concertazione che portò all’eliminazione della scala mobile. Un esempio che fa venire i brividi, ma che chiarisce che l’attacco alle pensioni nasce dai grandi centri della finanza e dell’economia italiana e internazionale. Questo è il senso dell’operazione sul Tfr. Per questo noi consideriamo centrale la lotta per la pensione pubblica, ci battiamo contro il principio del silenzio-assenso, nella collocazione del Tfr nei fondi pensionistici, puntiamo a fermare l’attacco alle pensioni, senza accettare gli scalini, al posto dello scalone, perché essi sarebbero solo un modo più lento per arrivare comunque all’aumento dell’età pensionabile. E questa sarebbe una scandalosa ingiustizia sociale. Perché le imprese già oggi considerano vecchi i lavoratori che superano i cinquant’anni e quel presidente della Confindustria che chiede di tagliare le pensioni è lo stesso che alla Fiat ha chiesto la mobilità e i prepensionamenti.
 
Con l’aumento dell’età pensionabile aumenterà la precarietà del lavoro. Avremo lavoratrici e lavoratori troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per lavorare. Per questo diciamo no, così come respingiamo i tagli dei coefficienti di calcolo proprio per quei giovani di cui tanti lamentano le future basse pensioni. Il vero scandalo del sistema italiano è il contributivo varato con la riforma Dini, che ci ha fatto tornare indietro di cinquant’anni e che ha cancellato nei fatti la solidarietà tra generazioni. Qui bisogna agire, e noi rivendichiamo una pensione pubblica pari almeno al 60-65% della retribuzione con almeno 35 anni di contribuzione. Bisogna migliorare, non peggiorare, il sistema pensionistico pubblico e se ci sono privilegi da tagliare si cominci dalle pensioni dei manager, dei parlamentari, di tutti coloro che hanno risultati spropositati rispetto al lavoro svolto.
 
La lotta all’evasione fiscale e contributiva, l’aumento che c’è già stato dei contributi, sono sufficienti per pagare il miglioramento del sistema pensionistico pubblico. Il ministro dell’Economia ha presentato ai tavoli di trattativa una proposta di pagare la riforma degli ammortizzatori sociali, il miglioramento delle pensioni più basse, la defiscalizzazione degli aumenti per i contratti aziendali, con solo 2,5 miliardi di euro. Se questa è la proposta del governo allora è inevitabile il taglio delle pensioni, l’aumento dell’età pensionabile e, come tra l’altro ha sostenuto il ministro dell’Economia, l’attacco al contratto nazionale. A questo punto bisogna fare chiarezza. Cgil, Cisl e Uil chiedano al governo se queste sono le sue posizioni. Se è così, la si finisca con i tavoli tecnici e i confronti confusi, si interrompa il negoziato e si proclami lo sciopero generale. Se proprio si ha paura di farlo contro il governo lo si faccia almeno contro il ministro dell’Economia che, sicuramente, ha dimostrato di essere un rigoroso avversario del movimento sindacale.
 
I salari più bassi d’Europa
 
Pochi giorni fa i dati dell’Eurispes, citati anche dal presidente del consiglio, ma non pubblicizzati a dovere in Cgil, dove si continua a sottostimare la caduta del potere d’acquisto dei salari, hanno dimostrato che i salari lordi italiani sono tra gli ultimi in Europa, quasi alla pari con i greci e prima solo di quelli portoghesi.
 
Se si guarda al fisco le cose vanno ancora peggio. Negli ultimi due anni la dinamica del salario netto ha fatto sì che i salari dei greci scavalcassero quelli degli italiani e quelli portoghesi quasi ci raggiungessero. Ancora due anni di rapacità del fisco verso i salari, accompagnata alla moderazione salariale, e saremo in tutti i sensi gli ultimi d’Europa.
 
Chi nella Cgil spiegava che non bastavano le rivendicazioni salariali nei contratti, perché occorreva recuperare potere d’acquisto attraverso la politica fiscale e parafiscale, dovrebbe oggi essere il primo a scendere in piazza contro una continuità della politica del fisco che ancora penalizza i salari. Oppure dovrebbe ricredersi e presentare piattaforme più alte di quelle che hanno definito tante categorie.
 
La realtà è che la politica della moderazione salariale è completamente fallita, né possiamo accettare che essa venga superata a parole da chi propone di aumentare il peso della contrattazione aziendale a danno di quella nazionale. Chi propone di aumentare i salari scambiandoli con la produttività, sa perfettamente che così si resta nell’ambito della moderazione e del contenimento dei salari, perché se i lavoratori devono lavorare di più per guadagnare qualcosa di più, vuol dire che il loro salario oggi, a parità di lavoro, va bene. E invece non è così. Noi siamo per l’aumento complessivo del peso dei salari nel sistema economico e quindi per una nuova stagione di offensiva salariale, a partire dai contratti nazionali.
 
Sarà un caso o c’è un rapporto tra il fatto che i salari italiani sono i più bassi d’Europa mentre le retribuzioni dei parlamentari sono in assoluto le più alte di tutto il continente? Siamo stufi di essere presi in giro in nome di un’austerità che poi chi predica non pratica.
 
Anche la campagna contro i lavoratori pubblici fannulloni è scandalosa perché nasconde il fatto che laddove la pubblica amministrazione è inefficiente, vuol dire che ci sono responsabilità del sistema politico, dei manager, dell’alta burocrazia.
 
E’ necessario un drastico taglio dei privilegi, abbattendo le retribuzioni dei parlamentari, e a cascata di tutto il mondo politico, dei manager, dei consulenti. Occorre stabilire il principio che la dinamica dei salari vale per tutti. Se gli operai italiani sono i peggio pagati d’Europa, bisogna che anche i parlamentari siano i peggio pagati d’Europa. Agganciamo tutte le retribuzioni pubbliche alla retribuzione media e decidiamo che non possono superarla più di tre volte, che è già tanto. Tassiamo poi davvero i benefit, le stock option, le super retribuzioni dei manager privati. Siamo sicuri che così tutti si renderebbero conto meglio di cosa vuol dire non arrivare a fine mese e la sindrome della quarta settimana non comparirebbe solo in campagna elettorale.
 
No alla rassegnazione
 
Oggi la rassegnazione è sempre in agguato, anche perché, invece che investire nel coraggio delle persone, si alimenta la loro paura, quella che se si è coerenti, se si lotta, può andare ancora peggio. E così certo non si aiutano la partecipazione, il protagonismo, la democrazia. Sia nella politica, sia nel sindacato c’è il rischio di una frattura senza precedenti tra base e vertice, tra rappresentati e rappresentanti e questo può portare a nuove involuzioni nella stessa democrazia.
 
Come lottare contro la passività, la rassegnazione, la paura? Come lottare contro la logica del meno peggio, della riduzione del danno, che continuamente le alimentano? Vogliamo qui rivendicare con forza il diritto e il dovere dei lavoratori di tornare ad essere protagonisti e per questo affermiamo:
 
- Sulle pensioni, sulla precarietà, sul salario, l’obiettivo di un miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati non solo rispetto agli anni di Berlusconi, ma anche rispetto a quanto definito all’epoca del centrosinistra.
 
- Il rifiuto della flessibilità selvaggia e della precarietà, dell’autoritarismo aziendale, con l’obiettivo esplicito di impedire un accordo confederale che riduca il peso del contratto nazionale o che, nel nome della produttività, colpisca i poteri di contrattazione nei luoghi di lavoro e crei nuovi obblighi per le lavoratrici e i lavoratori.
 
- L’impegno per la democrazia sindacale, che vuol dire che le lavoratrici e i lavoratori devono decidere a voto segreto su piattaforme dettagliate e comprensibili e su accordi chiari e ben spiegati.
 
Tutto questo oggi non avviene, si fanno accordi senza far votare i lavoratori e addirittura si fanno trattative, piattaforme, contratti, senza neanche spiegare bene qual è la richiesta. Il caso del pubblico impiego a noi sembra paradossale, anche viene perché viene da una categoria che normalmente viene iscritta alla sinistra sindacale. Chiediamo: qual è la richiesta vera dei contratti pubblici? E i lavoratori lo sanno qual è la richiesta? E hanno potuto deciderla? E che rapporto c’è tra le richieste e l’accordo?
 
La democrazia sindacale è una discriminante
 
La questione della democrazia sindacale è per noi una discriminante nelle pratiche sindacali. Per noi la sinistra sindacale è quella fondata sui Consigli di fabbrica, sulla partecipazione e sul voto dei lavoratori. Non ci interessa la sinistra dei giorni festivi, ma quella che opera durante l’orario di lavoro. Per questo abbiamo appoggiato le scelte di questi anni della Fiom, al di là di differenze su questo o quel punto delle vicende sindacali. Perché per noi democrazia e indipendenza del sindacato sono costituenti della collocazione della e nella Cgil. La democrazia sindacale implica sempre l’idea che il sindacato rappresenta una parte della società in conflitto con un’altra parte. Un sindacato che si arrende alle logiche di mercato, che diventa totalmente subalterno, azienda per azienda, territorio per territorio, alle imprese e alla competitività, non può essere democratico, perché deve rinunciare a rappresentare tutte le lavoratrici e i lavoratori. Questo sindacato diventa quello che Claudio Sabattini chiamava un sindacato di mercato.
 
Siamo impegnati pertanto a lottare dentro la Cgil per affermare il principio niente accordi e niente piattaforme senza il voto dei diretti interessati. Nello stesso tempo intendiamo accompagnare questo impegno con una nuova campagna per una legge sulla democrazia sindacale.
 
Vogliamo una legge sulla democrazia sindacale che garantisca non solo il pluralismo per tutti, ma il diritto dei lavoratori a decidere. Questo lo diciamo anche agli amici del sindacalismo extraconfederale. Noi ci battiamo contro ogni discriminazione nei loro confronti, ma non pensiamo che un contratto di lavoro diventa più democratico se la loro firma si aggiunge a quella dei confederali, senza far votare tutte le lavoratrici e i lavoratori. Per noi il livello zero della democrazia sindacale è il referendum su piattaforme e accordi, poi ci sono altri livelli indispensabili da costruire, a partire dalla partecipazione dei delegati alla vita del sindacato. Ma fino a che i lavoratori non possono respingere con il loro voto un accordo e non far ritirare una firma a chi non li ha ben rappresentati, noi saremo ancora nel mondo dell’arbitrio.
 
La Rete per l’indipendenza e la democrazia
 
La costituzione del partito democratico avrà sicuramente effetti nella vita dell’organizzazione, nei suoi equilibri interni e nel suo stesso pluralismo. E se il buongiorno si vede dal mattino, allora si annuncia tempesta. Dobbiamo respingere ogni tentazione o spinta verso il collateralismo della Cgil verso gli schieramenti o i partiti del centrosinistra. Sia esso rivolto verso il partito democratico, sia verso le forze a sinistra di esso. Oggi è ancor più centrale ribadire che vogliamo che la Cgil sia indipendente dal quadro politico e pratichi la democrazia sindacale in ogni caso, anche quando le altre organizzazioni non sono d’accordo.
 
Per questo vogliamo anche rafforzare il carattere indipendente della Rete, il suo carattere di area sindacale antagonistica che rifiuta ogni apparentamento a forze o correnti politiche. Il patrimonio positivo che abbiamo accumulato in questi mesi è anche dovuto al fatto che nella Rete si confrontano su temi sindacali compagne e compagni che hanno compiuto scelte politiche molto diverse. E’ un valore che dobbiamo assolutamente rafforzare, anche alla luce dei processi politici che stanno per investire la Cgil.
 
Il percorso della Rete, pur registrando interesse e notevoli successi di influenza politica, non ha però tuttora consolidato una dimensione d’iniziativa in grado di pesare sugli equilibri della Cgil. Soprattutto è ancora mancata la diffusione della nostra proposta e delle nostre posizioni nei luoghi di lavoro. Considerati gli equilibri nelle strutture dirigenti e negli apparati, se manca l’intervento sui luoghi di lavoro l’influenza della Rete non può che restare inadeguata.
 
Eppure questo è il nostro scopo principale, la ragione per cui siamo nati: vogliamo che le lavoratrici e i lavoratori siano i cittadini e non i sudditi del sindacato.
 
Vogliamo che nei luoghi di lavoro l’indipendenza del sindacato sia concretamente il potere delle lavoratrici e dei lavoratori rispetto all’impresa. Per questo vogliamo una Cgil aperta a tutte le esperienze di partecipazione. Invece cresce anche nella Cgil l’insofferenza dei gruppi dirigenti verso il dissenso. Le difficoltà e il diffondersi di pratiche di vertice portano l’organizzazione a un atteggiamento di maggiore chiusura verso tutte le forme di comportamento ritenute non in linea.
 
Il riemergere di fenomeni legati al terrorismo, che respingiamo e condanniamo fermamente, è diventata occasione per una campagna ideologica che accosta ogni forma di conflitto radicale ai rischi terroristici.
 
Vogliamo ribadire che il conflitto sociale, anche nelle sue forme antagonistiche, purché democratiche e non violente, è il motore della democrazia. Vogliamo ribadire che il diritto al dissenso, e alla pubblicità del dissenso perché il dissenso clandestino non ha diritti civili, è condizione fondante del pluralismo di un’organizzazione. Per noi prima della costituzione delle aree viene, in Cgil, il diritto al dissenso, nelle forme che sono garantite dallo Statuto.
 
Ci siamo costituiti come area programmatica per opporci esplicitamente al ritorno della concertazione e alle pratiche non democratiche. Quando la Cgil lotta e fa votare i lavoratori noi non abbiamo nulla di che lamentarci. Quando continua a fare accordi a perdere, senza neanche sentire gli interessati, allora ci opponiamo. Vogliamo una nuova fase sindacale e lo rivendichiamo apertamente.
 
Per questo proponiamo che la Rete si organizzi in tutte le province e in tutte le categorie ove si affermano le pratiche concertative. Questo è il nostro obiettivo per il prossimo anno: estendere la Rete in tutta la Cgil e giungere ai luoghi di lavoro, perché è agli iscritti che deve arrivare la nostra proposta di organizzarsi per contare.
 
Noi operiamo con il metodo del consenso, consolidando l’attività con i gruppi di continuità. Non c’è una gerarchia rigida, anche se naturalmente ci sono le diverse responsabilità che ognuno di noi ricopre all’interno dell’organizzazione. Ma quando ci si trova nelle assemblee o nei gruppi di continuità, si è tutti alla pari e o si trova una posizione comune, oppure c’è la libertà di ognuno. Questa è la differenza di fondo che abbiamo rispetto alle vecchie esperienze d’area programmatica. Vogliamo essere uno strumento di autorganizzazione delle iscritte e degli iscritti della Cgil. Quindi, a tutte le compagne e compagni che oggi sono venuti, diciamo grazie, ma non basta, siamo qui per ascoltarci ma poi, soprattutto, per organizzarci.