www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 18-06-07

Come contrastare la nuova monetizzazione del rischio
 
Credo che la discussione su come intervenire rispetto al susseguirsi degli infortuni mortali e non debba partire da un dato segnalato recentemente da Gian Paolo Patta, sottosegretario al ministero della Salute, che su La Rinascita del 23 febbraio annotava come ben "l'85% dei morti sul lavoro sono dipendenti di aziende che arrivano al massimo a 9 addetti", cioè quel mondo delle microimprese acriticamente esaltato in quest'ultimo ventennio.
 
Se questo dato fotografa la realtà concreta, con l'aggiunta che il 20% delle vittime complessive è rappresentato da microimprenditori, si tratta allora di trarre un serio bilancio dell'applicazione delle normative in materia di sicurezza e prevenzione nei luoghi di lavoro, compresa la tanto decantata legge 626/94, poiché quello che emerge è una drammatica divisione tra le realtà produttive con più di 15 dipendenti e quelle con meno di 15 dipendenti, figlia del nanismo della struttura produttiva del nostro paese.
 
Sono cose note per gli addetti ai lavori, ma evidentemente laddove è più marcata la sindacalizzazione, più elevata è la capacità di intervento nelle relazioni sindacali attorno ai temi della sicurezza e più ridotto è il numero degli infortuni mortali e non.
 
Certamente non ci si può cullare con le statistiche, poiché gli infortuni mortali al Porto di Genova o all'ILVA di Taranto, solo per citare alcuni casi eclatanti, ci dicono che la tendenza al "dominio unilaterale sulle condizioni di lavoro" (si vedano le puntuali considerazioni di T. Rinaldini "il Manifesto del 18/04"), mediante la frantumazione del ciclo lavorativo con la catena dei subappalti e la ricerca di una sfrenata produttività, produce una spaventosa regressione delle condizioni lavorative ai famigerati anni '50 e una nuova monetizzazione del rischio.
 
Questa regressione impone, per forza di cose, la ripresa del controllo sindacale sulla totalità del ciclo lavorativo attraverso un'estensione dei poteri contrattuali sulla salute e sulla sicurezza sia nei contratti nazionali che nella contrattazione di secondo livello, ma anche il rilancio del ruolo dei servizi di prevenzione e controllo in capo alle ASL, in quanto i compiti affidati agli R.L.S. dal DLGS 626/94 sono esclusivamente di tipo consultivo.
 
Pensare, come fa L. Togno sul Manifesto del 9/2 "Controlli e formazione degli R.L.S.", che basterebbe coordinare e rendere operativa questa vasta massa di controllori (gli R.L.S.) e cominciare a leggere il documento di valutazione dei rischi per produrre una netta inversione di tendenza, significa veicolare una visione illusoria della realtà concreta.
 
Dare per scontato che in ogni luogo di lavoro sopra i 15 dipendenti vi sia un rappresentante dei lavoratori della sicurezza, significa non solo sopravvalutare l'insediamento complessivo di tutte le organizzazioni sindacali esistenti, ma non fare i conti con la mancata sindacalizzazione di molteplici realtà produttive.
 
Altresì vuol dire non avere consapevolezza del diverso grado di motivazione e formazione che si riscontra nell'elezione degli R.L.S. e di quel fenomeno della "desindacalizzazione" coincidente con la paurosa regressione dei livelli di coscienza di classe e sindacale determinatesi a partire dalla sconfitta alla FIAT nel 1980.
 
Pertanto, prendendo a campione la provincia di Varese, si scoprirebbe che il 50% delle aziende sopra i 15 dipendenti ha eletto gli R.L.S. e che tra essi bisogna distinguere tra quelli che sono effettivamente attori consapevoli nel loro ruolo e quelli che sono nominati solo sulla carta (magari dall'azienda stessa in alcuni casi).
 
Mentre sono solo 400 gli R.L.S. eletti su 1300 imprese iscritte alla Cassa Edile locale.
 
Inoltre, la diversificazione della coscienza sindacale nelle varie realtà produttive e la maggiore o minore capacità di incidenza degli R.L.S. rispetto ai temi della sicurezza suggeriscono come via prioritaria il ricorso alla denuncia ai servizi di prevenzione e controllo, se si vogliono superare i rischi impliciti alla filosofia della partecipazione su cui si fonda la legge 626.
 
Soprattutto per evitare che subentri una certa frustrazione nell'esercizio del ruolo di R.L.S., a fronte di eventuali risposte non positive nei percorsi di negoziazione con le direzioni aziendali.
 
Sennonché i servizi ispettivi risentono di un loro scientifico mancato potenziamento sia in termini di personale adeguato che di qualificazione effettiva e, quindi, bisogna compiere scelte precise nella spesa sanitaria di carattere regionale, affinché vengono stanziate risorse certe per l'attività di prevenzione e di ispezione repressiva relativamente ad ogni realtà territoriale.
 
Perché è il presidio ed il controllo del territorio la chiave di volta per contrastare quella fabbrica diffusa, ove, come ha rilevato sagacemente su La Repubblica il sociologo Luciano Gallino, "i datori di lavoro non in regola possono, sotto il profilo dei controlli preventivi dormire sonni tranquilli" e infischiarsene allegramente anche dell'applicazione delle formalità procedurali previste dalla legge 626.
 
Infatti, nella realtà delle aziende da 1 a 15 dipendenti (il 95% delle più di quattro milioni di imprese e microimprese italiane) emergono i limiti oggettivi della legge 626, che in base all'articolo 20 prevede la formazione di organismi paritetici per i settori dell'artigianato (OPTA), del commercio (OPP) e dell'edilizia (OPP) e la nomina da parte delle organizzazioni sindacali degli RLST (Rappresentante dei lavoratori della sicurezza territoriale).
 
Questi organismi paritetici hanno il compito di sviluppare le procedure di informazione, formazione e monitoraggio previste dalla legge 626, mentre gli RLST, nelle aziende ove non sono stati eletti gli RLS, hanno diritto all'accesso ai luoghi di lavoro per sorvegliare e monitorare l'applicazione della legge stessa.
 
Un compito davvero smisurato e immane per le forze oggi realmente in campo a macchia di leopardo, che interroga eticamente il sindacato sulla destinazione certa delle risorse per garantire questa azione di deterrenza sul territorio, a partire dalla costituzione di questi organismi su tutti il territorio nazionale.
 
L'esperienza degli organismi paritetici più avanzata, nonostante tutto, è quella del settore edile, ove il CPT (Comitato Paritetico Territoriale) a partire dal contratto dell'industria è istituito da più di vent'anni ed opera quotidianamente sia sul piano delle visite di cantiere (seppure senza poteri sanzionatori) che su quello della formazione degli RLS e dei RSPP.
 
Estendere quest'esperienza ai settori del commercio e dell'artigianato, significa potenziare la dimensione attuale delle strutture esistenti, dotandole dei necessari supporti tecnici al fine di favorire la piena operatività degli RLST rispetto alle diverse realtà territoriali che compongono il nostro paese, naturalmente in stretto coordinamento con i servizi di prevenzione e controllo delle ASL.
 
Infine, come segnalava G. Simoneschi su Liberazione del 3/3, bisogna prevedere almeno nelle Procure di maggior dimensione la costituzione obbligatoria di nuclei di magistrati specializzati, cui affidare in via esclusiva le violazioni di legge in materia di igiene e sicurezza del lavoro ed in genere di norme penali sul lavoro".
 
Pertanto, sono diversi i percorsi praticabili per far diventare prioritaria l'organizzazione della sicurezza rispetto al primato della produzione e del profitto, al fine di intervenire concretamente rispetto al tema nodale del peggioramento delle condizioni di lavoro e l'implicita subordinazione alla filosofia della monetizzazione del rischio.
 
Gian Marco Martignoni 
della Segreteria Provinciale CGIL Varese