www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 28-01-08 - n. 212

Un tempo c'erano i grandi cortei operai, ora si chiamano funerali
 
Alessandro SerraCoordinamento naz. Giovani Comunisti
 
Il periodo che ci siamo lasciati alle spalle è quantomeno particolare e non tanto per i motivi dati dal pur singolare incedere del teatrino della politica italiana. Quindi tralasciamo un momento tutto quello che riguarda o può riguardare il governo che cade, il referendum, la legge elettorale, i governissimi e chi più ne ha più ne metta.
 
A rendere particolare questo periodo non sono state neanche le discussioni, i problemi e l’opportunità dell'unità d'azione della sinistra d'alternativa, con il dibattito che la circonda, anche se la particolarità di questo periodo deve essere colta soprattutto dalla sinistra e da chi è alla costante ricerca di un alternativa di società anche se un elenco della spesa di tematiche totalmente differenti, importantissime, che prese singolarmente meriterebbero fiumi d'inchiostro, secondo me non rendono particolare questo periodo quanto il riaffacciarsi della questione operaia in Italia.
 
L'operaio, la tuta blu, che per certi momenti della post-modernità, in piena epoca di globalizzazione sembrava essere svanito, dimenticato insieme ai poli industriali dismessi e ad un periodo, il '900, che è stato in certi momenti l'habitat storico della classe operaia.
 
Dal referendum sul welfare, in cui, a dir la verità, l'operaio ha condiviso il protagonismo con altre categorie sociali, alla tragedia della Thyssenkrupp, che ha rappresentato purtroppo l'apice del risalto mediatico per la classe operaia italiana, fino alla chiusura del contratto dei metalmeccanici, tutti i media hanno messo a fuoco la questione operaia; con conseguente codismo di gran parte della politica, che a questa attenzione rispondeva con altisonanti proclami sulla sicurezza sul lavoro e la questione salariale. Come poi spesso accade, in seguito all'emergenza mediatica (da anni si muore sul lavoro), il conseguente fuoco di paglia della retorica politica non è durato nemmeno il tempo di superare in modo indolore il rinnovo del contratto dei metalmeccanici: di nuovo la quasi totalità dell'arco parlamentare con Federmeccanica in testa, ha cominciato a chiedere più produttività, straordinari, lavoro, dopo che questi stessi fattori avevano contribuito, in modo non secondario, alla morte dei sette giovani operai e di tanti altri che continuano a morire in silenzio.
 
L'operaio, dunque, esiste ancora, vive e muore nel XXI secolo, torna ad essere protagonista come classe, come entità collettiva.
 
Diverso è il modo in cui torna a riaffermarsi questo, pur passeggero, protagonismo della classe operaia, che può essere riassunto in modo amaro dalla vignetta che Vauro ha disegnato ne Il manifesto a seguito della strage della Thyssen: "un tempo c'erano i grandi cortei operai" dice una tuta blu ad un suo compagno, che risponde "ora si chiamano funerali".
 
Funerali non possono celebrarsi, grazie alla lotta dei metalmeccanici, di un’ intera storia, quella della classe operaia, che portando avanti i suoi interessi particolari, si diceva un tempo, portava avanti gli interessi generali e si candidava ad essere il motore del cambiamento della società, che incarnava i valori della modernità; in Europa occidentale questa è stata la classe che più strenuamente ha difeso la democrazia, pur essendo spesso ricacciata nella marginalità da quello stesso sistema politico e sociale da lei difeso.
 
Fu appunto il protagonismo operaio, diverso da quello a cui si assiste oggi, che negli anni della prima guerra mondiale ha sconvolto il mondo con la rivoluzione socialista in Russia, dove per la prima volta la classe operaia ha provato ad essere la classe dirigente e che negli anni cinquanta e settanta, in più ondate, ha sconvolto la società europea, con gli operai che candidati ad essere la classe dirigente della società, hanno trainato spesso altri settori sociali, cambiando la democrazia, istituendo nuovi diritti e rendendo più moderno e giusto il mondo in cui viviamo.
 
Si può ben vedere quale sia la differenza, tra il protagonismo di allora e quello di oggi: oggi si parla di operai nello stesso modo in cui se ne parlava prima, come se le grandi mobilitazioni da essi dirette, che hanno maturato le democrazie occidentali, fossero state cancellate con un colpo di spugna, e come se lo statuto dei lavoratori, l'articolo 18, e poche altre cose ancora fossero solo simulacri di un tempo passato, che nello stesso tempo non può che sembrare più moderno dell'oggi.
 
Adesso si parla degli operai, perché muoiono, o vivono poco bene, sono pagati poco, non arrivano a fine mese, hanno pochi diritti; molti diventano precari, non si sentono neppure operai, ma soggetti ancora più marginali ed ininfluenti nella società.
 
Torniamo così molto più indietro nella storia, quando appena nasceva la classe operaia, quando i primi intellettuali organici alla neonata classe, o semplicemente più attenti alle modificazioni che si producevano nella società in trasformazione, pensavano un avvenire per essa, ai suoi problemi, e alla sua storia. Se pensiamo a quei dibattiti, oggi ci appaiono molto più moderni di quelli attuali.
 
All’epoca oggetto della disputa teorica era che posto dare alla neo-nata classe nei rapporti di produzione, nella società, nella politica.
 
Gli operai morivano nelle fabbriche anche allora, anzi ne morivano molti di più, ma anche la classe dominate, la borghesia industriale e i suoi intellettuali discutevano su che ruolo avrebbero avuto gli operai nella società.
 
Vi erano fondamentalmente quattro scuole di pensiero.
 
I liberali, quindi quegli intellettuali organici alla borghesia, pensavano che la questione operaia sarebbe stata risolta dalla modernità, dalla crescita della ricchezza portata dal libero mercato, teoria che pur essendo del XIX secolo è propagandata ancora oggi come una teoria moderna.
 
Vi era la prospettiva integrazionista, codificata nell'enciclica papale Rerum Novarum, che esprimeva l'idea che i lavoratori avrebbero accettato di essere coinvolti e associati nelle sorti dell'impresa; vi fu chi ipotizzò nell'azionariato operaio e nell'istruzione pubblica mezzi che portassero all'integrazione degli operai nella nuova società, non come attori subordinati, almeno in teoria, ma come attori attivi e compartecipi dei destini dell'intera società. L'istruzione pubblica e l'obbligo scolastico furono introdotte nell'Italia post unitaria proprio per tentare d'integrare (e scongiurare sbocchi rivoluzionari) la classe operaia nella società.
 
A sinistra invece, nel movimento socialista, si discutevano due teorie, la prospettiva evoluzionista e quella antagonista.
 
Gli evoluzionisti pensavano che progressi e conquiste della classe operaia organizzata avrebbero rimosso le dure condizioni in cui viveva e il conflitto tra capitale e lavoro avrebbe portato quest'ultimo a strappare alla borghesia, oltre a condizioni migliori di vita, anche pezzi di potere politico, fino a diventare la classe dirigente della società, o quantomeno essere messa alla pari con la borghesia a livello politico, attraverso un'alternanza di governo.
 
La prospettiva antagonista, venne formulata nel Manifesto dei comunisti, e vedeva come inevitabile lo sbocco rivoluzionario della classe operaia, che con la dittatura del proletariato avrebbe di fatto sostituito la borghesia come classe dominante. La classe operaia doveva dare luogo ad una contrapposizione che avrebbe portato all’abbattimento del potere dell'avversario, perché "la rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di proprietà".
 
Come si evince si pensava comunque ad un innalzamento dello status di vita e sociale per i lavoratori, escludendo la prospettiva prettamente liberale, anche se Adam Smith, padre di questa prospettiva, affrontava più la questione operaia degli odierni liberisti e tentava a modo suo di risolverla. Le altre prospettive erano pressappoco così riassumibili: gli operai che imitano i capitalisti, che cooperano con i capitalisti, che governano al posto dei capitalisti, o che fanno a meno dei capitalisti costruendo una nuova società. Tutte queste tesi avevano una cosa in comune: l’essere, almeno per ipotesi, teorie emancipatorie, che ricercavano uno status diverso per gli operai. In particolare le prospettive che si discutevano nel movimento socialista erano teorie che miravano a far diventare la classe operaia la classe dirigente, di portarla al posto di comando.
 
Oggi, invece, si parla solo di come evitare che gli operai muoiano in fabbrica, di come dar loro una prospettiva economica migliore degli attuali salari da fame, su come adeguare i loro standard di vita alle altre categorie sociali, perché hanno addirittura un’aspettativa media inferiore rispetto al livello nazionale, senza contare la selezione classista nell'istruzione. Tutte queste sono problemi concreti ed importantissimi, ma legati ad un’ altra questione più complessiva: perché gli operai sono tanti nella produzione e nella politica, invece, sono tanto marginali? Perché sono milioni e in parlamento si contano nelle dita di una mano? E’ possibile che le loro difficoltà materiali siano dovute anche alla loro marginalità politica ed alla loro assenza dalle stanze dove si prendono le decisioni?
 
La disputa politica dell'ottocento, sul ruolo anche politico da dare alla classe operaia, è del tutto estranea a quella di oggi, che sembra molto più antica di quella attuale. Chi parla più ormai di una emancipazione politica della classe operaia, dei lavoratori? Neanche la sinistra! Anche i comunisti sembrano averla messa in secondo piano, rispetto ad altre priorità.
 
E' ora di mettere tale questione al centro del dibattito. La mancanza di un progetto di largo respiro, quello dell'alternativa di società, del socialismo, non può prescindere dalla classe che lo deve portare avanti, non può prescindere da un’ analisi della pratica e della strategia, delle prospettive di quella classe che, come attore collettivo, dovrebbe essere la protagonista del mutamento.
 
Chiaramente, la vecchia alleanza novecentesca tra operai e contadini non regge più, perché la società è cambiata, tanti mutamenti sono intervenuti nel modificare la stratificazione sociale ed i rapporti di forza tra le classi. E’ appunto il tempo di ripensare ad un’ analisi che aggiorni i legami di classe che un partito comunista come il nostro dovrebbe avere: quali sono oggi le classi sociali che possono essere investite di un reale ruolo di cambiamento? Quale è il soggetto collettivo, che perseguendo i suoi interessi particolari, produce le premesse per una trasformazione della società?
 
Sono domande che ci dobbiamo porre. Possono, ad esempio, l'esercito dei lavoratori manuali ed intellettuali precari, essere il nuovo movimento operaio? Come è possibile integrarli in un processo di lotta verso la trasformazione, quando la loro stessa natura gli impone una mobilità sociale, anche se orizzontale, che impedisce la capacità di creare una coscienza omogenea di classe?
 
Come legare, in un’ unica prospettiva, la loro condizione e le loro capacità di essere un soggetto di trasformazione con quelli della tradizionale classe operaia, che agli occhi dei precari sembra così diversa per le tutele che riceve, ma che in verità con essa condivide una assoluta marginalizzazione politica e sociale?
 
Sono domande a cui è difficile rispondere in modo veloce e che sono difficili da porre in un periodo come il nostro, dove come comunisti siamo impegnati con tutte le nostre forze intellettuali, e spesso fisiche, a respingere gli attacchi sempre più frequenti che il capitale porta avanti: ne respingiamo uno e siamo sicuri di attendercene un altro, difendiamo il contratto collettivo nazionale, arretriamo sulle pensioni e via discorrendo, tanto che abbiamo perso la prospettiva e viviamo alla giornata.
 
Lasciamo quindi i più emarginati, e non parlo solo del sottoproletariato, da sempre storicamente incline alle sirene del populismo di destra o di stampo fascista, ma anche della stessa classe operaia, senza una prospettiva di cambiamento, senza una via d'alternativa e spesso questo porta settori sempre più grandi di questa classe ad aderire al ribellismo di stampo fascista o leghista, al populismo berlusconiano o all'antipolitica.
 
Ricostruire una strategia, un orizzonte che vada più in la delle prossime elezioni, del prossimo passaggio parlamentare, del prossimo governo, è possibile e necessario, perché stare sulla difensiva è logorante ed inutile.
 
Ridare fiato all'azione teorica di un partito significa dotarlo di quegli strumenti culturali, di quella scatola degli attrezzi, che sono necessari per affrontare un capitalismo che è diverso da quello del dopo guerra, ma non assomiglia per niente al regno delle multinazionali ipotizzato da Tony Negri. E’ difficile, sicuramente, ma in periodi molto più reazionari, quelli dei regimi fascisti e nazionalisti, il movimento comunista, ridotto in sedicesimi in tutta Europa, pensava ad organizzare le resistenze armate, ma nel mentre faceva azione teorica, ipotizzava l'alternativa, costruiva il partito di massa.
 
Come si costruisce il partito di massa oggi? La ricetta non ce l'ha nessuno, ma chiederselo sarebbe già un passo avanti.
 
Ne hanno bisogno i partiti che rivendicano un legame con la classe operaia, ora più che mai, ora che quella classe, impegnata a portare avanti i suoi interessi particolari, ha vinto ed ha difeso per tutti il contratto collettivo nazionale.
 
Dovremo aspettare il prossimo assalto dei padroni per ricordarci che quei lavoratori, che hanno già una sponda sindacale, necessitano di una sponda politica? Oppure ci ricorderemo degli operai per dire che non devono più morire sui posti di lavoro, che non è accettabile che abbiano salari da fame, che non arrivano a fine mese?
 
Il vecchio partito comunista italiano, legava queste lotte ad una prospettiva e la praticava coerentemente, nelle aule del parlamento, insieme agli avvocati, ai professori universitari ed altri intellettuali e compagni di strada della classe operaia. Al centro di tutta la prospettiva del Partito comunista vi erano i lavoratori. Oggi, nei banchi di Rifondazione comunista, operai non ce ne sono molti e neanche tanti lavoratori precari.
 
Dovremmo chiederci perché un partito che tende a rappresentare i lavoratori li tiene fuori dai suoi gruppi istituzionali (e spesso dai suoi gruppi dirigenti)? A meno che non pensiamo che siano gli avvocati, gli impiegati, i funzionari di partito, la vera classe rivoluzionaria. Avrò forse un pregiudizio ideologico, ma non credo.
 
Se vogliamo essere il partito che tiene aperta l'alternativa, lavoriamo coerentemente anche per la promozione politica e sociale delle categorie che vogliamo difendere, e facciamo la nostra parte, portando chi vogliamo difendere nella stanza dei bottoni.
 
Abbiamo già notato che i nostri gruppi parlamentari non sono i più fedeli della storia, visto che spesso, quando c'è da votare in un modo che mette a rischio la propria poltrona, preferiscono allegramente (dai comunisti unitari in avanti) scindersi dal partito; ogni volta che, però, questo avviene, se ne vanno grandi intellettuali, dirigenti, ma alla successiva manifestazione di piazza troviamo sempre il sostegno di quei visi affaticati, di quelle mani callose che stringono la nostra bandiera, di quei lavoratori che ogni volta stanno con il partito e che il partito non deve contribuire a marginalizzare politicamente, ma contribuire ad emancipare.
 
Potere ai lavoratori, si diceva un tempo. Incominciamo a pensare, allora, come essi possano essere tirati fuori dall’attuale marginalità, come possano farsi promotori di una trasformazione che li porti ad essere la classe dirigente della società. Nel mentre, incominciamo da noi, dal partito, che come diceva Lenin, doveva essere “lo specchio della società che si voleva costruire”, a dare un ruolo politico a chi non ce l'ha.