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- proletari resistenti - lavoro - 18-02-08 - n. 215
da La Rinascita della sinistra del 14/02/08
Quando scatta la trappola del “capitalismo popolare”
di Domenico Moro
Le ripercussioni sui fondi pensione dei continui crolli borsistici, seguiti allo scoppio della bolla dei subprime, sono state evidenti anche sulle linee d’investimento più prudenti. A novembre la linea “dinamico” di Fondoenergia, dei lavoratori Eni, aveva perso il 3,12%, la linea ”crescita” del chimici il 2,66% e quella del fondo Cometa dei metalmeccanici l’1,06%, mentre Fopen, dei dipendenti Enel, perdeva il 2,14% e Gommaplastica il 2,60%. In Italia, l’insieme del risparmio gestito, nel gennaio 2008, ha registrato il risultato peggiore di sempre con riscatti per oltre 19 miliardi di euro, di cui 9,7 azionari e 6,2 obbligazionari, tanto che gestori e consulenti prevedono un futuro di forte ridimensionamento del settore.
Risulta così evidente, qualora ci fossero ancora dubbi, che la previdenza integrativa ben difficilmente garantirà pensioni dignitose. I fondi pensione non danno alcuna garanzia per il futuro, anche perché la solvibilità delle assicurazioni tra 10-20 anni non è affatto sicura, ed i fondi privati non sono a capitale garantito in caso di fallimento del fondo stesso o delle imprese in cui si è investito.
Ad ogni modo, le perdite non sono prodotto esclusivo della crisi dei subprime: tra 1999 e 2002 il valore dei fondi pensione a livello mondiale si ridusse di 2.800 miliardi di dollari, con perdite medie per famiglia, negli Usa, del 43%. Inoltre, a proposito di trasferimento ai fondi anche del TFR, mentre tra il 1° gennaio 2000 ed il 30 giugno 2003 il rendimento complessivo del TFR fu del 14%, quello dei fondi chiusi fu del +1,7% e quello dei fondi aperti del -13,9%. Molto più valide sono le garanzie offerte dal sistema previdenziale pubblico. In realtà, dall’introduzione della pensione integrativa e dei fondi pensione hanno tratto giovamento non i lavoratori ma i gestori dei fondi, cioè le banche e le assicurazioni, dalle Assicurazioni Generali, centrali negli assetti di potere del capitale finanziario italiano, fino alla Mediolanum di Berlusconi, non a caso in prima linea, durante il suo governo, nell’avvio della riforma privatistica delle pensioni.
Per quanto in epoche passate la Borsa, caratterizzata da volatilità, fosse sempre un territorio pericoloso, ora la situazione è peggiorata, a causa della natura degli attuali mercati finanziari. Questi, infatti, sono caratterizzati da una tendenza speculativa fortissima, dovuta soprattutto alla scelta Usa di fondare l’accumulazione sull’indebitamento, e dal conseguente utilizzo spregiudicato di prodotti finanziari, come i derivati, la cui struttura è spesso poco chiara. Ad esempio, il debito connesso ai mutui subprime americani è stato “cartolarizzato” in prodotti finanziari così complicati che gli acquirenti di tutto il mondo non si rendevano veramente conto di ciò che acquistavano. Oggi, a sei mesi di distanza dallo scoppio della bolla dei subprime, non è ancora chiara l’entità delle perdite, e le banche, non solo Usa, scoprono buchi di bilancio sempre più grandi, mentre le borse sono sottoposte a continue scosse. La situazione recessiva, negli Usa ed in altri paesi, ed il ritorno della Fed a drastici tagli nei tassi d’interesse non promettono nulla di buono, rischiando di riprodurre il circolo vizioso di recessione, denaro facile, bolla finanziaria, recessione.
A pagare saranno i lavoratori, sebbene in forme diverse, compresa quella del “capitalismo popolare” dei fondi pensione, tanto caro alla Thatcher ed ai suoi discepoli italiani. Comunque, a chiudere in attivo qualcuno c’è: il Crédit Agricole Asset Management e Mediolanum hanno incassato a gennaio rispettivamente 200 e 50 milioni.