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- proletari resistenti - lavoro - 30-03-08 - n. 221
Le fusioni bancarie, tra miti e realtà
Marco Schincaglia, segreteria nazionale Cub-Sallca per www.resistenze.org
Da un paio di anni il sistema bancario italiano è investito da tumultuosi processi di concentrazione della proprietà.
Tutto questo non avviene per caso: il nuovo governatore della Banca D’Italia, Draghi, aveva chiarito, fin dal primo momento, che il paese aveva bisogno di banche con dimensioni molto più grandi, per competere sul mercato europeo e mondiale.
Quando le logiche del capitale si impongono, si possono trovare sempre le giustificazioni “tecniche”. In realtà questi processi, più che da esigenze oggettive di razionalità aziendale, sono guidati dagli intrecci politico affaristici di grandi lobbies, legate in posizione subordinata (secondo le analisi molto interessanti dell’economista Gianfranco Lagrassa rintracciabili sul sito www.ripensaremarx.splinder.com) agli interessi della grande finanza statunitense. Non è un caso che Draghi, prima di diventare governatore, fosse il vicepresidente della banca statunitense Goldman Sachs, nonché esponente del gruppo Bildenberg, una sorta di massoneria internazionale.
Mentre i grandi manager portano avanti le loro lotte di potere, le ricadute dei processi di concentrazione si fanno pesantemente sentire sui lavoratori.
Le due grandi fusioni (Intesa Sanpaolo prima, Unicredito Capitalia poi) hanno partorito un nuovo ed originale strumento di riduzione del personale: la dichiarazione preventiva di esuberi, fatta cioè a tavolino e con ampio anticipo rispetto alla reale integrazione delle banche ed alla verifica di una reale eccedenza di manodopera.
L’uso di strumenti “morbidi”, cioè di accompagnamento alla pensione con un anticipo fino a cinque anni prima, su base volontaria e con incentivi (non dimentichiamo che si tratta di un settore che macina utili) nulla toglie al fatto che sono usciti o usciranno in tutto quasi 12.000 lavoratori, con l’attivazione di un numero limitato di assunzioni con contratto di apprendistato, che prevede 4 anni di precarietà per i nuovi lavoratori
Si è assistito anche al paradosso di sindacati che, dopo aver firmato preventivamente per l’uscita dei lavoratori, proclamassero poi scioperi locali per ….. carenze di organico.
Un altro fenomeno particolare è quello della vendita di sportelli ad altre banche con lavoratori incorporati. Quando avvengono le megafusioni interviene l’Antitrust, che, in alcune situazioni, obbliga la nuova banca a cedere una quota delle proprie attività.
Le banche adempiono a questa imposizione vendendo un certo numero di sportelli con dentro i dipendenti, i quali sono costretti a calarsi in una nuova realtà lavorativa con tutti i disagi che questo comporta in termini di caos organizzativo, nuove procedure da imparare, problemi tecnici, ecc.
Nel caso di Intesa poi, alcuni sportelli erano stati venduti non per imposizione dell’Antitrust, ma per equilibri interni alla proprietà. Il principale azionista, Credit Agricole, per dare il via libera alla fusione, prima di andarsene, aveva chiesto ed ottenuto la vendita di due banche del gruppo e di 200 sportelli “sciolti”.
Spesso gli accordi firmati non tutelano neanche per intero le condizioni economiche e normative già acquisite ed in divenire.
I disagi non mancano neppure per chi rimane: problemi procedurali, mobilità forzata, soprattutto per i lavoratori di sede, disfunzioni organizzative ed un quadro generale di filiali operanti con carenze di personale.
Il problema forse più grave, per chi lavora agli sportelli, sono le continue pressioni commerciali. Le banche cercano di piazzare i prodotti più convenienti (per le banche non per i clienti) imponendo budget asfissianti per gli addetti ad investimenti e consulenza finanziaria e continue campagne commerciali.
Da consulente, il bancario tende a trasformarsi in piazzista.
Da queste brevi note, appare evidente come le concentrazioni bancarie non siano certo orientate a migliorare il servizio ai clienti.
Si tratta, in definitiva, di una nuova tappa di concentrazione di potere politico-finanziario, dove clienti e lavoratori sono le vittime sacrificali degli interessi della grande finanza.
Tutto questo avviene con la sostanziale complicità dei sindacati concertativi.
A fronte dei processi di fusione, di cui abbiamo già chiarito il significato, i sindacati di settore si sono allineati alle valutazioni positive per i destini del paese e svolgono un costante ruolo di garanti della “pace sociale”.
Il sindacato di base Cub-Sallca è stato l’unico a dare giudizi preoccupati sulle operazioni in corso, a proclamare uno sciopero aziendale (in Intesa Sanpaolo) ed a denunciare il già ricordato avvio di un fondo esuberi preventivo come un regalo alle aziende.
Il caos organizzativo nelle aziende oggetto dei processi di fusione è destinato ad aumentare, così come il peggioramento delle condizioni di lavoro.
E’ presumibile che a denunciare tutto questo resterà solo la voce del sindacato di base.