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- proletari resistenti - lavoro - - n. 257
La crisi nel settore ICT e la tipicità dei lavoratori “atipici”
Collettivo lavoratori autoconvocati Sirti
Di fronte al dilagare degli effetti di questa crisi strutturale del capitalismo internazionale, anche nel comparto informatico e tecnologico italiano ci si sta interrogando sulle possibili conseguenze.
Oltre ai ridimensionamenti dei servizi esternalizzati nella pubblica amministrazione e alla crisi profonda del comparto bancario (con conseguenti massicci tagli nel comparto IT), assistiamo a licenziamenti collettivi in società fino a poco tempo fa stabili. Eclatanti appaiono i casi di Engineering e di Motorola intenzionate a ridurre fortemente il personale, nonostante gli andamenti economici tutto sommato positivi, come forma “preventiva” di mantenimento della propria competitività nel dispiegarsi della crisi. Anche i lavoratori delle aziende che nutrono il proprio business attraverso Internet stanno pagando sulla loro pelle questo ciclo: eBay Italia licenzia 1.000 persone e cerca altre strade per fronteggiare la crisi (col motto “alleggerire per rilanciare”), Yahoo! segue più o meno una strada analoga, vendendo Kelkoo e cercando accordi con altre società nel settore mobile.
Ma questi i casi più noti e conosciuti alle cronache. Si può solo immaginare, invece, quanto i lavoratori delle piccole realtà stiano tirando la cinghia. E’ già altissimo il numero di colleghi operanti nell’IT (specie in quello della consulenza) rientrati “in sede” in attesa di una nuova collocazione per la sospensione della propria commessa anche da parte di grossi clienti ritenuti “storici”.
Quali sono le strade che le aziende stanno battendo per combattere la crisi? Tra quelle il cui core business non è prettamente nell’ambito IT alcune stanno optando per esternalizzazioni di intere aree del comparto informatico, altre propendono per una soluzione di compromesso, decidendo di esternalizzare esclusivamente il lavoro di manovalanza, mantenendo al proprio interno ruoli manageriali.
Ma questa crisi non ha fatto altro che accentuare un fenomeno in corso da anni. Infatti, le più recenti indagini sul lavoro precario (Eures, Eurispes, CNEL) evidenziano tutte come la quota di lavoratori ultra-flessibili, ossia assunti con le diverse tipologie dei contratti “atipici”, da tempo non coinvolga più solamente i giovani sotto i 32 anni, ma anche una parte cospicua di coloro che hanno un’età compresa tra i 33 e i 40 anni. Alcuni studi sindacali parlano, addirittura, di 8 lavoratori su 10 (tra i neo-assunti, ovviamente) ormai inquadrati come non dipendenti o para-subordinati. Non stupisce, allora, se una ricerca dell’Eurispes, che un paio di anni fa aveva fatto scalpore sulle colonne di molti giornali, evidenzi come i soggetti coinvolti “mostrino sfiducia verso il futuro e vivano il presente in modo ansioso manifestando anche disturbi psicologici, attacchi di panico”. Tali considerazioni ci inducono a riflettere sulle conseguenze sociali, e non solo sindacali, che ha questo fenomeno ormai strutturale.
Infatti, l’atipicità del rapporto di lavoro (che è ormai molto “tipico” per i lavoratori) è una condizione diffusissima, che conosciamo molto bene anche nel nostro settore: l’informatica. Questo è un settore caratterizzato, da oltre un decennio, dal massiccio utilizzo di lavoro interinale e di consulenti a progetto (con una media di 6 mesi a contratto) e dalla presenza di centinaia di piccole e medie aziende che, di fatto, si occupano solo di “somministrazione” di questa tipologia di lavoro e non producono niente di proprio.
Queste, infatti, affittano quasi unicamente forza-lavoro, progetti o software per le grosse aziende monopolistiche soprattutto nel settore delle Telecomunicazioni, nel settore pubblico ed in quello bancario. Ma anche molte delle grandi aziende del settore ICT (IBM, HP, ecc.) non puntano ormai più sulla produzione dell’hardware, ma sempre di più sulle attività dette in outsourcing. Ossia, lavorano principalmente in appalto.
Questo andamento rende strutturalmente instabile la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici che dipendono dagli andamenti del mercato o dalla durata di commesse esterne. E ormai non cambia molto neanche se questi lavorano con contratti a tempo indeterminato. Infatti, i casi di colossi quali IBM (migliaia di esuberi annunciati non per apertura di una crisi, bensì per “non sufficienti profitti”), Ericsson (chiusura di interi impianti per alcune delocalizzazioni) e Telecom (esuberi, spacchettamenti e vendite di decine di migliaia di lavoratori per “ridurre i costi”) dimostrano come il modello di questo settore di mercato sia quello rappresentato da una miriade di piccole e medie aziende che forniscono manodopera, senza grandi garanzie e salari sempre più bassi, alle poche grandi che gestiscono il mercato a loro piacimento. Questa “integrazione” è talmente avanzata che il settore, ormai, è denominato ICT (Information & Communication Technology), ossia informatica più telecomunicazioni, e impiega globalmente più di un milione di persone con le più svariate tipologie di contratto: metalmeccanico, commercio, telecomunicazioni, credito, internali, ecc. Ma la tendenza in maggiore crescita è proprio quella della flessibilizzazione, incarnata proprio dai cosiddetti contratti atipici (a progetto, a partita IVA, ecc.). Lavoratori consulenti nella forma, subordinati nel contenuto.
Questa tipologia di lavoratori è caratterizzata da una forte instabilità contrattuale e normativa ed è quasi completamente esclusa da molti dei diritti temporaneamente conquistati dal movimento dei lavoratori (ed in particolare da quello operaio) nei decenni passati. Questi diritti negati non comprendono solo il livello salariale indecente e discontinuo (spesso caratterizzato dalle undici mensilità), ma anche tutto ciò che sostanzialmente riguarda lo statuto dei lavoratori. I contributi pensionistici, malattie, maternità, ferie pagate e una stabilità di lavoro. Ed è proprio a partire dalla diffusione massiccia di questa tipologia di particolare lavoratore flessibile e delle esternalizzazioni che quello a tempo indeterminato vede sottrarsi via via le conquiste che credeva erroneamente “garantite” per sempre. Contrattazioni individuali, salari legati alla produttività, cancellazione del diritto di sciopero e della giusta causa, sono alcuni dei fili su cui corre questo messaggio padronale: la flessibilizzazione di tutta la classe lavoratrice.
In particolare attraverso le esternalizzazioni e le cessioni ramo d’azienda, poi, le grandi imprese “spostano” settori interi del proprio processo lavorativo e produttivo verso quelle aziende più piccole (esterne ma con un fatturato interamente dipendente dall’azienda committente) di cui parlavamo prima, obbligando le decine di migliaia di lavoratori coinvolti, sotto la minaccia delle crisi e delle chiusure aziendali, a lavorare in condizioni contrattuali nettamente peggiori e maggiormente precarie. Flessibili, appunto.
Nelle grandi aziende delle telecomunicazioni, nel terziario avanzato, nelle fabbriche e persino nei servizi pubblici, non è raro, ormai, trovare fianco a fianco lavoratori che svolgono mansioni simili, uguali o interconnesse tra loro con contratti e retribuzioni le più disparate. La tendenza ormai affermatasi è al mantenimento di alcuni servizi considerati strategici (il cosiddetto core business) all’interno dell’impresa e a delegare la manodopera dei settori ad “alto valore aggiunto”, ossia ad “alti margini di profitto e di sfruttamento” (pensiamo ai call centers), a piccole-medie aziende in appalto, in sub-appalto o in outsourcing.
Dalle conquiste del ciclo di lotte operaie del ‘69-‘73 fino agli anni ‘80, le forme di “lavoro atipico” non erano previste né dalla legislazione né dai contratti di lavoro. Si limitavano essenzialmente alle libere professioni, al rapporto che legava il giovane professionista al “socio anziano” dello studio, al tirocinio col quale il giovane doveva imparare il mestiere. Fuori dalle libere professioni, c’era il più brutale lavoro nero, ma anche una legislazione che regolava il “mercato del lavoro” in modo da proteggere, tra l’altro, la grande industria dalla concorrenza delle piccole.
Negli anni ‘90 avviene però un’ulteriore drastica riduzione del tasso di profitto per le imprese capitalistiche. Per conservare competitività sui mercati, e dovendo rinunciare con l’introduzione dell’Euro a pratiche-tampone quali la “svalutazione” o dovendo ridurre il debito pubblico per i restrittivi parametri della UE, ecco che viene imposta sulla pelle della classe lavoratrice la necessità di “riformare” il mercato del lavoro. Nei pensatoi delle università italiane, il fior fiore di “giuslavoristi” e sindacalisti hanno steso progetti per ridurre i costi del lavoro, mentre il personale politico, trasversalmente da destra a sinistra, dai salotti televisivi comincia un bombardamento ideologico sui lavoratori a proposito della “flessibilità” e della “fine della logica del posto fisso”. E’ in questo quadro che nascono i Lavori Socialmente Utili, il Pacchetto Treu, la Legge 30, il Protocollo sul Welfare e la Legge 133.
Questa deregolamentazione del mercato del lavoro favorisce, inoltre, una tendenziale divisione all’interno della classe lavoratrice in cui i cinquantenni, illudendosi di difendere il posto di lavoro e le proprie residue garanzie, stentano a scendere in mobilitazione per i diritti dei neo-assunti nella giungla delle nuove tipologie contrattuali.
Nel nuovo mercato del lavoro si viene a determinare una potenziale divisione tra i lavoratori, su base generazionale oltre che giuridica, con i “tipici” spesso più anziani e corporativi e gli “atipici” più giovani e combattivi. Non è una legge universale, ma anche i casi della FIAT di Melfi, delle mobilitazioni nei call centers e tra gli insegnanti precari sembrerebbero confermare questa tendenza.
D’altronde le burocrazie sindacali anziché incoraggiare l’unione tra i lavoratori, siano essi giovani “atipici” o tradizionalmente inquadrati in una categoria, favoriscono la frammentazione accettando questa logica o addirittura promuovendola in nome della difesa dell’economia “nazionale” di fronte alla crisi. Nascono così i sindacati rappresentanti delle nuove tipologie di lavoro (ossia dei precari), si sostengono leggi come il “Pacchetto Treu” (salvo poi ribellarsi alla sua “naturale” evoluzione peggiorativa: la Legge 30), si sostiene la detassazione degli straordinari e l’estensione dei tempi determinati del “Protocollo sul Welfare”, si compartecipa alla flessibilizzazione del salario indiretto (TFR, pensione, sanità) con propri Fondi e Assicurazioni, si fanno aperture alla controriforma del CCNL e alla “settimana corta” con riduzione di salario. Parallelamente si rinuncia alla lotta aperta per la “stabilizzazione” del posto di lavoro facendo accettare proprio quella logica per cui “il posto di lavoro fisso” sarebbe una cosa d’altri tempi.
In realtà la lotta per la conquista di uguali diritti, contratti e salari per tutti i lavoratori è un interesse vitale, prima di tutto, proprio per i dipendenti con contratti a tempo indeterminato. Anche qui il nostro settore ce lo insegna. Maggiore è il numero dei lavoratori “atipici” senza prospettive di stabilizzazione del proprio contratto, maggiori sono le armi in mano al padrone per ottenere con il ricatto la flessibilizzazione (cioè la cancellazione) dei nostri diritti.
La stessa carta costituzionale della Repubblica, come incessantemente ci viene ricordato, prevederebbe uguali diritti “per tutti”. Ma, aldilà del nebuloso concetto di “cittadinanza”, abbiamo imparato a nostre spese che esistono classi sociali ben distinte con possibilità di accesso reale completamente differente ai quei “diritti” scritti sulla carta.
Così come i dati sui profitti delle grandi aziende, forniti da Mediobanca, dimostrano come nel mare in tempesta della crisi non siamo affatto tutti sulla stessa barca. Ci sono, infatti, imprenditori e amministratori di grandi aziende che affrontano la burrasca sui propri mega-yacht e navi da crociera, mentre operai e precari navigano sulle proprie zattere in balia delle onde. Gli scenari dell’inizio del XXI° ci riportano così indietro di decenni in tema di condizione operaia quando la precarietà dei lavoratori salariati (sempre “tipica” in regime di economia capitalistica) era anche garantita dalle normative.
Proprio perché di fronte alla crisi non siamo tutti “sulla stessa barca”, è necessaria la ripresa di un movimento autonomo (dalle compatibilità imposte dalle leggi del mercato e dalla concertazione) della classe lavoratrice che deve ritrovare le sue migliori energie nella fusione tra le giovani generazioni precarie e quelle tradizionalmente operaie. Certo bisognerà trovare forme di collegamento stabili e “adeguate ai tempi”, corrispondenti alla necessità di legare le lotte dei grandi centri produttivi con quelle diffuse e disperse sul territorio, stringendo rapporti di solidarietà e organizzazione nei luoghi dello sfruttamento in una prospettiva di una nuova capacità dei lavoratori di ricominciare ad imporre alla società (quella del “libero mercato”) un proprio punto di vista indipendente. Che non sia costretto, quantomeno, a bersi senza fiatare i calici avvelenati del padronato.