www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 24-02-10 - n. 307

I processi sotto descritti hanno già trovato applicazione in Piemonte, dove l’accreditamento funziona già dal 2004 (rispetto alle strutture residenziali) e nelle Marche dove una cosa simile sta accadendo ora (www.asca.it).
 
da www.marxismo.net/content/view/3656/146/
 
In Emilia un blocco di potere Pd e terzo settore
 
di Simone Raffaelli
 
17/02/10
 
Cosa sta succedendo nei servizi socio-sanitari emiliano-romagnoli? È una domanda che si devono essere posti in diversi, o almeno chi ha avuto occasione di leggere i verbali delle ultime giunte regionali e dei consigli per le autonomie locali in merito al processo di accreditamento dei servizi socio-sanitari.
 
In sostanza la Regione propone un aumento delle tariffe a carico dell’utenza dei servizi, motivandolo con l’indisponibilità a fare ulteriori investimenti. La modalità con cui le famiglie si dovranno sempre di più far carico del costo di servizi che dovrebbero essere gratuiti e accessibili a tutti è già in buona parte definita: “…Relativamente all’Isee (misuratore della condizione economica delle famiglie), la Giunta intende adottare tutte le misure possibili per ampliare la compartecipazione delle famiglie ai costi dell’assistenza residenziale e, a tal proposito, vuole introdurre una norma che, nella determinazione del reddito, posto come base del calcolo Isee, ricomprenda i familiari di primo grado in linea retta”, in poche parole si programma di peggiorare un sistema che fino ad ora permetteva il calcolo delle rette sulla base dell’ISEE del solo anziano in struttura, mentre ora si pensa di ampliare la base sulla quale viene calcolato l’importo della tariffa.
 
Per capire in che genere di situazione ci stiamo muovendo, in Italia solo il 5% degli anziani che utilizzano servizi offerti da istituti residenziali non pagano nulla, mentre per il 62% le spese sono totalmente a carico della famiglia, che mensilmente contribuisce alla retta con esborso tra i 250 e i 500 euro (dati di Eurofarmcare).
 
Emilia Romagna, lungi dall’applicare un’idea di welfare universalistico e accessibile a tutti, punta a farne ricadere sempre più i costi sulle famiglie.
 
Come si sa buona parte del welfare regionale è appaltato dagli enti pubblici al Terzo settore (cooperative, associazioni, fondazioni no profit). è così da ormai molti anni, e il motivo principale con cui sono state giustificate queste scelte è il costo del lavoro, che le cooperative sociali riescono a contenere grazie a un sistema di contratti che colloca i lavoratori del privato sociale nettamente al di sotto delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro dei pari mansione pubblici. Probabilmente questa giustificazione non è neanche del tutto vera (spesso far gestire un servizio al privato costa di più che farlo gestire al pubblico) ma è, prima di tutto, una scelta politica.
 
Con la delibera 514/2009 la regione Emilia Romagna cambia le forme di gestione dei servizi alla persona, inaugurando come in altre regioni il sistema dell’accreditamento.
 
L’accreditamento è una attestazione della capacità di operare che un’istituzione rilascia nei confronti di chi svolge un ruolo in un determinato contesto sociale. Nel caso specifico si tratterà dell’accreditamento per la gestione dei servizi alla persona che gli enti rilasciano ad associazioni, cooperative e fondazioni private.
 
Almeno in una prima fase, i servizi in questione saranno l’assistenza domiciliare, case protette per anziani, Rsa, centri diurni per anziani e centro socio-riabilitativi per disabili. La delibera 514/2009 stabilisce una serie di requisiti qualitativi che i privati devono dimostrare per potersi far accreditare. Di fronte al rischio che le cooperative facciano dell’intermediazione di manodopera, la soluzione che questa delibera regionale propone non è la reinternalizzazione, anche graduale, del servizio, ma il suo contrario! Spetterebbe infatti al soggetto privato fare richiesta diretta di accreditamento dal momento che il servizio deve essere complessivamente e unitariamente prodotto da un unico “soggetto”.
 
Concretamente, il problema si pone in questi termini: in tutte quelle strutture in cui il personale è misto (pubblico e cooperative), in che direzione andrà l’accreditamento? Visti i precedenti, la cosa più probabile è che molte strutture di questo tipo vengano affidate integralmente al privato.
 
Nello stesso tempo l’accreditamento può prevedere anche forme di subappalto e gestione “mista”, anche se non vengono definite in questo modo. È il caso di tutte quelle strutture residenziali che ne contengono altre al proprio interno, che possono essere accreditate a un gestore differente. Non si esclude neppure di accreditare servizi a Fondazioni e altre realtà private già presenti nel settore e che forniscono il servizio non con personale proprio, ma avvalendosi degli operatori di cooperative e associazioni.
 
Il problema è quindi del tutto politico. La regione Emilia Romagna è governata da un sistema di potere che vede profondamente intrecciati Partito democratico e mondo delle cooperative, in cui c’è il massimo interesse ad assicurare al Terzo settore una fetta sempre più significativa della torta del welfare regionale.
 
Questo passaggio sta avvenendo (come sempre del resto) con l’assenso o la neutralità delle forze della sinistra e dei sindacati. La delibera 514/2009 è stata votata anche dai rappresentanti del Prc, senza aprire nessun tipo di dibattito sulle conseguenze che questa riforma del welfare potrà avere sul personale delle strutture e sugli utenti.
 
La posizione con cui si difende questa scelta in buona sostanza è quella di accettare il terreno degli accreditamenti e poi su questo contrattare aumenti più o meno significativi, o meglio “spingere con forza”. Possiamo spingere finchè vogliamo, ma abbiamo già accettato di accreditare al privato la gestione dei servizi alla persona.
 
Il punto è che una volta di più si è scelto di rimanere su un terreno che è quello della privatizzazione, pensando che ci possa essere un qualche tipo di privatizzazione “buona” e controllabile.
 
Ci stiamo anche chiedendo se questo passaggio è stato fatto perchè c’è un’illusione effettiva nei meccanismi di funzionamento del Terzo settore, della sua presunta democraticità e del suo rappresentare un espressione spontanea dei cittadini. Basterebbe fare una seria inchiesta fra gli operatori delle cooperative per capire come funziona il privato sociale.
 
La “sussidiarietà orizzontale”
 
La sussidiarietà orizzontale è l’altro principio che sta alla base del sistema degli accreditamenti. Quando si parla di questa definizione in genere ci si richiama al Testo Unico sugli enti locali (267/2000) che recita: “I Comuni e le Province svolgono le loro funzioni anche attraverso le attività che possono essere adeguatamente esercitate dalla autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro formazioni sociali”. Concretamente associazioni, cooperative e fondazioni, cioè quello che viene genericamente definito “Terzo settore”. Il principio di sussidiarietà, molto caro alle gerarchie cattoliche, classifica queste realtà fra le espressioni della “società civile”, del volontariato e dell’impegno altruistico per i più deboli.
 
Come sappiamo benissimo, il Terzo settore negli ultimi decenni si è sviluppato fino a gestire la parte più significativa dei servizi alla persona, andando ben oltre le intenzioni filantropiche dei fondatori di tante associazioni, ma configurandosi come un settore imprenditoriale di tutto rispetto, con una ideologia e dinamiche proprie.
 
I lavoratori del privato sociale in Italia sono probabilmente più di 300mila, è chiaro che chi li gestisce lo fa secondo un principio di economicità del servizio che ha permesso a cooperative e associazioni di gestire il sistema dei servizi esternalizzati e appaltati dagli enti pubblici.
 
Con la delibera in questione, si supera il sistema degli appalti conferendo ai privati una forma di parità rispetto al servizio pubblico. Cosa ancora più grave, si riconosce che le lacune del servizio pubblico e privato non saranno colmate da maggiori investimenti nel sociale, ma da una sua “razionalizzazione”.
 
Di fronte a tutto questo, quale dovrebbe essere la posizione da sostenere, per cercare di mettere insieme qualità del servizio, soddisfazione dell’utenza e buone condizioni di lavoro per gli operatori?
 
Innanzitutto bisognerebbe essere capaci di proporre un’inversione del processo di privatizzazione, reinternalizzando i servizi e garantendo la continuità lavorativa ai dipendenti impiegati sui servizi, assumendoli però come dipendenti pubblici, implementando le risorse destinate alla spesa sociale.
 
Quest’ultimo punto è decisivo, perchè non può esistere qualità del servizio se ci sono strutture fatiscenti e imprese che li fanno funzionare basandosi sul criterio della massima economicità.
 
Si parla di uniformare il servizio: perchè questo deve essere fatto con un complesso intreccio di pubblico e privato in cui si finisce per dare maggiore spazio a un privato che applica condizioni contrattuali più economiche? La risposta più semplice alle difformità da zona a zona e da trattamento a trattamento sarebbe un servizio pubblico complessivo.
 
Verrebbe spontaneo chiedersi se il Partito democratico ha quest’interesse. La risposta più ovvia è no, non ha quest’interesse perchè la gestione di una fetta così significativa di welfare regionale è un piatto troppo goloso per i privati, così ben rappresentati all’interno del Pd.
 
 

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