www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 13-10-10 - n. 335

da www.fiom.cgil.it/puntofiom/10_10_01-puntofiom-8.pdf
 
+ Fatica - Libertà!
 
La crisi ha mangiato posti di lavoro per tutti, specialmente nell’industria, ma come sempre le donne pagano il prezzo più alto.
 
Oltre 104.000 donne sono scomparse dall’industria negli ultimi 24 mesi con un calo impressionante proprio tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, dove rappresentano circa il 46% del calo dell’occupazione totale e oltre il 92% del calo industriale del Nord. Una crisi feroce, in cui le disparità tra i generi sono ancora più drammatiche.
 
Le donne sono più presenti nei settori marginali e obsoleti dell’industria, dove le crisi aziendali sono più drammatiche e senza soluzioni, così come nelle microimprese dove il padrone può licenziare senza giusta causa. Ciò avviene perché gli ammortizzatori sociali e lo Statuto dei lavoratori non sono ancora estesi alle aziende al di sotto dei 15 dipendenti, come la Fiom ha denunciato dall’inizio della crisi, chiedendone l’estensione e la generalizzazione.
 
Le donne sono le prime ad andar via quando le aziende aprono i processi di ristrutturazione, proponendo gli «esodi incentivati», magari accettando anche piccole somme, che gli uomini rifiutano. La fatica sta diventando insopportabile.
 
Ritmi e carichi di lavoro crescono, turni di notte, lavoro al sabato e nei festivi, pressione sullo straordinario, il controllo e il regime di comando nei reparti produttivi diventa sempre più ossessivo. La maternità e il lavoro di cura, considerate solo come un costo aziendale e un impedimento alla produttività, sono fatte vivere alle lavoratrici come colpa e frustrazione professionale.
 
Manca qualsiasi intervento pubblico a sostegno del lavoro di cura, il peso del vivere quotidiano tra casa e lavoro viene scaricato sulle spalle delle donne, sulla loro fatica e ingegnosità, sulla capacità di tirare avanti.
 
Questo sforzo quotidiano (calcolato in almeno due ore di lavoro in più al giorno) porta non solo fatica e stress, ma fa sì che le donne si ammalino di malattie professionali più degli uomini, perché le postazioni e i ritmi di lavoro non sono a misura del corpo delle donne, ma anche perché la doppia fatica le logora prima e più a fondo.
 
Il governo Berlusconi però ha aumentato l’età pensionabile delle donne nel pubblico e si propone di farlo anche per i settori privati, penalizzando le donne perché vivono più degli uomini e quindi costano troppo alla collettività. Federmeccanica, insieme a Fim e Uilm, vuole distruggere il contratto nazionale, contrattando le deroghe.
 
Questa scelta sciagurata porterà a peggiorare le condizioni di lavoro e di salario ogni qualvolta i padroni ne faranno richiesta. Con le deroghe, le discriminazioni contro le donne diventeranno più diffuse e pesanti: Fim e Uilm potrebbero concordare più bassi salari per le donne «per favorirne l’assunzione », come potrebbero fare accordi che scambiano occupazione con tutele e diritti acquisiti, nonostante i princìpi di parità di trattamento che sono costati anni di lotte alle donne e che dovrebbero rappresentare una frontiera di civiltà non più valicabile.
 
Il ministro Sacconi e il governo Berlusconi vogliono cancellare i contratti nazionali e lo Statuto dei lavoratori, in particolar modo l’articolo 18, emanando una legge che introduce il contratto individuale e l’arbitrato al posto del ricorso ai giudice del lavoro. Senza contratti e senza diritti, il nostro paese diventerà una giungla sociale dove il padrone avrà sempre ragione, perché la forza è dalla sua parte e i lavoratori e le lavoratrici diventeranno solo merce, senza dignità.
 
 

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