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- proletari resistenti - lavoro - 29-05-11 - n. 366
Donne espulse
Editoriale 26/05/11
Il rapporto dell’ISTAT mette inequivocabilmente in luce la drammatica situazione delle donne italiane – vero e proprio ammortizzatore sociale di un welfare in via di estinzione – licenziate, costrette alle dimissioni e quotidianamente poste di fronte alla scelta tra maternità, lavoro di cura e occupazione. Sono già 800.000 le donne espulse a causa della gravidanza dal mondo del lavoro, un’enormità, alla quale sono destinate ad aggiungersi le lavoratrici del Pubblico Impiego, per le quali amministrazioni zelanti e quasi totalmente declinate al maschile, stanno predisponendo la revoca in massa dei contratti di lavoro part time, che per l’85% riguardano proprio le donne, sulla base di una lettura restrittiva e arbitraria di quella Legge – tra le più inique che esistano - chiamata eufemisticamente “Collegato al Lavoro”. Lavoratrici costrette a rinunciare ad una parte del salario per prendersi cura di bambini, anziani, disabili e sopperire così alla carenza di servizi sociali di questo Paese, dove ormai un/a cittadino/a su quattro ha come prospettiva la povertà e l’esclusione sociale.
Oltre la metà delle donne italiane è inoccupata (53%); nonostante la maggiore scolarizzazione rispetto agli uomini le donne svolgono sempre lavori meno qualificati e, a parità di lavoro, percepiscono in media il 20% in meno di salario; negli anni hanno svolto sulla loro pelle la funzione di cavie all’interno del grande laboratorio di precarietà e atipicità estesa poi a tutto il mondo del lavoro. Un vero e proprio accanimento contro le lavoratrici e contro le giovani, alle quali un lavoro e un futuro sono negati in partenza, da parte di un Governo inguardabile che considera le donne solo come strumento sessuale dei potenti. Ma non basta, quand’anche abbiano la ‘fortuna’ di trovare un lavoro il più delle volte sono costrette a firmare le dimissioni in bianco all’atto dell’ assunzione grazie alla decisione del ministro Sacconi che nei primi mesi del suo incarico ha provveduto a revocare la precedente disposizione del ministro Damiani inibitoria di questa pratica. La discriminazione subita delle donne lavoratrici emerge chiaramente anche dal rapporto annuale dell’INPS: tra le donne sale di molto la percentuale di chi percepisce una pensione inferiore ai 500 euro mensili, il 61% contro il 50,8% del totale, mentre la percentuale di chi percepisce meno di 1000 euro sale al 91% per le donne contro il 79% del totale. L’accanimento del Governo Berlusconi verso le donne è continuata poi con la decisione di innalzare l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche a 65 anni.
Si era, tra l’altro, tentato di addolcire la pillola promettendo che i risparmi relativi a questa operazione , circa 4 miliardi di euro per il periodo 2010/2020, sarebbero serviti a finanziare interventi dedicati a politiche sociali e familiari.
La realtà dei fatti è ben diversa: con la manovra finanziaria 2012 i fondi per la non autosufficienza sono stati completamente azzerati, i fondi per le politiche della famiglia sono stati tagliati del 90% arrivando a 10 milioni per il 2013, stessa sorte per le politiche giovanili, azzerato il fondo straordinario dei servizi socio educativi per la prima infanzia, il fondo per le politiche sociali è passato dai 929 milioni di lire del 2008 ai 44 milioni per il 2013 mentre il fondo per le pari opportunità azzerato in un primo momento ha ricevuto ben 17 milioni di stanziamento! Tutti i feroci attacchi al mondo del lavoro sferrati negli anni e che stanno riportando le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese all’800, hanno un surplus di livore nei confronti delle donne nel definitivo tentativo di ricacciarle all’interno di quei ruoli, tanto rassicuranti, di mogli e madri e dai quali invece le donne sono fuggite attraverso anni di lotte e conquiste lavorative e non solo. La commiserevole risposta della politica dopo anni di colpevole silenzio, a cominciare da un Ministero della Pari Opportunità che ha dimostrato tutta la sua inutilità e la cui Ministra, per decenza, dovrebbe dimettersi, troverà in USB un potente megafono di denuncia e di lotta per quanti – donne e uomini – credono e vogliono costruire una società che garantisca diritti, salario e dignità a tutte e tutti.
Da Repubblica.it
Rapporto Istat - Il welfare tutto sulle spalle delle donne
"Sottoccupate fuori, sfruttate in casa"
Ma ai giovani non va meglio: la quota dei Neet (che non studiano né lavorano) è al 22,1%, oltre 2,1 milioni. Ed è una condizione "che permane nel tempo". Mentre un terzo dei giovani occupati ha un contratto precario. In aumento i disoccupati anche tra gli stranieri
di Rosaria Amato
23/05/11
ROMA - Una donna che poco dopo i 50 anni è diventata nonna e divide il suo tempo tra i nipotini, i genitori anziani, il lavoro fuori casa, il lavoro in casa e un figlio trentenne che ha perso un lavoro precario e mal retribuito nel biennio della crisi. Una giovane madre che ha firmato le dimissioni in bianco al momento dell'assunzione e festeggia da disoccupata il primo anno di vita del figlio. Una laureata sottoinquadrata che guadagna pochissimo ma ha dovuto accettare il part-time perché era l'unico modo di lavorare. Un'anziana ultrasessantaquattrenne assorbita dal lavoro domestico al quale dedica 3 ore e 36 minuti in più del suo compagno che invece ha finalmente tempo da dedicare a se stesso negli anni della pensione. E' questo il poco confortante ritratto delle donne italiane che emerge dal Rapporto Annuale dell'Istat, presentato stamane a Montecitorio dal presidente Enrico Giovannini. Siamo il Paese con il più basso tasso di occupazione femminile dopo Malta e l'Ungheria. Ma anche quello nel quale le donne sono più "spremute". Sulle loro spalle si appoggia il welfare che non c'è, sostituiscono la mancanza di asili nido e le tante insufficienze dell'assistenza agli anziani. Una situazione che non può durare ancora a lungo: "La catena di solidarietà femminile tra madri e figlie su cui si è fondata la rete di aiuto informale rischia di spezzarsi", avverte l'Istat.
Non se la passa bene neanche l'altro anello debole della catena, i giovani. Sui quali si è scaricato il peso della crisi, di un mercato del lavoro riformato solo a metà, delle imprese che stentano a crescere e che sostituiscono crescita e investimenti con un abbattimento selvaggio del costo del lavoro, a carico esclusivamente dei meno garantiti. E se dalla Spagna arrivano le proteste degli "indignados", da noi continua a crescere il numero dei NEET ("not in education, employment or training": in una parola, giovani nullafacenti), che nel 2010 avevano superato i 2,1 milioni, 134.000 in più rispetto a un anno prima, il 22,1% della fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni (l'anno prima erano il 20,5%). Il 65,5% dei NEET è inattivo, il 34,5% è costituito da disoccupati. L'87,5% degli uomini vive con i genitori, contro il 55,9% delle donne, che invece per il 38,3% sono partner in una coppia con o senza figli. La condizione di NEET, sottolinea l'Istat, "permane nel tempo: oltre la metà resta tale per almeno due anni". Ma stenta anche chi lavora: tra i giovani è sempre più diffusa la condizione di precarietà: la quota di lavoratori con contratti a tempo determinato o collaborazioni ha raggiunto "il 30,8% del totale dei giovani occupati, mantenendosi oltre il milione di unità". La precarietà ha favorito l'espulsione dal mondo del lavoro: nel biennio 2009-2010 si registrano 501 mila occupati in meno nella fascia d'età compresa tra i 15 e i 29 anni.
"I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi, - ribadisce il presidente dell'Istat Giovannini - con prospettive sempre più incerte di rientro sul mercato del lavoro, le quali ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità. Una quota sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l'inattività prolungata, vissuta il più delle volte nella famiglia di origine, e verso bassi livelli di integrazione sociale, soprattutto per quelli appartenenti alle classi sociali meno agiate. Oltre il 40% dei giovani stranieri abbandona prematuramente la scuola, alimentando un'area di emarginazione i cui costi non tarderanno a diventare evidenti. Le donne vivono una inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro. Per di più, il carico di lavoro familiare e di cura gravante su di loro rende più vulnerabile un sistema di 'welfare familiare' già debole, nel quale esse hanno cercato di supplire alle carenze del sistema pubblico".
Donne: sottoccupate fuori, sfruttate nel circuito familiare. La situazione delle donne italiane è singolare e, rileva l'Istat, rappresenta un unicum nel panorama europeo. Perché da un lato il mercato del lavoro le sottovaluta e le espelle appena può, dall'altro però si fanno carico di un welfare sempre più assente che poggia quasi esclusivamente sulle loro spalle. Nel 2010 è peggiorata la qualità del lavoro femminile e scesa di 170.000 unità l'occupazione qualificata, mentre è aumentata di 108.000 unità quella non qualificata - in pratica sono uscite dal mercato del lavoro donne istruite con un buon lavoro, sono entrate badanti e impiegate nei servizi di pulizia straniere ma anche italiane. Il part-time femminile è cresciuto di 104.000 unità, ma si tratta interamente di part-time involontario. In generale, il tasso di occupazione femminile nel 2010 si è attestato al 46,1%, 12 punti percentuali in meno rispetto a quello europeo. Se si guarda al Sud però è ancora peggio: infatti nel Mezzogiorno solo 3 donne su 10 sono occupate, contro le 6 su 10 del Nord.
Disparità salariale e sottoinquadramento. Il 23% delle occupate ha un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta (tra gli uomini la percentuale è del 31%). Nel 2010 si è anche aggravata la "disparità salariale di genere": la retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è in media di 1077 euro contro i 1377 dei colleghi uomini, il 20% in meno.
Le dimissioni in bianco: 800.000 senza lavoro dopo la nascita di un figlio. La triste pratica delle "dimissioni in bianco" per le donne che diventano madri non è mai tramontata, anzi. Sono circa 800.000 (pari all'8,7% delle donne che lavorano o che hanno lavorato) "le madri che hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere, nel corso della vita lavorativa, a causa di una gravidanza. Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro ha poi ripreso l'attività, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno.
Il sovraccarico di lavoro familiare. Se fuori casa lavora poco, in casa la donna lavora moltissimo: sulle donne pesa il 76,2% del lavoro familiare delle coppie, da quello domestico a quello di cura. La disparità dei tempi di lavoro cresce con l'età: per le occupate tra i 45 e i 64 anni c'è un surplus di 1 ora e 33 minuti in più di lavoro rispetto al proprio partner. Sulle donne si regge anche la rete di aiuto e cura informale. Sono le donne infatti a svolgere i due terzi del totale delle ore svolte, ben 2,1 miliardi l'anno. Se tuttavia sono aumentati gli aiuti gratuiti fra persone che non coabitano (care giver): (erano il 20,8% nel 1983, sono stati il 26,8% nel 2009), diminuiscono le famiglie aiutate (dal 23,2% al 16,9%), soprattutto quelle con anziani (dal 28,9% al 16,7%). Sono invece in aumento gli aiuti economici erogati dai care giver, il 19,9% contro il 15% del 1998. Questi aiuti hanno raggiunto il 20,6% delle famiglie (18,9%); i destinatari sono soprattutto famiglie con persona di riferimento disoccupata (67,1%) e quelle con madre sola casalinga (42,7%). Anche se sono il fulcro degli aiuti informali, le donne hanno diminuito il tempo dedicato a questa attività (da 37,3 ore al mese nel 1998 a 31,1 nel 2009) perché hanno sempre meno tempo a disposizione; in calo anche il tempo degli uomini (da 26,4 a 21,5).
Le difficoltà degli stranieri. Gli stranieri. Il tasso di occupazione degli stranieri è sceso dal 64,5% del 2009 al 63,1% del 2010 - in termini assoluti gli occupati sono aumentati, ma solo perché è cresciuta la popolazione straniera. Si tratta di una categoria che presenta un tasso molto alto di sottoinquadramento: sono 880.000 quelli che hanno un livello di istruzione e un profilo più elevato rispetto a quello richiesto dal lavoro svolto. Inoltre guadagnano il 24% in meno rispetto agli italiani - la loro retribuzione netta media è di 973 euro contro i 1.286 della retribuzione media dei nostri connazionali. Il differenziale aumenta fino al 30% per le donne.
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