dalla mailing list Sommosse
Il sociale è il privato
di Elisabetta Teghil
16/06/2011
Il lavoro che si fondava sulla stabilità dell'occupazione aveva espresso propri valori all'interno degli ambienti lavorativi, prendendo le distanze dal controllo materiale e ideologico del datore di lavoro, sia privato che pubblico.
Solidarietà e aiuto reciproco definivano uno spazio proprio ed un progetto di resistenza di fronte all'autorità unilaterale datoriale e conferivano ai lavoratori/trici un ruolo collettivo per battersi per il proprio destino e, magari, per il cambiamento della società. Nel passato, le relazioni di lavoro potevano coagularsi intorno all'odio, ma questo veniva esercitato nei confronti della gerarchia e della direzione, quando non delle istituzioni. La novità del lavoro "moderno" è che l'aggressività è spostata sui colleghi e sugli utenti e i clienti, a spese dei quali bisogna dimostrare di essere capaci di meritare i premi di produzione, le promozioni o, semplicemente, il mantenimento del posto di lavoro. In questa fase, di così detta "modernizzazione", la conflittualità è stata dichiarata "obsoleta" e i valori alternativi "arcaici". Sul lavoro si impara, così, la rinuncia ad ogni spirito di contraddizione , ad ogni distanza critica e si introiettano il conformismo e la delazione. Si richiede l'adesione alla causa dell'azienda attraverso un assenso senza incrinature, un'adesione non negoziabile. Tutto questo informa i criteri di selezione delle nuove/i assunte/i, insieme alla loro debolezza e ricattabilità sociale. Non a caso si sono scoperte le ragazze madri. Non resta che il contratto di lavoro, spesso individuale, che è un contratto giuridico di subordinazione. E' la socializzazione della sottomissione.
Tentare di sfuggire a questa logica significa rischiare l'esclusione sociale. Il lavoro, da luogo di socializzazione, è diventato un luogo di scontro. Le frustrazioni per le modalità del lavoro vengono scaricate al di fuori. La propria vita è decisa in funzione dei bisogni e degli imperativi dell'impresa, le tensioni nella vita di coppia, in quella affettiva e amicale sono, di conseguenza, esasperate al massimo. Tutto questo spiega perché, dati Censis di questi giorni, il consumo di antidepressivi è aumentato del 114,2% dal 2001 al 2009 e le dosi giornaliere sono passate da 16,2 a 34,7 per mille abitanti. Ma, frustrazioni e depressione spiegano anche l'aumento negli ultimi cinque anni del 26,5% di lesioni e percosse, del 35,3% di minacce e ingiurie e l'impennata del 26,3% di reati sessuali, in una ricerca di impossibili rivincite con lo scaricare l'insoddisfazione e l'angoscia del subire su chi viene ritenuta/o soggetto più debole. Questo dimostra l'inconsistenza degli appelli alla convivenza civile e, altresì, delle lezioni di educazione civica, a vario titolo, da impartirsi ai ragazzi/e delle scuole. Prendere finanziamenti pubblici per fare questo non fa male a nessuno/a, purché non si veicoli il messaggio fuorviante che così faremo dei buoni cittadini domani. Se fosse così semplice, basterebbe insegnare a scuola il pacifismo ed il rifiuto del militarismo per non avere guerre. Ma non è così. I conti dobbiamo farli, checché ne dicano le anime pie, con la struttura di questa società.
Come femministe abbiamo svelato che il personale è politico, oggi, dobbiamo svelare che il sociale è il privato.
Elisabetta