www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 25-03-12 - n. 402

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24/03/12
 
ARTICOLO 18
 
I dipendenti pubblici rischiano eccome
 
di Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro
 
C'è un convitato di pietra nella vicenda dell'art. 18: si chiama pubblico impiego. Nonostante le smentite, gli auspici e perfino le minacce più o meno velate dei vari protagonisti della trattativa per ora conclusa, quel convitato è ancora lì, ed è destinato a restarci. Vediamo perché. Fino vent'anni fa, il rapporto di lavoro dei pubblici impiegati era regolato dal vecchio testo unico del 1957: praticamente un mondo a parte per diritti, doveri, tutele. Dopo di allora c'è stata la cosiddetta "privatizzazione" e il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti è stato assimilato a quello dei dipendenti privati. Con molte specialità, è vero, ma con una simmetria essenziale. Poiché il testo unico approvato nel 2001 non prevede alcuna disposizione specifica in materia di licenziamenti individuali (gli artt. 33 e 34 dispongono solo in materia di «eccedenze di personale e mobilità collettiva»), l'unica norma che può essere applicata al riguardo risulta implicitamente dall'art. 51 del testo unico: «La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti». Tradotto, vuol dire che la sola disposizione che può essere invocata dal pubblico dipendente che sia stato ingiustamente licenziato è l'art. 18, naturalmente con le «successive modificazioni e integrazioni» che dovessero riguardarlo.
 
Beninteso, può anche darsi che un'espressa deroga per i dipendenti pubblici alla fine di questa tornata salti fuori. Ma è bene non illudersi: anche in quel caso la partita non sarebbe chiusa. Alcuni esponenti del governo sono infatti convinti che la caduta dello spread dei nostri titoli rispetto ai Bund sia imputabile alla "credibilità" della politica di austerity dell'esecutivo. Essi cioè faticano ad ammettere che la temporanea tregua degli spread è stata in realtà provocata dall'inondazione di liquidità decisa dalla Banca centrale europea. Pervasi come sono dalla logica deflazionista della dottrina economica dominante, questi ministri credono che, se lo spread dovesse riprendere la sua corsa al rialzo, per riguadagnare la fiducia dei mercati finanziari non basterebbe una spending review, ma bisognerebbe affrontare l'ostacolo che rende più difficilmente comprimibile il volume totale di spesa pubblica: vale a dire, i dipendenti pubblici. E cosa di meglio, allora, di una "manutenzione" dell'art. 18 che confina il reintegro al solo caso che il giudice accerti che il dipendente non ha commesso il fatto o che per quest'ultimo il contratto collettivo prevede una sanzione conservativa? Cosa di meglio, cioè, della possibilità di una caccia ai "nullafacenti" con la certezza che, quand'anche si fosse sbagliato nella valutazione della gravità dell'inadempimento, si sarà pur sempre ottenuto un definitivo risparmio di spesa?
 
Può sembrare uno scenario apocalittico. Ma il pubblico impiego dipende dai trasferimenti statali, e non è meno soggetto alle tempeste dei mercati finanziari di quanto non sia il bilancio pubblico nel suo complesso (ne sanno qualcosa gli impiegati greci). Del resto, se appena si ha un'idea di come funziona una banale commissione sanitaria per la verifica delle condizioni degli invalidi civili, si capirà che la prospettiva che maturi una politica di licenziamenti nel settore pubblico è tutt'altro che implausibile. Quando l'imperativo è il risparmio, la persona non importa più. Non per niente si chiama lotta di classe.
 
da confederazione.usb.it/index.php?id=20&tx_ttnews[tt_news]=41960&cHash=8bb03f65c5&MP=63-552
 
ARTICOLO 18
 
La ciliegina sulla torta dello sfascio della pubblica amministrazione
 
USB Unione Sindacale di Base - Pubblico Impiego
 
24/03/12
 
Continuando a praticare lo sport nazionale dell'attacco "a prescindere" al pubblico impiego, la stampa italiana non perde occasione per accanirsi contro la pubblica amministrazione e contro i dipendenti pubblici, oggi colpevoli di non essere ancora definitivamente identificati come destinatari degli effetti nefasti della modifica dell'art.18 di cui si sta discutendo in questi giorni al tavolo di Palazzo Chigi.
 
L'accanimento dei mass-media ed in particolare del quotidiano "La Repubblica" sotto questo aspetto è esemplare e passa attraverso la descrizione di un" settore pubblico ipertrofico e spaventosamente inefficiente che drena risorse al settore privato", alimentando una divisione strumentale tra lavoratori pubblici e lavoratori privati, nel tentativo di nascondere il vero volto dell'operazione che ci si appresta a compiere: l'ulteriore e forse definitiva mazzata al settore pubblico, in ossequio alle disposizioni imposte dalla BCE che chiedono in questo campo un intervento drastico.
 
Il pubblico impiego, al quale si applica integralmente lo statuto dei lavoratori secondo le disposizioni previsti dalla normativa vigente, è stato attraversato negli ultimi anni da una serie di riforme pesanti che prevedono sia il licenziamento disciplinare ( Riforma Brunetta), anche per insufficiente rendimento, sia il licenziamento economico, previsto dalla legge di stabilità per l'anno 2012, in caso di esuberi di personale.
 
Esuberi che, è necessario sottolineare, non nascono da un'analisi delle reali esigenze funzionali delle singole amministrazioni ma solo da esigenze di cassa che costringono le amministrazioni pubbliche ad operare tagli lineari anche sugli organici. L'efficienza del settore pubblico non è certo il vero scopo di quest'operazione, anzi…!
 
In questo panorama il Governo si appresta a modificare la disciplina dell'art.18 per aprire la strada ai licenziamenti facili. Più sarà facile licenziare più si produrrà occupazione: questo l'assioma imperante del Governo che vuol farci credere che una maggiore "flessibilità" in uscita produrrà automaticamente maggiore e migliore occupazione. Nel Pubblico Impiego , in perfetta continuità con quanto prodotto negli ultimi anni,  questo si tradurrà invece in un ulteriore elemento verso la fuoriuscita di migliaia di lavoratori e verso la privatizzazione di servizi, oggi ancora pubblici, tesa a garantire maggiori profitti ai privati. Abbiamo ben chiaro che la modifica dell'art.18 sarà portata anche al tavolo di confronto aperto dalla Funzione Pubblica: abbiamo altrettanto chiaro che il Ministro si troverà di fronte la ferma opposizione della USB P.I.
 
La posta in gioco è davvero alta e mai come in questo momento è necessario lottare per difendere il proprio posto di lavoro, per difendere il servizio pubblico inteso come bene comune,  per difendere i diritti dei lavoratori, per continuare ad affermare che noi non vogliamo pagare un debito che non è nostro!
 
SABATO 31 MARZO
 
OCCUPIAMO PIAZZA AFFARI!
 
TUTTI A MILANO ORE 14.00 DA PIAZZA MEDAGLIE D'ORO A PIAZZA AFFARI
 
da Rete 28 aprile - http://www.quipunet.it/rete28aprile/index.php?option=com_content&view=article&id=2658:2332012-il-colpo-in-canna-e-la-lotta-che-riparte&catid=10:primo-piano&Itemid=29
 
Il colpo in canna e la lotta che riparte
 
di Giorgio Cremaschi
 
23/03/12
 
Un industriale torinese nel passato ripeteva ad ogni assemblea dell'Unione industriali che bisognava abolire l'articolo 18, perché voleva in mano una pistola con il colpo in canna. Io poi non la uso, diceva, perché non mi piace licenziare, ma i lavoratori devono sapere che quella pistola ce l'ho.
 
Questa è il significato dello smantellamento dell'articolo 18 deciso dal governo con la scandalosa copertura del Presidente della Repubblica. L'articolo 18 viene semplicemente cancellato. Infatti i licenziamenti discriminatori sono vietati già oggi da qualsiasi convenzione, legge, costituzione, italiana, europea, internazionale. Ed è uno dei tanti falsi del governo che con questo provvedimento questo divieto sia esteso sotto i quindici dipendenti. Esso c'è sempre stato, ma non ha mai agito per la semplice ragione che nessun padrone è così stupido da licenziare per esplicita discriminazione personale, ideologica, razziale. Su tutti gli altri licenziamenti, quelli veri, salta la copertura dell'articolo 18. Naturalmente salta per chi ce l'aveva, cioè per circa 8 milioni di lavoratori dipendenti. Non un piccolo numero, quindi. Ed è ridicolo questo balletto attorno all'applicazione della nuova legge nel pubblico impiego. E' ovvio che sarà così, perché tutte le amministrazioni pubbliche, in un modo o nell''altro, hanno applicato lo Statuto dei lavoratori. Quindi se questo viene cambiato ne assumono automaticamente anche le modifiche.
 
Ma tutto questo fa parte di quel misto di incompetenza, arroganza, sfacciataggine che oggi contraddistingue l'operato del ministro Fornero e del suo Presidente del Consiglio. L'articolo 18 è la reintegra del posto di lavoro, senza di essa il licenziamento è libero.
 
E' utile ricordare che una legge contro la libertà di licenziamento c'era già prima dello Statuto dei lavoratori, è la legge 604 del 1966, legge che prevede il solo indennizzo in caso di licenziamento ingiusto. E' stata proprio l'inefficacia di questa legge a indurre il Parlamento a introdurre quell'istituto della reintegra che il governo oggi smantella in forma brutale e truffaldina. La reintegra viene abolita del tutto per i licenziamenti cosiddetti economici. In un periodo di crisi, di ristrutturazione, di esternalizzazioni, di tagli comunque definiti, questo significa licenziare a piacimento. "Alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai", diceva una vecchia battuta degli anni Trenta. (...)
 
Anche il cosiddetto modello tedesco, che viene applicato ai licenziamenti disciplinari, cambia in maniera profondamente negativa lo Statuto. In questo caso, ammesso che il padrone sia così sciocco da usare questo strumento visto che può adoperare l'altro, quello economico, senza più alcun fastidio, spetta al giudice decidere se reintegrare il lavoratore o dargli una semplice compensazione della perdita del posto. Ora questo non è possibile. Nel caso di licenziamento ingiusto il giudice obbligatoriamente deve reintegrare il lavoratore. Quest'ultimo può anche decidere di transare economicamente con l'azienda, ma lo fa dopo che è stato riconosciuto il suo diritto al reintegro. Se dovesse passare la nuova normativa, sarebbe il giudice a decidere tutto e dovrebbe essere il lavoratore a dimostrare che il licenziamento è così particolarmente ingiusto, da richiedere la sanzione della reintegra. Insomma, si avrebbe una sorta di inversione dell'onere della prova. Oggi è il padrone che deve dimostrare che ha licenziato giustamente, domani sarebbe il lavoratore a dover dimostrare che è stato ingiustamente licenziato. E' lo scasso definitivo del sistema di tutele garantito dallo Statuto dei lavoratori. Così, in piena crisi economica, si sanziona un terribile squilibrio nelle imprese a favore di chi comanda, un ricatto permanente sul potere e sui diritti ancora esistenti. Con questo provvedimento tutto il mondo del lavoro diventerebbe precario, alla faccia della lotta alla precarietà.
 
Che la scelta del governo sia gravissima, profondamente antisociale e antidemocratica, di destra, lo sta finalmente comprendendo una vasta parte del paese. Si può dire che per la prima volta il governo Monti incontri un ostacolo, una risposta, una vera contestazione. Questo nonostante le incertezze e le ambiguità delle confederazioni sindacali, lo stato confusionale del Partito democratico, la debolezza delle opposizioni e la forza preponderante del potere mediatico e istituzionale a favore del governo. Per la prima volta monta una rivolta nel paese che sta sommando tutte le ingiustizie di questo governo delle banche e comincia a presentare a Monti il conto del proprio spread di diritti, sicurezze, condizioni di vita. Per questo bisogna andare avanti. La manifestazione del 31 è un primo appuntamento per dire no a questo governo e per costruire una risposta in grado di durare. Poi ci sarà lo sciopero generale, poi ci dovranno essere altre ed estese mobilitazioni. Non dobbiamo fermarci. Finalmente una parte importante del paese comincia a capire chi è, cosa vuole, perché bisogna a casa Monti. E' il momento di diffondere ovunque questa presa di coscienza.
 

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